LA
REPUBBLICA, 3-9-2004
Di Zita Dazzi
Nato musulmano da padre italiano e
madre giapponese, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, imam della moschea al Wahid di
via Meda 9 e vicepresidente della Co.re.is (Comunità religiosa islamica), è un
quarantenne col sorriso aperto e la parlantina veloce. Studi all'estero e
consulenze ministeriali a Roma e in Europa, ambasciatore in Vaticano e membro
della Muslim World League, Pallavicini racconta con timidezza di esser stato
anche mediatore nella difficile trattativa per la liberazione dei tre ostaggi
italiani Agliana, Cupertino e Stefio. Da domenica sarà alle giornate per la
pace fra le religioni organizzate dalla Comunità di Sant'Egidio e
dall'Arcidiocesi. Fra gli altri, incontrerà il presidente Senegalese Abdoulaye
Wade, Ibrahim Ezzedine, consigliere presidenziale degli Emirati arabi uniti e
MuthannaAl Darì, del consiglio degli Ulema in Iraq.
Milano capitale del dialogo fra le religioni.
«È una grande occasione che si presenta alla città, che aspira a un
ruolo di laboratorio nazionale per la convivenza fra le culture. Una
coesistenza possibile proprio perché questa città guarda all'Europa,
quell'Europa dove è possibile sviluppare un Islam moderato, che metta fine a
tutti i fanatismi».
Il momento in cui cade quest'evento è
drammatico.
«Proprio per questo l'incontro per la pace organizzato a Milano acquista
grande valore. Noi uomini di fede saremo lì a testimoniare con la nostra
presenza e le nostre parole che la vera fratellanza spirituale fra fedi diverse
è non solo possibile ma anche necessaria».
E le differenze fra le religioni, quelle per
cui si combattono le guerre dei nostri giorni?
«Le differenze vanno rispettate, ma ricordiamoci che le tre grandi
religioni monoteiste in fondo credono nella stessa realtà spirituale, nello
stesso Dio».
Un concetto forte, detto da un islamico.
«Chiamiamo in modo diverso lo stesso Dio che si è rivelato agli uomini
in epoche diverse. Le dottrine hanno interpretato la stessa realtà in modo
differente, ma ebrei, cristiani e musulmani parlano dello stesso unico Dio».
Gli integralisti non saranno d'accordo.
«I fanatici danno interpretazioni sbagliate, fanno confusione. Quando la
religione è interpretata su basi ideologiche e di potere, Dio diventa il
"tutor", non è più l'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, ma
viceversa. È la strumentalizzazione della religione a fini terreni di potere».
Sta negando la differenza fra le grandi
religioni monoteiste?
«Ogni dottrina ha le sue specificità
che vanno rispettate, ma noi come religiosi crediamo che nel miracolo
dell'onnipotente c'è il miracolo delle nostre vite diverse. Ci accomuna il dono
della vita che viene dal Dio che ha voluto diverse famiglie, diversi popoli e
diversi sessi, tutti amati nello stesso modo».
E
quale senso può avere il dialogo fra le fedi per chi non crede?
«Il messaggio che noi vogliamo dare è
che non ci sono culture o religioni inferiori, ma che la possibilità di
salvezza e di santità sono possibili per tutti gli uomini in ogni religione e
in ogni luogo del mondo».
Nel
mondo islamico queste idee sono condivise?
«All'interno del mondo islamico ci sarà
un lungo lavoro da fare. Oggi l'Islam vive una crisi di identità, un momento di
confusione, c'è una incapacità di relazione con gli altri. Ma noi islamici
europei pensiamo che sia possibile il confronto con la civiltà occidentale e
con le altre fedi, fuori da ogni settarismo e da ogni competizione».
Bisognerebbe spiegarlo a chi
taglia le teste in Iraq e anche a qualcuno che abita in Italia.
«Purtroppo i fanatici e gli estremisti esistono e sarà lungo il cammino
per isolarli. Ma io nutro buone speranze che al nostro interno ci siano le
energie, per arrivare a una convivenza pacifica e a una vera integrazione. Per
questo abbiamo chiesto il riconoscimento allo Stato italiano con il quale
vogliano sottoscrivere un'intesa che garantisca sui nostri scopi e sul nostro
desiderio di rispettare le leggi nazionali».
E
a Milano che succederà?
«Non vogliamo una grande moschea,
specie se questa si pensa debba diventare il centro di un suk, di un quartiere
etnico con mercatini e ristoranti stranieri. Preferiremmo una rete di piccole
moschee, realtà grandi come quelle parrocchiali. Luoghi aperti, trasparenti,
alla luce del sole dove non si creino grandi assembramenti di persone. Infatti
qui in via Meda 9, con l'autorizzazione del Comune, sono partiti i lavori per
la costruzione di una nuova moschea».
Qual
è il rischio di avere una grande moschea come c'è a Roma?
«Per avere un grande luogo di culto
bisognerebbe andare in periferia, si rischia la ghettizzazione, l'auto
isolamento, la creazione di un quartiere staccato dalla vita della città».
E
sulla classe o la scuola islamica che cosa pensa?
«Sono contrario. Anche qui il rischio è
la ghettizzazione, quando il nostro obiettivo dev'essere l'integrazione. Ho
scritto anche al ministro Moratti, di cui sono consulente, sostenendo la tesi
del direttore scolastico regionale Dutto. Noi siamo per le classi miste, dove i
ragazzi di religione di diversa possano crescere assieme».
È
ottimista?
«Sono pieno di speranze. Compito dei
religiosi dovrebbe essere il realismo, la vita è un percorso nella realtà. Non si
può cambiare il mondo, se non si parte dal cambiamento della nostra arroganza e
del nostro vittimismo nei confronti dell'altro».