IL
MATTINO, 30 aprile 2005
Storia di
Zayd, segretario di Maometto
Donatella
Trotta. L’Islam delle origini rispecchiato negli occhi di un bambino di otto
anni, Zayd, orfano di padre e realmente vissuto nel VII secolo dopo Cristo. Un
bimbo della fertile oasi di Yathrib, poi chiamata Medina, che diventa adulto
vivendo da testimone e poi da protagonista eventi straordinari e leggendari,
intessuti - nella minuta trama della vita quotidiana - di miracoli, avventure e
della forza di un destino che segneranno non solo la sua esistenza, ma il corso
della Storia: è a Zayd che si deve infatti la versione scritta definitiva del
Corano, il libro sacro dei musulmani al principio appreso oralmente dalle
parole del profeta Muhammad sullo sfondo del deserto, delle oasi e dei villaggi
dove la convivenza tra beduini, eremiti cristiani, ebrei della diaspora,
adoratori di idoli di pietra, idolatri della Mecca e arabi monoteisti dai tempi
di Abramo verrà trasformata dal progressivo fiorire della nuova religione,
fonte di un'intera civiltà e di forme di sapere destinate a diventare, tra
l'altro, modelli delle università germogliate nel mondo antico. A narrare - con
echi sapienziali e pagine di forte impatto emotivo e poetico - la storia (vera,
ancorché romanzata) del ragazzo Zayd è ora uno dei maggiori esperti italiani di
cultura islamica, Ahmad 'Abd al Waliyy Vincenzo, che si è cimentato con la non
facile sfida di raccontare, in forma di romanzo e ben oltre le cronache
sanguinarie dei fondamentalismi attuali, la nascita del Corano e la storia
sacra dell’Islam a un vasto pubblico: dai preadolescenti agli adulti. Il
volume, appena uscito per Salani, si intitola non a caso lì libro disceso dal
cielo (pagg. 319, euro 14, con l’elegante copertina e le calligrafie interne
opera di ‘Abd al Haqq Matteo Croce) e intreccia filosofia e storia,
antropologia e teologia, radici del dialogo interreligioso (tra cristiani,
ebrei e musulmani) e tradizioni culturali ma anche usi, costumi e pratiche di
vita materiale con un andamento narrativo che ha la cifra evocativa della
letteratura mistica persiana, le atmosfere sospese dei versetti biblici e delle
parabole evangeliche, quelle fiabesche delle Mille e una notte e i ritmi
avvincenti di una saga epica, o di un romanzo di formazione occidentale. Un
testo, insomma, di confine, che si sente dettato da profonda necessità interiore:
“Da tempo ero interessato a scrivere una storia sull’origine dell’Islam che
avesse la scorrevolezza di un romanzo occidentale e i contenuti della sapienza
orientale”, ammette Vincenzo, nato a Napoli nel 1961, dove insegna Diritto
ecclesiastico all’università Federico II, residente a Milano e già autore del
saggio Islam, l’altra civiltà (Mondadori). Tra i fondatori della CO.RE.lS
(Comunità Religiosa Islamica) Italiana, per la quale è responsabile della
cultura occupandosi anche del riconoscimento dei diritti dei musulmani
italiani, fin da giovane Vincenzo si è dedicato allo studio delle scienze
religiose aderendo di persona all’Islam nel 1990, dopo un percorso di ricerca e
una formazione letteraria e filosofica a Bologna. “Questo libro - continua lo
studioso - è nato così dall'esigenza di comunicare una realtà molto poco nota
con un racconto chiaro, accessibile e legato alla vita quotidiana, alle gioie e
ai dolori incarnati dai protagonisti, evitando la forma saggistica che è solo
un’esposizione di principi astratti. Volevo offrire insomma uno sguardo più
profondo della mera (e riduttiva) visione politica dell’Islam sulla ricchezza
del pluralismo religioso, della tradizione sapienziale e spirituale del
monoteismo ebraico, cristiano e musulmano per tentare di tracciare un ponte di
conoscenza tra Oriente e Occidente”. Non a caso, nel libro la presenza cristica
e mariana è molto viva, illuminando con la storia anche l’attualità: “Essere
napoletano mi aiuta nell’approccio al pluralismo mediterraneo come risorsa -
sorride Vincenzo -. Perché oggi come allora la vera sfida non è tanto il
confronto religioso, ma l’ignoranza, il pregiudizio, l’idolatria, con
l’inevitabile deriva del fondamentalismo. E l’unica arma resta l’inchiostro dei
sapienti, più importante del sangue dei martiri”.