IL
GIORNALE, 21 agosto 2005
“Ratzinger? È il teologo che aspettavamo”
Un Papa teologo per rilanciare il
dialogo interreligioso fra le tre grandi confessioni monoteistiche. A patto che
venga rispettata l’ortodossia culturale di ognuna. E questa l’idea di Yahya
Pallavicini, vice presidente della Comunità religiosa islamica italiana e imam
della moschea Al Wahid a Milano.
Imam Pallavicini, cosa ne pensa di
questo incontro fra Benedetto XVI e la comunità islamica tedesca?
“È un evento interessante e
importante. Soprattutto per continuare la strada del dialogo sull’origine
comune di Cristianesimo, Ebraismo e Islam”.
Ieri il rabbino capo Di Segni, però, ha detto che fra
cristiani ed ebrei ci sono questioni ancora irrisolte. E fra cristiani e
musulmani?
“Secondo me il vero nodo è la sfida intellettuale.
Dobbiamo dialogare sulla nostra matrice comune e non su quello che ci divide,
che va rispettato. Senza questo non può esserci un confronto aperto e sereno”.
In questi incontri il Papa ha dimostrato un atteggiamento
aperto e quasi amichevole, che ricorda quello di Giovanni Paolo II.
“lo non mi concentrerei tanto sull’aspetto mediatico, che
pure è importante. Penso che Ratzinger debba sfruttare quella che poi è la sua
più grande caratteristica: la sua enorme competenza in campo teologico”.
Un Papa meno mediatico e più tecnico, insomma.
“Si possiamo metterla cosi. Con Benedetto XVI ci sono
tutti i presupposti per raggiungere un confronto sapienziale di altissimo
livello. Purché, come ho già detto, rispetti l’ortodossia dottrinale delle
altre religioni, proprio come faceva Giovanni Paolo II”.
E l’ingresso della Turchia in Europa? Potrà costituire un
ostacolo nel dialogo fra Vaticano e Islam?
“Ratzinger ha usato parole dure contro l’ingresso della
Turchia in Europa, ma era ancora cardinale. Penso che Benedetto XVI saprà
adeguare la sua posizione su questo argomento alla sua nuova funzione”.
A che punto è il dialogo delle singole comunità islamiche
con le altre confessioni religiose?
“Va un po’ a rilento e i torti sono anche nostri. Ormai le
comunità islamiche sono formate da gente nata e cresciuta nei Paesi dove
vivono, che hanno un elevato grado di integrazione. Eppure siamo in ritardo sul
dialogo con altre religioni, non solo il Cristianesimo”.
I quattro kamikaze della strage di Londra del 7 luglio
erano musulmani nati e cresciuti in Gran Bretagna. Cosa non ha funzionato nella
loro integrazione?
“Il problema è che in alcuni ambienti islamici si confonde
troppo spesso la cultura religiosa con la dottrina politica, diffondendo un
sentimento di panarabismo che è micidiale e che non ha nulla a che vedere con i
nostri veri principi”.
È un problema risolvibile?
“Deve esserlo. La cosa più importante è saper scegliere i
propri rappresentanti. La vera integrazione deve essere portata avanti
attraverso la formazione di quadri e imam che sappiano trasmettere i giusti
principi della fede islamica, tenendo lontana l’ombra del fanatismo. Ed è in
questa direzione che ci stiamo muovendo”