Corriere della Sera (Mercoledì 5 Luglio 2000)

 

PALLAVICINIEvola, traditore dello spirito

IL MIO CATTIVO MAESTRO - Il primo italiano convertito all’Islam nel dopoguerra racconta il suo incontro con il pensatore anti-moderno. E la sua delusione.

 

Di Sandro Sgabello

 

Il punto d’incontro era stato René Guénon, il pensatore francese convertitosi all'Islam che ha scritto opere fondamentali sul significato profondo della Tradizione. Nel 1946, interrotti gli studi di medicina, il ventiduenne Felice Pallavicini, fervente cattolico, aveva cominciato a leggere le opere del metafisico francese, tradotte in italiano dal filosofo Julius Evola, anch'egli pensatore tradizionalista e spiritualista, nonché poeta e pittore d'avanguardia. Un anno prima Pallavicini, partigiano nelle formazioni monarchiche, era stato arrestato dalla milizia fascista durante un rastrellamento a Cannobio, sul lago Maggiore, e rinchiuso nelle carceri di Torino da cui era uscito il 25 aprile.

L'essere sfuggito per un soffio alla fucilazione aveva aumentato la “sete di conoscenza” e la “ricerca della verità” in un giovane che, abbeveratosi alla fonte guénoniana, avvertiva una “forte esigenza di misticismo e trascendenza”. Fu così che l'ex studente, già attratto dal mondo islamico, decise di andare a trovare in ospedale a Bologna, nonostante il suo radicato antifascismo, Julius Evola, l'ideatore del razzismo dello spirito, di cui aveva letto varie opere fra cui Imperialismo pagano e Rivolta contro il mondo moderno. Per confrontare il pensiero dei due maestri, verificare se Evola fosse davvero il Guénon italiano.

Cinque anni dopo, in coincidenza con la morte di Guénon al Cairo, Pallavicini abbraccia la fede musulmana, “primo convertito moderno all'Islam in Italia”, affrontando un lungo percorso spirituale che lo porterà a diventare Shaykh 'Abd al Wahid, il Maestro Servitore dell'Unico. Oggi presiede una confraternita islamica nella zona di Porta Ticinese, il Co.Re.Is., a cui aderisce la maggior parte dei musulmani italiani. A 75 anni, la lunga barba bianca, ha conservato l’espressione vigorosa. La tradizionale jallabia che lo avvolge fino ai piedi ne accentua l’apparenza orientale, sopraffatta di tanto in tanto dalle colorite espressioni in milanese.

La famiglia, con cui ruppe ogni rapporto, non gli perdonò mai la conversione. “Non perché fossero particolarmente religiosi -sorride- ma perché diventare musulmano nel ’51 rappresentava qualcosa di ostile, straniero, lontano dalla civiltà occidentale. Ha presente “Mamma li turchi”? Le cose allora stavano molto peggio, anche se parecchi pregiudizi e stereotipi resistono purtroppo anche ai nostri giorni, con la religione islamica identificata erroneamente con il mondo arabo. L'arabo è la lingua sacra della nostra religione come l'ebraico lo è per quella ebraica. L'Islam è Africa, Pakistan, Stati Uniti. Gli arabi costituiscono soltanto il venti per cento della comunità islamica”.

Come andò quel suo primo incontro con Evola? “Io provenivo da una famiglia antifascista ed era inevitabile che ci scontrassimo. Ma la mia curiosità non era politica. A quel tempo non conoscevo il francese. Pensavo che il traduttore Evola non fosse un traditore, ma un seguace di Guénon. Ero animato dalle migliori intenzioni, tant'è che continuammo a vederci nella sua casa romana, frequentata da molti giovani sui quali Evola esercitava una grande influenza”.

Il primo incontro romano è legato a una gaffe che fece avvampare di rabbia il filosofo: “Mi lasciai andare, nel fervore della discussione, a un esempio - l'immagine, tanto cara al filosofo, degli uomini in piedi davanti alle rovine -che Evola, costretto dalla malattia su una sedia a rotelle, male interpretò. Mi folgorò con un'occhiataccia pensando che io avessi voluto alludere al fatto che non era più in grado di reggersi in piedi. Devo dire che, nonostante l'infermità, Evola dava l'impressione di emanare una grande forza. Allo stesso tempo, però, appariva come fulminato da quegli dei dell'Olimpo che tanto amava ma che non erano riusciti a proteggerlo dai nemici che detestava”.

