IL DIALOGO, Luglio/Agosto 2004

 

RIFLESSIONI DI UN IMAM ITALIANO

 

Abbiamo intervistato Yahya Sergio Yahe Pallavicini, autore del saggio "L'Islam in Europa - Riflessioni di un imam italiano" (edizioni Il Saggiatore)

 

a cura di Stefano Minetti

 

Nella prima parte del libro intitolata "Una comunitá religiosa islamica italiana”, lei affronta il tema dei musulmani in Europa, ed in particolare i convertiti all'Islam interra Europea.

Il tema é molto interessante, soprattutto in considerazione del fatto che la manualistica tradizionale si concentra sui musulmani provenienti da terre islamiche, piuttosto che sui convertiti europei. Cita anche una statistica, da cui si desume che circa il 90% dei musulmani residenti in Italia é italiano. Molto spesso lei parla della presenza dei musulmani italiani e della loro importanza, ma vorrei che ci dicesse due parole sul vostro rapporto con i musulmani provenienti dai paesi extra europei: che tipo di rapporti e di frequentazioni avete? Sempre nel libro, lei parla della moschea al-Wahid di Milano, fortemente voluta dalla CO.RE.IS. Questa moschea é frequentata anche da soggetti extra-comunitari? Voi partecipate alla vita dei vostri confratelli, e se , come?

 Il Profeta Muhammad ha invitato i suoi compagni a non fare distinzioni di etnia o di sesso all'interno della sua comunitá ma in rapporto alla pratica della pietá spirituale. Questa virtú, spesso ignorata o associata erroneamente con l'assistenzialismo demagogico, rappresenta il vero parametro che caratterizza i rapporti fraterni tra i musulmani da 14 secoli in tutto il mondo.

Le origini etniche o i percorsi storici o sociali degli esseri umani non vanno enfatizzati a discapito di questa virtú.

Di conseguenza, i rapporti tra i musulmani italiani e quelli "extraeuropei", secondo la prospettiva della CO.RE.IS., sono simili a quelli tra musulmani italiani e gli altri musulmani europei "non extra": non facciamo distinzione tra musulmani se non nella pratica della pietá spirituale.

Sempre relativamente alla moschea di Milano e alle relazioni con lo stato italiano, lei si sofferma lungamente sulle difficoltá nell'ottenere un riconoscimento. Ma in che misura la CO.RE.IS. "rappresenta" il variegato mondo islamico in Italia? Di che natura sono i vostri rapporti con l'associazionismo di area islamica? Vi ritenete rappresentativi anche di quel 90% di musulmani immigrati? Siete conosciuti e, soprattutto, riconosciuti da loro?

La CO.RE.IS. rappresenta il "variegato" mondo islamico in Italia perché é l'unica organizzazione nazionale che riconosce il valore della tradizione profetica quando ribadisce che "le differenze nella mia comunitá sono una Misericordia".

 Associazioni a vocazione esclusivista o emanazione di una particolare politica nazionale straniera non possono rappresentare la dimensione universale dell'islam nella specificitá italiana. Quest'ultima prospettiva che la CO.RE.IS. ha presentato nei suoi numerosi incontri istituzionali con i Ministri degli Affari Religiosi di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Iran, Iraq, Bangladesh, Pakistan, Malesia, Indonesia, Brunei ha trovato un pieno sostegno e soprattutto trova un crescente interesse da parte dei numerosi musulmani che vogliono vivere la loro fede dignitosamente e liberamente in Italia senza essere l'oggetto di ambigue reti ideologiche.

Cambiando argomento, sempre all’inizio del libro lei parla del medioevo, e soprattutto dello spirito della cultura dell'epoca, in particolare l'approccio che avevano i cittadini e le comunitá rispetto alI'alteritá. Si sofferma molto sul valore della tradizione. Ora, mi sembra condivisibile che il ruolo della tradizione fosse piú forte di oggi, ma non so quante occasioni di "scambi culturali" ci fossero, se non in un contesto di pura prossimitá geografica, e per esperienze piuttosto limitate nello spazio e nel tempo... faccio fatica a riconoscere nei castelli, e in ció che rappresentano, o nei monasteri, un segno di apertura e di dialogo... non crede? Sicuramente la componente escatologica era importante ... ma questo depone ipso facto a favore della tradizione e dell'apertura verso l'altro?

 II quadro tradizionale e il richiamo escatologico presente in ogni civiltá, a prescindere dal fatto che gli uomini vivano in castelli, monasteri, tende o templi, ha sempre inserito la conoscenza dell'altro nella prospettiva di una migliore conoscenza di se stessi e della creazione divina e nella funzionalitá di una maggiore armonia dell'universo. La perdita di questa dimensione rischia di far scadere gli "scambi culturali" in "baratti consumistici" dove le qualitá dell'altro sono acquistate "a vil prezzo" con una intenzione che non é mai culturale, nel senso di una ricerca della conoscenza, ma "commerciale", nel senso di una soddisfazione interessi personali. Il dilagare dell'avarizia e dell'orgoglio nel collezionismo folcloristico e della superficialitá dei giudizi e dei pregiudizi nei confronti dell'altro sono tra i segni evidenti di questa crisi.

