SECOLO D’ITALIA, 20 luglio 2004
Dialogo tra culture diverse: “L’Islam in Europa”,
un libro di Yahya
Sergio Pallavicini
Un imam italiano consiglia…
La proposta di una convivenza possibile al riparo da tutti
gli integralismi
Una
classe tutta musulmana: cosa penseranno gli esponenti del pensiero tradizionale
dell'Islam dell’idea di quel preside milanese che ha
fatto tanto discutere? E probabile che la considerino una trovata bizzarra:
non c’è nulla di più estraneo a una religiosità
realmente vissuta che blindare la propria pratica di fede. Che senso
potrà mai avere rinchiudersi in un recinto etnico-confessionale
in ossequio a un equivoco multiculturalismo,
formalmente buonista ma sostanzialmente razzista?
Ecco ad esempio che cosa scrive l’imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini: “... La creazione di un modello religioso “alternativo”,
come quello che potrebbe promuovere specifiche scuole confessionali, rischia di condurre alla creazione di ghetti dove i membri di
ciascuna comunità religiosa vivrebbero e studierebbero separatamente da quella
delle altre, senza alcuna forma di scambio o di reciproca conoscenza, ma anzi
finendo per attribuire erroneamente alle religioni l’origine di tali barriere
divisorie”. Il problema del musulmano, come del fedele di qualsiasi altra
religione alle prese con il pluralismo, è quello della comunicazione. La
comunicazione non è naturalmente il bene in sé (come certo
relativismo sostanzialmente ateo porterebbe a pensare), ma è lo
strumento necessario per raggiungere il bene della comunità. Queste riflessioni
sono contenute in un interessante libro che può sicuramente favorire il
dialogo tra le diverse confessioni religiose disattivando la mina
dell’intolleranza e della violenza: “L’lslam in Europa -Riflessioni di un imam
italiano”, con prefazioni di Rocco Buttiglione e Amos
Luzzatto (Il Saggiatore, pp. 222, euro 15). Quando Pallavicini ha scritto questo libro
non poteva ovviamente sapere delle discussioni prodotte dall’idea della classe
islamica. Ma il suo approccio al problema della reciproca
conoscenza tra religioni diverse offre gli strumenti adatti a
orientarsi in una materia quanto mai complicata, e questo per la sopravvivenza
di stereotipi e rigidezze ideologiche di diverso segno e di diversa ispirazione,
che purtuttavia conducono a visioni egualmente
mistificatorie dell’Islam e della sua diffusione in Europa. All’occidentalismo imperialista
di una Oriana Fallaci (una posizione che trasforma quel certo vuoto etico-spirituale presente nella nostra società in uno
stendardo di combattimento), si contrappongono il neo-terzomondismo degli
occidentali all’Agnoletto o alla Gino Strada, i quali
riconvertono in ideologia i sensi di colpa per l’eredità coloniale
dell’Europa, posizione che poi sfocia fatalmente nel neobigottismo politically correct,
come appunto quello del preside di cui sopra. “... Così in Occidente -
osserva Pallavicini - si è passati in breve tempo dal
multiculturalismo esclusivo dell’uomo bianco, unico
esempio di persona istruita con la missione di civilizzare il mondo, al multiculturalismo assistenzialista
e demagogico che, tra i sensi di colpa per i misfatti
del passato e le crisi esistenziali del presente, promuove la “tolleranza
dell’altro” ovunque”. Sono parole di grande equilibrio proprie di chi come l’autore
del libro, tenta di indicare una via alternativa a quelle, oggi purtroppo
egemoni, degli integralismi contrapposti (quello occidentalista
e quello islamista) o dell’indifferentismo
edonista, atteggiamento tipico di quella parte dell’opinione pubblica
occidentale che continua a vivere in una sorta di ridanciana decadenza,
indifferente ai segnali inquietanti che arrivano dal mondo. E si tratta di una
posizione complementare a quella degli integralisti, dal momento che può produrre solo risposte
irrazionali alla sfida del terrorismo globalizzato.
La tradizione religiosa, per Yahya Pallavicini, non ha bisogno di sigle e marchi etnici per
affermarsi. I luoghi della sapienza sono privi di steccati e recinti. “Nelle
civiltà tradizionali autentiche le città erano aperte a
una comunicazione naturale tra persone, tutte unite (...) dalla ricerca di un
bene comune al quale si poteva tendere insieme a prescindere da considerazioni
sulla posizione sociale, sul livello culturale, sull’origine familiare o sulle
apparenze esteriori “diverse””. L’islamismo degli
integralisti, tutto rivolto ad elevare barriere tra i popoli e a
trasformare la fede in fattore di mobilitazione politica, non ha nulla di
autenticamente tradizionale: partecipa anzi dell’identico veleno,
l’ideologismo, di quello stesso Occidente che dichiara di combattere. “il
fanatismo confessionale rappresenta la radicalizzazione
di un sentimento religioso utilizzato come mezzo di reazione alla globalizzazione da parte di chi teme di perdere la propria
identità. Paradossalmente, questa opposizione, oltre a
produrre reazioni estranee alla dottrina di qualunque religione, evidenzia lo
stato di decadenza in cui si trovano le comunità religiose dopo secoli di
confronto con la secolarizzazione e il mondo moderno”. La posizione più saggia è
quella di islamici che abbiano “maturato una profonda
consapevolezza della natura del pensiero occidentale contemporaneo” e che per
tale motivo esprimano “serenamente la possibilità di mantenere una
corrispondenza tradizionale e religiosa anche nel mondo moderno”. La modernità
non va ne combattuta né glorificata, va piuttosto attraversata nella
consapevolezza della validità perenne dell’insegnamento di fede. Questa
posizione di grande equilibrio deriva naturalmente dal fatto che Yahya Pallavicini è un islamico
d’origine europea e come tale capace di operare una sintesi culturale di
vasto respiro. In altri casi, quando i musulmani vengono da
altri continenti, tale lavoro non risulta spesso semplice. Non risulta soprattutto semplice quando, al profilo etico-culturale, si contrappone il fatto etnico-politico. E’ in questi casi che la modernità viene vissuta come minaccia, con il rischio della deriva
integralista e della religione trasformata in connotato ideologico; Ma
proprio per questo la funzione degli esponenti religiosi come Pallavicini risulta assai preziosa: spetta a costoro lanciare
i ponti tra culture diverse, non in vista di improbabili sincretismi, ma in
nome di quella verità naturale dell’uomo presente in tutte e tre le religioni abramiche.
Se
vogliamo scongiurare lo “scontro delle civiltà”, altra strada non c’è.