IL FEDERALISMO, 6-9-04

 

Italia, comoda culla dell’Islam militante

 

Certe correnti ideologiche in Italia hanno fatto presa su persone che nel loro Paese non erano religiose. A lanciare l'allarme è I'Imam milanese Yahya Sergio Paliavicini. Che avvisa: «Attenzione, tra i moderati c'è chi lo è solo a parole»

 

di Alessandro Cornali

 

Ci sono persone che nel loro Paese non erano neppure praticanti, ma quando sono arrivate in Italia hanno scoperto l'Islam militante». A lanciare l'allarme non è un parlamentare della Lega Nord, ma un imam musulmano, Yahya Sergio Pillavicini, vice presidente del Coreis, Comunità Religiosa Islamica di Milano. Uno dei firmatari del Manifesto dell'Islam democratico. Secondo il quale la situazione in Italia è abbastanza critica e l'Islam ha bisogno di recuperare la sua spiritualità per risolvere i contrasti che lo stanno dilaniando. L'imam Pallavicini difende il velo, ma è contrario alle scuole coraniche perché si rivelerebbero dei ghetti che non favorirebbero certo l'integrazione È contrario all'eccessiva modernizzazione dell'Islam che propone l’imam di Marsiglia, ma afferma che le minoranze religiose in Italia devono riconoscere il primato della chiesa cattolica che ha contribuito a fare la storia di questo Paese.

 

  Imam Paliavicini, l'assassinio di Enzo Baldoni, il sequestro dei due giornalisti francesi; i 12 nepalesi assassinati, l'Algeria... cosa sta succedendo nel mondo islamico?

«C'è una crisi di identità diffusa e un prevalere di una dimensione ideologica che ribalta le gerarchie tra fede, ragione e coesistenza, per cui di fatto c'è un processo di grave crisi identitaria dal punto di vista religioso e di conseguenza prevale una dimensione di politicizzazione o di socializzazione dove il carattere islamico è concepito su basi puramente settarie. Di fatto uno dei problemi è la contrapposizione tra un mondo occidentale concepito come arti islamico e un mondo islamico concepito - e questo lo dico io da musulmano e da imam - non religiosamente, perché è una enfatizzazione ideologica emotiva».

  Il terrorismo è una manifestatone di una enfatizzazione ideologica emotiva?

«Il terrorismo è la manifestazione consequenziale di questa deviazione ideologica che trova una sua giustificatone in questa barbarie eversiva».

  Il gran Muftì di Marsiglia ha detto che “la soluzione passa attraverso la fine dell'anacronismo tra la nostra fede e il nostro tempo". È d'accordo?

«No, perché lui fa parte di un altro eccesso ideologico ed emotivo di coloro che vorrebbero riformare l'Islam su basi di protestantesimo umanitario: la modernizzazione dell'Islam che, diventando simile al pensiero diffuso dell'occidente contemporaneo sarebbe meglio integrato e compatibile. Invece non è così. La soluzione è che l'Islam ritrovi, come ogni religione, la sua identità e il suo carattere che è squisitamente religioso. E possa ritrovare il modo di esprime questi valori e questi principi universali in armonia con il tempo e con il mondo».

  Lei dice che l'Islam deve recuperare la sua identità che è unicamente religiosa, quindi dovrebbe cessare di essere applicata la Sharia, il codice di leggi che lega la religione alla politica?

«Questa è una buona domanda, è un altro dibattito, molto più sottile. È un dibattito su come l'identità veramente religiosa dell'Islam trova il suo modo di porsi in un contesto giuridico e politico diverso. E qui si tratta di dialogare con interlocutori affidabili per trovare prospettive che possano integrare i due aspetti. Non si tratta di concepire la Sharia all'interno del diritto costituzionale italiano, ma di trovare come ogni costituzione democratica presuppone, all'interno della libertà di culto, la possibilità anche per i musulmani di praticare il loro culto in conformità e in rispetto del sistema giuridico e politico dello Stato. Per cui è la comunità che deve conformarsi al sistema locale e non, come vogliono gli islamsti, islamizzare la conoscenza. Bisogna prima conoscere il vero Islam».

  Lei dice "conoscere il vero Islam", parla di integrazione, altri parlano di tolleranza, ma perché nei Paesi islamici non è ancora accettata la reciprocità delle fedi? Perché un turista musulmano può entrare in San Pietro e io, turista cattolico, non solo non posso avvicinarmi alla Mecca, ma non mi posso portare neppure una bibbia in Arabia Saudita?

