LA DISCUSSIONE, 11 marzo 2005

 

“Pace e fratellanza i pilastri dell’Islam”

 

ROMA – L’Islam non fa affatto rima con fonda­mentalismo. Un’equazione che non ha ragione di esi­stere. Parola di Abd al-Wahid Felice Pallavicini, Presidente della CO.RE.lS., Comunità religiosa islami­ca Italiana. Che rappre­senta la voce dei musul­mani moderati:

La Discussione si ca­ratterizza per essere un quotidiano di indirizzo cattolico, ecumenico, interreligioso. Ciò vuol dire soprattutto un’at­tenzione al dialogo e ai rapporti pacifici tra le religioni. Condivide l’utilità di sif­fatta operazione?

Chiediamo a Dio il soste­gno per questa iniziativa encomiabile e necessaria, in un tempo in cui si dimentica che le religioni sono rivelazioni del Dio unico di Abramo e se ne fanno delle questioni, o ideologiche o politiche o strettamente soltanto et­niche e geografiche o sto­riche e soprattutto nazio­nali. Non si tratta di fare della discussione fra gli Stati, ma della conversa­zione fra credenti nell’u­nico Dio e purtroppo que­sta realtà non è sufficien­temente visibile. Allora, auspichiamo a voi il pieno successo dell’iniziativa, perché è necessario che le cose non rimangano solo nei principi, ma vengano manifestate a un uditorio, a un’opinione pubblica che soprattutto per quan­to riguarda l’Islam, possa riconoscere che una reli­gione ha come fondamen­ti la giustizia, la pace, la fratellanza tra i popoli. E il dialogo fra le religioni si può fare solo se è fondato sui principi e non si è - mi perdoni il gioco di parole - fondamentalisti.

In Italia, così come in Occidente, in questa epoca storica si corre il rischio di equiparare l’Islam all’estremismo religioso. Un'assonanza che non ha ragione di esistere a ben guardare i principi che regolano la reli­gione islamica.

Si tratta degli stessi prin­cipi dell’unicità di Dio che ritroviamo nell’ebraismo e nel cristianesimo. “Credo in unum deum” che è l’e­spressione del monotei­smo abramico, “La ilaha illa allahi” in arabo, per la lingua sacra del Corano, è la testimonianza che non vi è Dio se non il Dio, congiungendo l’articolo “il” con la parola “Dio” per dare il senso dell’unicità. E allora quando noi diciamo “il Dio” traduciamo esat­tamente la parola: “Allah” che non è un Dio arabo, ma che è parola araba per dire il Dio, con l’articolo. Diamo subito un’impres­sione che Dio è l’assoluto, è l’unico. Le persone sono quelle che si rivolgono verso quel Dio assoluto che è naturalmente lo stesso per cristiani, ebrei, musulmani.

Che rapporti ha la comunità islamica con il Vaticano?

Domanda delicata, rispo­sta difficile, ma se mi per­mette sincera. Siamo incaricati personalmente dall’unica moschea uffi­ciale in Italia, che è quel­la di Roma, per i rapporti con il segretariato Vatica­no per il dialogo interreli­gioso. Purtroppo questo rapporto non è fatto sui principi del riconoscimen­to delle rivelazioni dell’u­nico Dio di Abramo, ma è abitualmente fatta come una generosa apertura umanistica nei confronti degli immigrati che sono la maggior parte delle presenze islamiche in Ita­lia. Come italiani di nasci­ta, e non soltanto coloro che abbiano acquisito la cittadinanza o si siano convertiti, siamo una mi­noranza e dovremmo ave­re il diritto e né abbiamo senz’altro l’onere o il dovere di ottenere dal nostro Governo che anche l’Islam sia riconosciuto come una delle religioni presenti nel territorio italiano. Cosa che non è ancora avvenuta.

Con il Papa invece le relazioni sono più cordiali rispetto alla Chiesa?

