LA PROVINCIA, 13
maggio 2004
Sarà la frase consunta che
affida al tempo la funzione di ammorbidente dei conflitti culturali e sociali
ad avere ragione delle lotte, di testa prima che di armi,
tra Islam e Occidente? Il dare tempo al tempo servirà? Quello che stiamo
vivendo è un passaggio obbligato non nuovo? Se la Storia fosse seduta al bordo del ring dove tutto il
mondo tira pugni, la vedremmo sbuffare annoiata?
Verrebbe da rispondere di sì,
non fosse altro che per cercare un momento di ristoro, che in realtà non c’è,
in un conflitto che sembra senza soluzione. Ma è pur
vero che, se il tempo passa e medica, ciò può succedere solo se ci sono persone
che si muovono, per costruire o distruggere un dialogo tra culture. Yahya Sergio Yahe Pallavicini, imam della moschea al-Wahid di
Milano, dal 1997 nella commissione
nazionale per l’educazione interculturale del ministero dell'’Istruzione, è una di quelle persone che un dialogo
tra Islam e Occidente lo vuol costruire. A Torino, alla Fiera internazionale
del libro appena conclusa, ha presentato il suo ultimo
libro L'Islam in Europa. Riflessioni di un imam
italiano la cui prefazione è stata firmata da Rocco Buttiglione
e Amos Luzzato, presidente dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane.
Pallavicini, si
è troppo ingenui a invocare l'aiuto del tempo per
aggiustare il contrasto tra Islam e Occidente?
No perché le difficoltà tra
Oriente e Occidente non sono di oggi ed è proprio la
storia che insegna esempi di dialogo interreligioso che faticano ad emergere.
Con il suo libro lei offre un
manuale per avvicinare i due mondi, ma quali sono le regole basilari della
convivenza?
Oggi
dobbiamo fare un lavoro di maggiore conoscenza reciproca, ma ciò è possibile
solo mettendo da parte gli orgogli individuali per ritrovare la qualità di un
vero dialogo interreligioso che, tra l’altro, c’è già stato nella storia
producendo grandi esempi di cultura. Penso all’Andalusia (dove i musulmani si insediarono creando un clima di pace) ai rapporti tra San
Francesco e il sultano d’Egitto, ad Averroè e Avicenna.
È innegabile però che il terrorismo islamico non giova alla
distensione culturale.
Questa associazione del terrorismo all’Islam è il nuovo pericolo di un modo di pensare che prima ha considerato una sola cosa l’Oriente e i paesi islamici, poi l’Islam e la bassa cultura e adesso, l’Islam e il terrorismo. Questi sono tre livelli di pregiudizio. Invece bisogna partire dalla matrice dell’Islam, che è essenzialmente religiosa, e promuoverne la conoscenza attraverso persone occidentali, che riescano a spiegare questa dimensione religiosa che non ha la violenza tra i suoi valori. Non c’è nessuna violenza nella religione islamica, ma pace, giustizia e conoscenza. Si vedrà poi, che questa dimensione civile e spirituale può trovare una naturale corrispondenza anche in Occidente.
Cosa intende quando afferma
che all’integrazione sconsiderata dobbiamo opporre il diritto ad essere
diversi?
La
vera coesistenza pacifica non si ha in una macedonia dove non si riconoscono
più i gusti degli ingredienti. Mi si perdoni il
paragone culinario, ma la vera conoscenza dell’altro c’è
quando si rispettano i sapori diversi dei vari ingredienti che, insieme,
concorrono a creare un piatto più saporito.
Molti
non la pensano come lei. Tra questi Oriana Fallaci,
incontrandola cosa le direbbe?
Le direi di leggere il mio
libro, come io farò con il suo perché, se siamo onesti e aperti, dovremmo riconoscere
che le prospettive vere della realtà sono diverse da quelle che noi tendiamo a
dare. La Fallaci ha una lettura discutibile del Cristianesimo, della laicità
e della religione islamica di cui enfatizza elementi decadenti, e non vedo in
che misura il suo libro porti alla costruzione di una
coesistenza pacifica. Anzi, quel testo rischia di radicalizzare
alcune chiusure e di portare verso lo scontro, invece che l’incontro.
C’è
un altro nodo, quello del non essere disposti a
informarsi sul “diverso”. In chi contesta l’Islam spesso c’è
una chiusura aprioristica, di non interesse a capire perché. Come si supera questa posizione?
Esiste
il problema della pigrizia intellettuale di chi dice: “mi
conviene rimanere nel mio giardino e pensare che gli altri sono peggiori di
me”, invece ci dovrebbe essere un certo coraggio ad aprirsi alla conoscenza
dell’altro. Il diverso fa paura, il confronto invece non dovrebbe produrre una
competizione, ma far capire che i valori si possono vivere in modalità diverse e che legittimare la propria ignoranza e
diffidenza verso i diversi non serve.
Questo
è il dialogo, ma esso passa anche dalla scuola, sempre più ricca di stranieri,
spesso islamici. Le case editrici sfornano testi legati a culture e tradizioni
orientali e islamiche, siamo sulla buona strada?
Introdurre
a scuola testi che parlano delle culture diverse da quella occidentale
è buona cosa, serve perché apre al multiculturalismo.
Da un punto di vista islamico però, il rischio è che si consideri l’Islam come una realtà straniera, invece bisogna pensare
in termini interculturali e non associare le culture con le confessioni religiose.
Bisogna rispettare le varie identità senza fare schematismi o porre steccati
che impediscono la comunicazione trasversale.
I giovani che sono sempre più
“diversi” saranno facilitati nel cammino di comprensione reciproca?
Lo speriamo. La nostra Co.re.is (Comunità Religiosa islamica) pone
molta attenzione alla dimensione educativa affinchè,
ad esempio, bambini italiani, cinesi, africani, arabi a scuola si
riconoscano semplicemente come compagni di scuola. È anche vero, purtroppo,
che i giovani sono sottoposti alle pressioni mediatiche
delle crisi internazionali che possono interferire e creare conflitti. Ecco
perché i portatori di valori devono avere il coraggio di un vero
dialogo culturale.
Crisi internazionali, una per tutte quella
generata con e dalla guerra in Iraq. Un’ulteriore mina
sulla strada dell’incontro
fra culture?
Ciò che non si vuoi far capire all’opinione pubblica è che quello in Iraq è un conflitto politico ed economico. Religione e cultura non c’entrano. Non si tratta di una guerra di religione, ma politica. Io non mi occupo di politica, se non di quella che porta una rappresentanza qualificata dell’Islam in Italia, ma dico che non si deve usare la forza fondamenta-lista, nè militare, per arrivare alla soluzione di un problema politico. Non credo nel valore della forza e della guerra, ma mi impegno per assicurare che i contrasti vengano evitati con il dialogo.