«Il caso dell'Arabia Saudita è eccezionale, dovremmo concepire il dialogo sulla storia dell'Arabia Saudita e politicamente alle specificità della dinastia saudita, che è stata costruita togliendo dinastie più tradizionali e più rispettose delle minoranze religiose per motivi di carattere politico, come venne creata la dinastia di Hussein in Giordania e gli Stati nazione nel mondo arabo islamico. Questa creatone artificiosa ha contribuito in buona parte a quella confusione tra nazionalismo arabo e identità islamica rivendicata su basi ideologiche. E questo crea quella limitazione culturale che fa sì che in alcune istituzioni politiche meno moderate del mondo arabo islamico ci sia questa volontà di affermare una volontà islamica in contrapposizione con altre fedi. In alcuni Paesi più equilibrati come il Marocco questo non avviene. Non solo c'è una partecipazione femminile, ma ci sono anche ebrei e cattolici nelle alte cariche dello Stato. Vi è una libertà di culto diffusa e anche simboli come il velo vengono usati o non usati liberamente».

  A proposito del velo, Forza Italia ha presentato un progetto di legge che vieta il velo negli uffici pubblici, un po' come è avvenuto in Francia. Che ne pensa?

«Non vedo qui le motivazioni che hanno spinto una certa corrente politica francese a promuovere un divieto che in Francia è rivolto a tutti i simboli religiosi, con la motivazione di simboli di ostentazione. In effetti la motivazione saliente era quella di cercate di agevolare la soluzione di situazioni di profondo degrado, che nelle periferie di alcune città francesi le donne non velate subivano dai loro stessi confratelli. In Italia non ci sono le problematiche sociali che ci sono in Francia. Noi vorremmo portare avanti il buon esempio di rispettare tutti i simboli religiosi pur ribadendo che ogni minoranza religiosa in Italia dovrà riconoscere e rispettare i simboli della religione prevalente e che ha contribuito alla storia dell'Italia, cioè il cristianesimo cattolico».

Dalla parte opposta c'è stato il liceo Agnesi di Milano dove il preside avrebbe voluto creare una classe speciale per studenti musulmani. Le pare un buon modo per portare avanti un processo di integrazione?

«No, decisamente. Sono contrario a queste forme di ghettizzazione, soprattutto in una scuola pubblica. Credo che i figli di famiglie musulmane debbano già vivere a scuola il riflesso di quello che sarà la società del domani, dove le persone comunicano, si conoscono e collaborano tra loro pur riconoscendo le reciproche differenze. Su questo sono d'accordo con l'onorevole Borghezio che ci deve essere un'identità forte. Che però non vuol dire un'identità radicale, da islamista, per intendersi. Vuol dire un'identità consapevole dei propri valori e proprio alla luce di questa consapevolezza possa aprirsi anche a valori che vengono manifestati in forma diversa. Per tornare alla scuola credo che le scuole islamiche confessionali non sono una priorità, anzi oggi rischiano di essere un danno perché creano una ghettizzazione della conoscenza e dei rapporti tra i bambini».

Tornando alle similitudini tra Italia e Francia in questi giorni è saltata agli occhi una differenza sostanziale tra le due comunità: Oltralpe gli islamici si sono mobilitati, hanno fatto manifestazioni per chiedere la liberazione degli ostaggi, qui da noi silenzio assoluto. I rappresentanti della comunità hanno parlato solo per fare le condoglianze: perché non vi siete espressi prima della morte di Baldoni?

«C'è un divario anche numerico. Sono sei milioni i musulmani in Francia, sono tre generazioni come minimo e soprattutto la prima generazione era di una certa qualità. Noi invece ci troviamo distribuiti in maniera eterogenea sul territorio, con altre priorità e poi non nascondo che purtroppo in Italia l'immigrazione è nuova, acerba e probabilmente alcune correnti ideologiche fanno presa in una parte di immigrati musulmani che riscoprono stranamente una ideologizzazione dell'Islam che non avevano quando sono partiti dai loro Paesi d'origine dove probabilmente non erano neanche molto praticanti. È una situazione molto diversa come storia».

Sta dicendo che ci sono persone che si sono scoperte religiose in Italia e che ce ne sono altre molto influenti in grado di non fare muovere l'opinione pubblica islamica in una situazione di questo genere?