Si. Soprattutto in un mo­mento in cui siamo in ap­prensione per la salute del Santo Padre. Ricordo l’in­contro fatto ad Assisi, in­sieme alle comunità ebraiche, dove abbiamo espresso la dimensione in­teriore e contemplativa dell’Islam, dobbiamo ren­derci conto che è una fi­gura eccezionale. Incarna una spiritualità contem­plativa che oserei dire che è esemplare. Non possiamo pretendere lo stesso da tutto il suo entourage, e probabilmente e per questo che l’Italia non riesce a riconoscere l’Islam perché l’entourage, e non certo il Papa che ci ha invitato ad Assisi, ha una certa prevenzione a che venga riconosciuta una religione che non ha clero. Per paura che ad un certo momento anche il clero perda della sua autorità.

L’Islam dunque non ha intese con lo Stato italiano?

Assolutamente no. Le abbiamo richieste da anni, abbiamo richiesto perlomeno un riconoscimento della nostra organizzazione che si chiama CO.RE.IS., ossia Comunità religiosa islamica Italiana. Attendiamo da quattro anni il riconoscimento di quest’entità come ente morale. Così come è ente morale la moschea di Roma, dal ‘75, in virtù di accordi fra stati.

Il suo appello allo Stato italiano è di accelerare la procedura per il ricono­scimento?

Esattamente, per dare un senso conoscitivo del rico­noscimento che anche l’Islam è una religione che e presente in Italia con un milione di fedeli.

Riconoscere, però, la religione islamica oggi non potrebbe allarmare ancor di più gli italiani, preoccupati dalla presenza, sul territo­rio italiano, del fon­damentalismo reli­gioso?

Proprio per questo biso­gna dare l’impressione che si discrimina, che non si fa una guerra all’Islam, ma al terrorismo. Noi siamo i primi a farla, siamo il tar­get, coloro che sono colpi­ti dai nostri presunti cor­religionari. Proprio in que­sti momenti in cui si iden­tifica Islam con terrorismo diamo finalmente ricono­scimento che anche, sep­pur una minoranza, non solo ecumenica, non solo italiana, non solo europea, ma veramente religiosa, spirituale, contemplativa, è parte di questo Islam. Anzi, è quella che corri­sponde ai principi della Rivelazione, mentre le derive terroriste o integrali­ste, sono una deviazione che data purtroppo da cir­ca 80 anni, da quando hanno ucciso Sadat Men­tre l’Islam è qui da quat­tordici secoli, per cui non possiamo identificare una religione rivelata nell’an­tichità con una corrente ideologica nata in tempi moderni, forse anche per colpa di un certo orienta­lismo occidentale.

Come procedono le relazioni con il mondo ebraico?

Personalmente, torniamo da Bruxelles, da un’incon­tro, sponsorizzato dall’Ue e dal suo Presidente Bar­roso, tra cento imam e cento rabbini. Abbiamo sempre portato avanti il dialogo, sia a Gerusalem­me, dove siamo ogni an­no, sia qui a Roma, con Di Segni, con il rabbino Toaff dai tempi dell’incontro di Assisi nell’86. E natural­mente a Milano dove il rabbino ortodosso ha do­vuto cedere un po’ il pas­so a certe tendenze fon­damentaliste o perlomeno riformiste. Perché ci sono anche lì. Quello che noi diciamo su “Jesus” di feb­braio, è che gli ortodossi si intendono fra di loro, in­tendendo ortodossi nel senso etimologico del ter­mine, cioè i “regolari”, non gli eterodossi, non le set­te. Si scontrano non le ci­viltà, ma le persone che non sono più religiose. Il vero religioso non si scon­tra con gli altri. A Bruxel­les c’erano imam e rabbi­ni, questo non vuol dire che tutti i musulmani e tutti gli ebrei possano an­dar d’accordo.

Avete raggiunto accordi nella riunione in Belgio?

