IL
GIORNO, 21-9-04
Di IlhamAllah Chiara Ferrero
Turbare
l’ordine pubblico o mancare di rispetto alle istituzioni pubbliche rappresenta
per un musulmano un peccato più grave di quello di dover difendere alcuni aspetti
secondari o esteriori della propria identità confessionale.
Questo
è un principio, comune al buon senso di ogni religioso
a prescindere dalla confessione d’appartenenza.
La mancanza di una conoscenza reale della propria fede anziché produrre
una ricerca di maggiore conoscenza sull’esempio degli insegnamenti del
Profeta, al contrario, spinge alcuni individui a farsi
della religione una propria interpretazione personale giungendo fino al punto
di invertire le priorità di ordine spirituale. Si arriva di conseguenza agli
eccessi di considerarsi una vera donna musulmana solo
se il corpo e il volto vengono integralmente coperti da un velo o da un abito
afgano al quale vengono attribuiti poteri e significati ideologici
che non trovano nessun riscontro con la
dottrina dell’Islam. Quest’ultima, in Oriente come in Italia, da 14
secoli, ha sempre fatto prevalere le virtù della propria femminilità come
caratteristiche della propria azione religiosa,
familiare, sociale, culturale nel mondo.
Si tratta quindi di ristabilire
un ordine che non dipenda dalla lunghezza o dal colore cupo di un pezzo di
stoffa ma dalla possibilità di integrare armoniosamente alcuni aspetti della
tradizione islamica vissuti con naturalezza e rispetto
del prossimo. Parallelamente, non si possono continuare a suddividere le donne musulmane in due categorie contrapposte, quelle
che portano il velo e quelle che non lo indossano, favorendo delle indagini
statistiche sul livello di ghettizzazione o di assimilazione. Ci possono
essere buone musulmane senza velo e cattive donne velate,
e viceversa. Quello che deve essere chiaro è che un buon musulmano deve essere
necessariamente un buon cittadino e che non può strumentalizzare l’ignoranza
della propria dottrina per legittimare un’offesa o una violenza contro chiunque essa sia diretta.