«No, escludo che ci sia stata una manovra per impedire un movimento popolare. Qui in Italia la comunità islamica non è unita, non è coordinata e ha altre priorità nel quotidiano. Del milione di musulmani, ci sono pochi che possano essere in contatto o garantire una risposta di massa. F una questione più di organizzazione. Se ci fosca una questione di dietrologie gerarchiche sarebbe preoccupante, ma oggi non ho motivo di poterlo dire o pensare».

In un recente sondaggio presentato da una televisione privata l'84% degli interpellati vede in ogni musulmano un possibile terrorista. Un dato preoccupante.

«Decisamente con alti e bassi sta riprendendo un alto rischio di islamofobia. lo non cavalco l'alta emotività dei musulmani che invece vogliono rivendicare i loro diritti, il problema è che qui ci sono delle deviazioni che fanno scalpore e che andrebbero risolte con una certa attenzione e immediatezza, però purtroppo va detto che a queste deviazioni si aggiunge anche una scarsa conoscenza».

Forse perché il mondo islamico appare chiuso in se stesso: se il centro islamico di viale Jenner a Milano aprisse le sue porte al pubblico una volta l'anno per fare vedere cosa si fa al suo interno forse ci sarebbero meno preclusioni.

«Io conosco un po' tutto lo sviluppo dell'Islam europeo, e mi permetto di dire che oggi la situazione in Italia è abbastanza critica...»

Da quale punto di vista critica?

«Nel senso che i punti di riferimento... Il centro di via Jenner io l'ho frequentato diversi anni fa e so che ha avuto alti e bassi. Per cui non so se sarebbe istruttivo, anche solo per il quartiere, che viale Jenner si aprisse».

  Comunque è considerato il centro islamico di riferimento in città, il più noto.

«Questo è discutibile. Se qui nomea si diffonde è inevitabile che l'italiano medio può pensare che quello è l'Islam In realtà il problema è che quello è stato un luogo che, su iniziativa di alami egiziani in origine, voleva cercare di aggregare dei connazionali per fare la preghiera del venerdì. Poi le cose si sono sviluppate, nel senso che ha prevalso una corrente ideolo gita militante nella conduzione di quel centro. Se lei va lì trova una dimensione di Islam praticato senza che ci sia qualcuno in grado di spiegarle cosa stanno facendo. Pregano e basta. Che poi abbiano cercato di darsi una patina più culturale e di maggiore visibilità facendo dichiarazioni molto scontate, io aedo che sia lodevole, ma non sufficiente Questo non rassicura gli italiani. A creare dal nulla un cosiddetto Islam moderato, dove poi entrano anche i musulmani opportunisti che non credono in alcun modo alla moderazione, non si rassicura l’opinione pubblica. Finché non si diffonderà tra i musulmani una dimensione unicamente spirituale, integrata nella cultura italiana saranno tutti degli escamotage un po' parziali. Migliori del dilagare dell'ideologia militante, però poi alla fine non sapremo quanto siamo riusciti a governare i musulmani o quanto invece rischino di scoppiare come purtroppo accede ancora in Francia. Allora la soluzione è di dare a ogni cosa la sua realtà l'Islam è una religione, si comporti come tale. La politica in Italia è basata su leggi che non possono essere islamiche. E glielo dice un imam musulmano».

Ultima domanda a proposito dell'Iraq. C’è chi dice `cosa altro deve succedere per convincerci che ce ne dobbiamo andare'. Lei è d'accordo? L'Italia deve lasciate l'Iraq?

«Guardi, credo ci sia stata molta impreparazione da parte degli Usa nel concepire questa spedizione. Ciò detto noi siamo lì a fare i nostri interessi e a fare quelli del popolo iracheno. Purtroppo a nostro rischio e pericolo per la barbarie di alcuni cosiddetti eserciti. Ma dobbiamo contribuire alla formazione di una società civile e a fare decollare questo governo iracheno per avere un interlocutore affidabile in Medio Oriente. Secondo me, adesso che ci siamo dobbiamo rimanere per orientare ancora meglio le cose. Sapendo che sarà dura e sarà lunga. Ma andarsene quando il governatore Allawi richiede la nostra presenza mi sembra assurdo. Anche perché è un uomo cui attribuisco una certa fiducia e se dice che dobbiamo rimanere è perché conosce anche i suoi e sa che altrimenti sarebbe il caos».