Abbiamo concordato del­le iniziative, siamo rim­proverati di non saperle ritrasmettere alla nostra comunità. Come il nostro caro rabbino Giuseppe Le­vi, che era con i colleghi rabbini, che ha maggiore possibilità di farlo. Gli ebrei sono qui da prima che ci fossero i cristiani. Per cui sono radicati nel territorio. I rabbini hanno una funzione sacerdotale che gli viene riconosciuta dalle loro comunità e so­prattutto anche dal Go­verno. Noi non abbiamo nessuna autorità, nessun riconoscimento, come possiamo indirizzarci a degli immigrati giovani, strumentalizzati dalle ideologie moderne, per farli diventare pacifici o pacifisti e religiosi? Quan­do non ci riconoscono neanche loro come mu­sulmani. Perché se mi permette la battuta, i mu­sulmani non ci riconosco­no come musulmani per­ché siamo italiani, e gli italiani, in generale, non ci riconoscono come ita­liani perché siamo musul­mani.

Questo è il grande problema. E quel detto strano che dice “non tutti i musulmani sono terrori­sti, però i terroristi sono musulmani”, purtroppo è vero, ma solo in parte. Bi­sognerebbe dire una cosa, che è ardua poter dire: è vero che non tutti i mu­sulmani sono terroristi, però tutti i terroristi non sono musulmani, ma so­prattutto arabi. Questo non per demonizzare un’etnia, perché c’è il buono e il cattivo da tut­te le parti. Però è eviden­te che il fenomeno del­l’integralismo è partico­larmente indirizzato da Paesi che vengono da un’origine etnica araba.

Anche perché noi qui in Italia siamo assediati nel Mediterraneo, quasi inte­ramente da Stati non isla­mici ma arabi. E crediamo di identificare l’Islam con gli arabi, dimenticando che ci sono i persiani, i turchi, gli indiani, ma an­che gli americani, gli in­glesi, i francesi e persino dei musulmani italiani. È questo il grande pregiudi­zio da sfatare.

In alcuni stati arabi vale la Sharia, la legge islamica appli­cata allo Stato. La condividete o la condannate?

Bisogna vedere cosa s’in­tende per Sharia. Anche lì, sono delle interpretazioni. Se un’interpretazione è letterale, la lettera uccide dice San Paolo, mentre bi­sogna interpretare i pre­cetti religiosi nella loro spiritualità. Per noi la sha­ria sono i cinque pilastri dell’Islam: innanzitutto, la testimonianza di fede (“non vi è Dio se non il Dio e Maometto è il suo profe­ta”), il pellegrinaggio, il di­giuno, l’elemosina e la preghiera. Questa è la Sharia, sono i pilastri del­l’Islam cosi come i dieci comandamenti del Cristia­nesimo. Il pericolo non è il fatto che si proponga o si prospetti uno stato islami­co, il pericolo è che ci sia­no delle ideologie panara­be, che danno il senso che soltanto gli arabi sono musulmani veri, questi so­no i pericoli dell’integralismo. Che poi ci sia uno Stato che si dichiara isla­mico, nel senso etimologi­co del termine, cosi come ci può essere uno Stato che si dichiara cattolico, non è quello che dà il pro­blema dell’integralismo. Non è la religione ad esse­re integralista, è un’ideo­logia che sia radicata su delle concezioni per cui si pensa sempre che tutti gli italiani debbano essere cattolici, o che i musulma­ni debbano essere neces­sariamente arabi. È vero che dobbiamo pregare in ara­bo come i no­stri fratelli ebrei pregano in ebraico, perché sono le lingue sacre venute da Dio, per dare la Torah, la legge ebraica agli ebrei, e a noi il Corano. I cri­stiani non han­no bisogno di una lingua sa­cra, perché il Verbo si è fatto carne: è tramite Ge­sù che ci si indirizza diret­tamente a Dio, qualsiasi lingua si possa adoperare. Ma ricordiamoci che poi Gesù è presente anche nell’Islam (“Nostro Signore Gesù su di lui la pace”), che noi attendiamo alla fi­ne dei tempi, come in fon­do gli ebrei stanno atten­dendo il messia. E penso che sarà la stessa Persona per noi tutti.