SECOLO D’ITALIA, 22 giugno 2005

 

Corsi universitari per imam più “italiani”

 

Roma. Sta per decollare, all’università di Roma, un progetto ambizioso quanto ineludibile: l’istituzione di un corso di formazione per gli imam, le guide spirituali dell’islamismo, affinché approfondiscano i contenuti culturali e giuridici del Paese in cui operano. Un progetto che ha come punto di riferimento quanto già sta avvenendo in Francia e che è stato sponsorizzato dal Centro culturale islamico e dalla moschea di Monte Antenne, con il fine di evitare che le guide spirituali degli islamici vengano considerate come un prodotto d’importazione. Un esperimento che anche le istituzioni italiane guardano con favore, ritenendolo idoneo al superamento di pregiudizi e incomprensioni.

Non è contrario all’idea l’imam Yahya Sergio Pallavicini, vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana, che ha seguito da vicino quanto sta avvenendo in Francia: “In quel Paese hanno voluto garantire una formazione complementare agli imam fornendo loro elementi sulla cultura, la lingua e il diritto francesi, rilasciando anche un certificato al termine dei corsi. Ma il vero problema - afferma Pallavicini - è vedere chi si occupa della formazione religiosa che non può avvenire attraverso un semplice corso di islamistica né si può immaginare che le università dello Stato facciano una sorta di catechismo religioso. Possono ospitare un corso di dottrina religiosa con approfondimento dei testi sacri e degli insegnamenti sapienzali, ma il problema è chi garantisce la formazione religiosa dei futuri imam”.

In Francia come in Italia - continua Pallavicini - “la grande scommessa è quella di fare in modo che gli imam siano integrati, italiani, qualificati e conoscitori della realtà locale però vogliono anche essere indipendenti da qualsiasi formazione religiosa che venga da movimenti o da formatori che magari sono dipendenti da Paesi stranieri o da correnti ideologiche più particolari”. La soluzione da adottare può quindi essere la seguente: da un lato università che garantiscano nel loro Statuto per gli imam una formazione giuridica e linguistica e dall’altro un’accademia di formazione degli imam gestita da musulmani italiani qualificati e riconosciuti. Un’accademia indipendente da movimenti e influenze straniere perché dobbiamo formare imam che abbiano garanzie di autentica italianità e di autentica islamicità”. Si tratta certamente comunque, tanto nel caso francese quanto nel futuro esperimento italiano, di primi passi essenziali verso una stabile integrazione, poiché avere guide religiose che conoscono profondamente il Paese in cui si trovano ad operare aiuta quel dialogo a volte inopportunamente interrotto da ge­sti estremistici e da atteggiamenti fondamentalisti dall’una e dall'altra parte.

La formazione degli imam all’università è un percorso possibile secondo Luciano Arcella, docente di

Storia delle religioni: “Mentre nel cattolicesimo i sacerdoti sono una figura specifica inserita in una gerarchia, nell'Islam non c’è differenza tra laico e chierico, quindi rimam non è solo una persona acculturata nella conoscenza del Corano ma colui che lo sa leggere in arabo, poiché fu dettato in quella lingua, e che sa considerare le Sure nel loro valore magico e poetico. Dobbiamo inoltre considerare - continua Arcella - che il Corano è un libro centrale nella formazione degli arabi, che vi imparano a leggere, con esso imparano a scrivere e ne recitano intere parti a memoria AI contrario dei nostri sacerdoti, gli imam sono coloro che conoscono bene il Libro e ti seguono nell’approfondimento del Corano, che è verità rivelata”. In una cornice dove siano stabiliti i valori di fondo condivisi da tutti, osserva a sua volta il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica a proposito dei “ministri di culto” islamici, una soluzione potrebbe essere quella “di favorire la costruzione di comunità che possano esprimere I propri rappresentanti, in accordo con le istituzioni, sottoponendosi co­sì al doppio controllo dello Stato italiano e del loro”.