Nel libro parla piú volte di tradizione e globalizzazione. Per quanto riguarda la tradizione, e soprattutto il rapporto con essa, possiamo definirlo un tema "classico" per qualsiasi saggista mediorientale, ed un leitmotiv per molte altre culture tradizionali. Ma per voi? Cos'é per voi la tradizione? Per voi la tradizione é un qualcosa di innovativo, di diverso dal valore che ha presso altri, in quanto figli di due culture? Quanto meno lo vivete in un modo apparentemente molto lontano dalle culture islamiche storicizzate....

Se si riferisce al fatto che sono figlio di un padre italiano e di una madre giapponese, ebbene , lo ammetto, sono figlio di due culture. Quale di queste due sia "innovativa" o "storicizzata" non saprei. Da musulmano credo che "Dio rinnova il miracolo della creazione ogni istante", di conseguenza il ciclo della storia partecipa di questo costante rinnovamento che rappresenta l'espressione della tradizione sacra dalle origini del mondo.

Dio si esprime a riguardo della tradizione nel Sacro Corano usando i termini Din al-fitrah, la Religione naturale, e Din al-qayyima, la Religione assiale o Tradizione Primordiale. Per un musulmano la sua storia si inserisce "naturalmente" all'interno di questa "Tradizione" sacra, dove l'Onnipotente ci ha collocati a tempo determinato facendoci partecipare al ciclo della creazione e della Sua manifestazione. Sia per mio padre, che per mia madre, che per me, come per ogni musulmano pio, la prospettiva culturale principale é quella religiosa e quindi legata alla sacralitá della tradizione d'origine nella quale puó integrarsi anche quella temporale legata alla tradizione familiare e del contesto sociale nel quale si nasce. Integrazione non confusione.

Rispetto alla globalizzazione e al rapporto con la tradizione, lei dice lungo tutto il libro delle cose interessanti. Ritiene che il movimento no-global, o comunque la resistenza diffusa ad un certo tipo di globalizzazione sia un movimento che possa portare a qualcosa di buono, o la considera semplicemente un'espressione un naif di un sentire diffuso? Alla globalizzazione ed alla lotta contro la globalizzazione lei contrappone l'universalitá dell'islam. In cosa consiste l'analogia tra i due? O su quali basi possiamo istituire un paragone tra un universalismo religioso ed una visione laica, quale quella della globalizzazione sembra essere?

lo non contrappongo l'universalitá dell'islam alla globalizzazione né all'opposizione no-global. Le mie riflessioni cercano di contribuire proprio ad evitare dei banali e limitati schieramenti dove proprio i musulmani sembrano costretti a scelte o associazioni che sono completamente indipendenti dalla loro islamicitá o religiositá. Da un punto di vista religioso islamico una globalizzazione che voglia imporre un modello unico di civiltá secolarizzata é inaccettabile e utopistico. Per impedire che ogni cultura, civiltá e comunitá religiosa rischi di perdere la propria identitá é necessario favorire una reazione congiunta, intellettuale, costruttiva e qualificata e non una rivolta disordinata e disobbediente.

Successivamente affronta il tema della Umma, della comunitá islamica. Vari studi mi hanno indotto a credere che nel mondo islamico la prioritá fosse per la comunitá, rispetto all'individuo. Questo é sicuramente cosí per l'epoca pre-islamica, ma mi sembra di poter dire che sia stato cosí per tutto il corso dei secoli, fino ad oggi. Lei, invece, sostiene il contrario, affermando che l'islam ha permesso ai suoi adepti una piena affermazione del sé. Ci vuole dire due parole in merito? E poi, cosa ritiene ci sia di concreto e cosa di ideologico in questa visione cosí totalizzante della Umma, specie da quando é stata sviluppata da certe correnti ideologiche pan-arabiche e/o pan-islamiche che lei critica?

Le ideologie correnti del panarabismo e del panislamismo hanno manipolato la natura tradizionale della comunitá islamica per promuovere una evangelizzazione islamista che possa trovare la sua espressione in un comunitarismo assoluto dove tutti i musulmani devono sentirsi missionari e militanti mentre chi volesse continuare ad essere un fedele musulmano secondo l'esempio tradizionale della civiltá islamica da secoli é considerato un infedele come tutti gli altri non musulmani. Questo modello di "globalizzazione islamista" rappresenta la parodia della comunitá del Profeta di tutti i tempi dove, al contrario, ogni uomo e donna ha la responsabilitá di concorrere, secondo le proprie possibilitá, al funzionamento di tutta la societá, "gareggiando nelle buone opere" e trovando in questa partecipazione l'arricchimento interiore ed esteriore utili alla salvezza dell'anima e, in sha'Allah, alla realizzazione della santitá. Si tratta di non confondere il comunitarismo ideologico con la comunitá religiosa, né l'altruismo con l'apertura intellettuale, né "l'affermazione di sé" con la realizzazione del Sé. É la stessa differenza che esiste tra l'individualismo e la spiritualitá autentica.