Durante le concitate discussioni sulle filosofie orientali, Pallavicini subisce il fascino dello studioso che è fra i primi a indirizzarlo verso l'Islam e il sufismo, finché l'allievo si rende conto che il maestro è “attaccato dai germi corrosivi dell'antitradizione” e stila oggi un atto di accusa senza appello: “E' scivolato su tendenze occultiste ed esoteriche che l'hanno spinto a formulare una parodia della spiritualità, a tradire il pensiero di Guénon che con la sua ortodossia religiosa resta il vero depositario della Tradizione. La spiritualità, secondo Guénon, deve riportare l'uomo a Dio, mentre la tradizione italico-greco-romana serve a Evola per cementare il piedistallo politico-ideologico del suo superuomo senza alcuna finalità religiosa”.

Personaggio scomodo, filosofo nero maledetto dalla sinistra e figura controversa e imbarazzante per la stessa destra, Evola, che Almirante considerava il “Marcuse della destra”, è stato di recente riabilitato da una certa parte della sinistra per quanto riguarda il ruolo di ispiratore del terrorismo neofascista. E' stato un “cattivo maestro” o sono stati i “cattivi discepoli” a tradirne gli insegnamenti? Pallavicini si rabbuia: “Non ha fabbricato ordigni esplosivi, non è stato il capo di una banda di dinamitardi, ma le idee producono fatti, conseguenze. Quando si parla di nichilismo, di Nietzsche, di rivolta contro il mondo moderno, di superuomo, bisognerebbe sempre aver presente l'influenza che un certo tipo di indottrinamento esercita sui giovani. Da studiosi a teorici del terrorismo il passo è breve. I buoni maestri si vedono dai frutti che lasciano in eredità? Ebbene l'evolismo ha prodotto fascismo, razzismo e antisemitismo. La rivolta ha senso solo se alla distruzione segue la ricostruzione, ma Evola ha badato solo a distruggere, a differenza di Guénon che ha ricostruito la Tradizione, ancorandola a valori di purezza celestiale ed angelica”.

Gli occhi sfavillano, ma il tono resta pacato: “Gli stessi problemi colpiscono il fondamentalismo islamico, fomentato da gruppi radicali che si attaccano all'ideologia e strumentalizzano la religione per fini politici in nome del panarabismo. Certo non sono stati gli ideologi ad assassinare materialmente Sadat, ma i loro seguaci hanno messo in pratica gli insegnamenti ricevuti. Come tradizionalisti veri dobbiamo combattere il fascismo islamico, il cancro delle ideologie dei sedicenti fratelli musulmani, imbevuti delle concezioni di un orientalismo fasullo, attizzato a volte dagli stessi occidentali, che vogliono islamizzare il mondo per sottometterlo ai vari partiti politici”.

L’Islam interiore, spirituale, di Pallavicini viene visto con diffidenza dai gruppi musulmani in Italia. “Siamo considerati mosche bianche perché riconosciamo le altre religioni -spiega lo Shaykh-. Non avanziamo rivendicazioni politiche, sociali o nazionali, rappresentiamo la spiritualità ecumenica, l'Islam ortodosso. Per noi sono musulmani anche cattolici ed ebrei, esprimono diversamente la stessa fede nello stesso Dio”.

Con l'immigrazione, le dimensioni della comunità musulmana in Italia aumentano creando problemi di convivenza e comprensione. Don Gelmini, il prete antidroga, parla di “rischi per la purezza dei nostri valori” e accusa i seguaci dell'Islam che “un tempo venivano a depredare le nostre città” di seguire oggi una nuova parola d'ordine: “Sposare le donne cattoliche per convertirle alla fede musulmana”. I vescovi italiani sono preoccupati, pigiano sul freno in materia di aperture e concessioni e non guardano di buon occhio a un'intesa fra lo Stato italiano e la comunità islamica.

 

Il Servo dell'Unico si liscia la folta barba. Non perde il sorriso: “Nella religione musulmana non esiste coercizione, il voler convertire appartiene al fanatico. Bisogna saper distinguere fra religione e integralismo. L'atteggiamento di chiusura della Chiesa cattolica non mi stupisce. Il cristianesimo non riconosce le altre religioni e il fatto che le conversioni all'Islam aumentino viene visto come una perdita di verità e un affievolimento della comunità cattolica”.

Quali sono oggi i cattivi maestri? “I nuovi guru del buddismo, della New Age, dello pseudozen. Vengono a vendere al supermercato delle religioni spiritualità e salvezza a basso costo, senza fatica, senza sacrificio. Senza pensare che la storia non può essere anestetizzata o riportata all'indietro: Usano la stessa tecnica degli ipermercati: paghi due e prendi tre, più acquisti, più ti garantisci scorte di salvezza. Dovrebbero tenere in mente le parole del Dalai Lama: voi occidentali non avete bisogno di convertirvi, non tanto perché non c’è più necessità del buddismo, ma perché non riuscirete mai a capire la spiritualità orientale”.