LA DISCUSSIONE, 3 aprile 2005

 

“Calvario per l’ascesi”

 

ROMA – “Ho conosciuto personalmente Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986, in occasione del dialogo interreligioso.

Credo che quell’occasione sia stata il culmine della sua apertura. Un momento di grandissima spiritualità, che non esiterei a definire epocale” Con queste parole lo sceicco ‘Abd al-Wahid Pallavicini, presidente della CO.RE.IS. – Comunità Religiosa Islamica – esprime il suo pensiero sul Papa.

Al di là del vostro incontro, cosa l’ha più colpita del pontificato di Wojtyla?

“Molti sottolineano l’importanza delle aperture del Papa. In questo modo però si dimentica la sua grande funzione sacerdotale. Il suo è un esempio di una vita esemplare. E il passaggio, eventuale, alla morte non sarà una perdita, ma il raggiungimento dell’altra esistenza a cui cattolici e musulmani, agognano.

Il suo insegnamento più importante dunque consiste proprio in questo.

“Esattamente. Nel mondo occidentale si tende molto spesso a dimenticare l’importanza dell’aspetto spirituale. Il risalto che lui ha dato alla funzione papale è stato eroico. La dimensione ascetica ha assunto, e assume in questi momenti, tutta la sua fondamentale importanza”.

Come è cambiata la chiesa cattolica in questi 25 anni?

“Direi che c’è stato un alternarsi continuo di momenti di grande apertura, seguiti da altri di chiusura. Tra i primi indicherei proprio quello di Assisi precedentemente menzionato, tra gli altri certi documenti che riportano a molti anni fa. Questa però non è una critica: è un atteggiamento comprensibile. E non è neppure mirato solo contro di noi. Per usare un luogo comune, è come dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. Nel senso che, vanno bene le aperture, ma è importante ritrovare una certa chiusura dei valori, contro la dissoluzione. Ed ancora peggio, la degenerazione”.

Tra le tante cose dette su Giovanni Paolo II, che cosa l’ha più colpita?

“Ho conosciuto personalmente il nunzio apostolico a Gerusalemme, come ho anche ottimi rapporti con il rabbinato, sviluppato nei nostri continui incontri per lo sviluppo interreligioso. Ed una frase del primo mi è rimasta molto impressa. Le sue parole dicevano: “Un Papa deve avere un Calvario”. È la necessità del dolore. Un sacrificio indispensabile per quella ascesi che è stata preannunciata”.