Poche righe oltre aggiunge che: "... non essendovi nell'islam né un clero, né una chiesa, le diverse correnti e scuole spirituali hanno potuto coesistere con maggiore libertá, e quando sono veramente ortodosse, si riconoscono reciprocamente...': Sia pensando ai paesi arabi, che ad altre realtá quali quella dell'India, per esempio, non mi sembra che le cose siano andate cosí "pacificamente". cosa intendeva dire? Anche sul reciproco riconoscimento, specie oggi, mi sembra che ci sia ancora molta strada da percorrere: sbaglio?

Oggi, in Europa, in India, nei Paesi arabi, gli uomini stanno dimenticando cosa siano le correnti e le scuole spirituali. Maestri come San Francesco, Meister Eckart, Shankaracharia, Al-Ghazali, Ibn al-'Arabi, vengono strumentalizzati solo nei ghetti pseudoculturali o pseudoesoterici. La realtá é diversa. Il livello di profonditá spirituale raggiunto da alcuni straordinari rappresentanti e rinnovatori intellettuali della propria religione ha sempre permesso un nuovo ciclo di pace e conoscenza. Purtroppo, raramente questa influenza viene riconosciuta dalle gerarchie e dai fedeli dell'epoca ma questo non toglie nulla alla portata di vitalitá spirituale ritrasmessa. Nella Spagna islamica il rabbino Maimonide seppe promuovere riflessioni di convergenza intellettuale tra musulmani ed ebrei. Perché non sperare che ció possa avvenire anche in Italia oggi, al riparo dagli eventi spettacolo o dagli incontri diplomatici?

Un altro tema da lei toccato é la differenza tra mondo islamico e mondo arabo. In effetti questa confusione é diffusa, e molto spesso induce ad equivoci. Peró, di fatto, la lingua araba é il fattore che accomuna tutti i musulmani in quanto é la lingua in cui é stato rivelato il testo sacro dell'islam. Per un lungo periodo le traduzioni del Corano nelle varie lingue non erano bene accette. Non crede che il fatto di pregare in una lingua fondamentalmente sconosciuta, renda ancora piú difficile comprensione del testo? Qual é il senso, per voi, nel continuare a pregare in una lingua cosí ostica da non essere correntemente parlata nemmeno nei paesi arabi? Apparentemente é una questione secondaria, ma come é successo anche in altre tradizioni, a noi forse piú vicine, l'incomprensione del testo ha dato spazio a delle manipolazioni ideologiche. L'islam non corre questo rischio?

L'islam e i musulmani non corrono questo rischio, possono correrlo solo coloro che progressivamente si dimenticano o vogliono misconoscere le corrispondenze sacre dei mezzi e delle forme rituali.

La lingua che "accomuna tutti i musulmani" é il suono con il quale Dio ha chiamato il Profeta e i suoi compagni di ogni tempo a invocarLo nelle loro preghiere. Si tratta del linguaggio della Rivelazione e non di una lingua convenzionale. É la lingua del Sacro Corano che non coincide con il linguaggio degli arabi, tantomeno con quello dei dialetti nazionali contemporanei. Ció che accomuna i musulmani non é la lingua ma la fede anche se sono gli stessi arabi musulmani a dimenticarlo, dimenticandosi anche dell'esistenza dei loro fratelli cristiani. La confusione tra fede universale e nazionalismo linguistico é simile a quella tra fede e ragione. Non si tratta di "rendere meno difficile" la comprensione del testo ma di predisporsi ad una comunicazione con l'Altissimo sull'esempio di ció che avvenne al re cristiano di Abissinia quando gli immigrati musulmani gli recitarono i versetti del Sacro Corano sulla figura di Maria, madre di Gesú.

Infine, lei sostiene una sorta di comunanza, di fratellanza, dell'Islam nei confronti delle altre religioni monoteiste. Questo puó essere vero, e ce ne sono in effetti degli echi nel Corano. Peró, se da un lato cristiani ed ebrei negano la profeticitá della missione di Muhammad, dall'altra il Corano . stesso nega i dogmi della fede cristiana. Su quali basi si puó costruire un dialogo, partendo da basi cosí lontane?

Sulla base comune di un riconoscimento della validitá salvifica di tutte le religioni ortodosse, con l'intenzione di ridimensionare le rispettive dottrine sociali o i tentativi di evangelizzazione dei passato, per lavorare insieme con la finalitá di ritrovare una fratellanza spirituale, non buonista, ma che sappia garantire a tutti i fedeli un argine intellettuale nei confronti del materialismo e una vita nel rispetto del sacro e nell'adorazione del Dio Unico. Unitá nella molteplicitá delle provvidenziali differenze, senza sincretismi e con fede nel mistero della Veritá.