APRILE, Giugno 2004

 

Quando l'Imam è un italiano

 

Di GIANFRANCO BRUSASCO

                  

Mai come in questo momento, l'Islam ha occupato spazio e tempo sui mezzi d'informazione e nei talk show televisivi. In realtà, si dovrebbe dire non l'Islam, ma il suo stereotipo o, peggio, la sua caricatura, che falsi predicatori, cattivi maestri, neo convertiti zelanti e tuttologi di professione (da un lato e dall'altro) ci propinano ad ogni pie' sospinto, in uno sforzo apparentemente contrapposto, ma, di fatto, convergente nella "dimostrazione" dell'ineluttabilità inesorabile del "conflitto di civiltà". Per questo va salutata con estremo favore la recente uscita di un libro affatto diverso, per i tipi del Saggiatore, di Yahya Sergio Yahe Pallavicini, dal titolo L'Islam in Europa. Riflessioni di un Imam italiano (Milano, aprile 2004).

Innanzitutto, perché l'autore non appartiene a nessuna delle categorie citate; ma è un cittadino italiano da sempre, educato nella fede musulmana fin dalla nascita, colto e raffinato intellettuale, investito di responsabilità anche istituzionali. sia della Repubblica italiana (in un paio di Commissioni del Ministero della pubblica istruzione e di quello dei Beni culturali), e, a conferma del suo riconosciuto spessore spirituale e teologico, in quanto Imam della Moschea al Wahid di Milano, di una mezza dozzina d'organismi islamici, compresi alcuni riferiti all'Unione Europea ed al Vaticano, nonché della responsabilità di vice presidente della Co.Re.Is. (Comunità Religiosa Islamica italiana).

L'analisi che Pallavicini ci offre, si apre con un'affermazione, emblematica di tutta la sua fatica: "la prospettiva... attuale relativa allo scontro tra le civiltà, si fonda su diverse concezioni sbagliate, tra cui la rivendicazione dell'identità dell'individuo occidentale, in contrapposizione all'Oriente" anche se, storicamente, "tutte le religioni presenti in Occidente sono nate in Oriente". Aggiunge l'autore che "...il vero pericolo è che questo integralismo filo/occidentale ed islamofobico..." sfoci in una forma di fanatismo che sia la "...negazione di ogni pluralismo e di ogni diritto al libero pensiero, creando una discriminazione così intransigente e radicale nei confronti della altre forme di "sottocultura" che legittimerebbe non solo la supremazia della proprio cultura, ma arriverebbe persino a volerla imporre come modello unico per tutti".

E qui noi, abituati a fare considerazioni in campo politico, forse forzando la mano all'Imam Pallavicini, molto più propenso a valutazioni religiose ed etiche, non possiamo non pensare a un primo ministro, tanto gaffeur, quanto aduso a negare l'evidenza, alle volgarità dei più truci tra i leghisti, ma, purtroppo, al di là del folklore, soprattutto, alla proclamata guerra ad oltranza al terrorismo, che nell'accezione praticata, di fatto, può finire con il coinvolgere chiunque non si adegui al modello unico, fino alla teoria ed alla pratica della "guerra preventiva".

Questo perché - aggiunge l'autore - "i nostri tempi hanno... sempre più bisogno di individuare il male all'esterno, per non scorgerlo dentro di sé, nel proprio vuoto". A questo scopo, per circa cinquant'anni, è andato benissimo identificare il male con il comunismo, ma ecco che, oggi, questo viene egregiamente sostituito dall'Islam. Se poi, nelle terre di quest'ultimo, si concentra la gran parte delle riserve petrolifere mondiali, ebbene, questo è un accidente della storia e della geografia.

Per combattere questo ipocrita manicheismo, i musulmani italiani sono le persone più adatte, perché rappresentano un ponte vivente, ideale e concreto, tra Occidente ed Oriente, tra due culture diverse, ma legate da molteplici elementi di comunanza, per il loro approccio distante sia dalle letture integraliste, sia dalle semplificazioni sincretistiche a cui sembrano incapaci di sottrarsi proprio coloro che ci presentano, ad ogni pie' sospinto, la caricatura delle due "civiltà"). L'editore, nella copertina del libro, parla di "ruolo di mediazione", ma a mio avviso il termine è insufficiente, poiché non si tratta di una compravendita che necessiti di un sensale, capace di trovare un punto d'intesa, togliendo, per approssimazioni successive, ora un po' all'una, ora un po' all'altra parte, fino all'accordo definitivo.

No, qui si tratta di due mondi che, nel rispetto reciproco delle proprie peculiarità e delle mutue diversità, e senza rinunciare alla propria identità, accettano, proprio anche in virtù del riconoscimento reciproco, di ammettere di essere un po' simili e parecchio diversi, ma consapevoli che questa diversità può farci crescere ed arricchire tutti e due assieme. E chi meglio può farlo di un intellettuale nato e cresciuto nella Fede del Profeta, ma inevitabilmente conscio conoscitore a quella di Cristo, se non altro per la sua localizzazione in questo ambito storico/culturale/ geografico ?

Per tutto ciò, ci pare estremamente utile che chi abbia interesse a capire questa religione e questa cultura che si stanno nettamente espandendo nelle nostre società trovi il modo e il tempo di dedicare qualche ora a questo bel libro. In esso, oltre alla "grandi" questioni, si trovano anche capitoli e paragrafi di estremo interesse quotidiano, che affrontano, di volta in volta, l'immigrazione e i rischi che comporta (dal razzismo strisciante, alla demagogia dell'integrazione, irrispettosa delle diverse culture e religioni), i problemi della scuola come quelli delle tematiche femminili.