IL MANIFESTO, 23 agosto 2005
“Noi come
terroristi”
Yahya Pallavicini è il vicepresidente della CO.RE.IS., la
Comunità islamica italiana, Non più tardi di un anno fa, in quanto membro di
una delegazione di musulmani moderati firmatari di un manifesto contro il
terrorismo e per la vita, ha incontrato Carlo Azeglio Ciampi prima e Marcello
Pera poi: “Abbiamo a lungo sperato che quel primo incontro internazionale avrebbe
potuto favorire il riconoscimento di una dignità religiosa e di una qualità
culturale dell’islam italiano consonanti col pluralismo previsto dalla
Costituzione italiana e da quella europea. Purtroppo le recenti dichiarazioni
del presidente del Senato smentiscono ogni nostra aspettativa”.
Pallavicini, è deluso?
Magari si trattasse solo di delusione. Sono preoccupato.
Una cosa sono le esternazioni - anche blasfeme - di una “intellettuale” come
Oriana Fallaci che comunque è libera di esprimere il suo pensiero. Un’altra, le
dichiarazioni della seconda carica dello stato che ingiustamente ci accomuna
agli autori degli attentati, Anche noi - e Pera lo sa bene perché ne abbiamo
parlato - vogliamo difenderci dalle degenerazioni indotte dalla violenza del
terrorismo. E anche noi - musulmani d’origine - siamo a tutti gli effetti
cittadini italiani. Le è mai capitato di pensare che non tutti i siciliani
emigrati in America erano collusi con la mafia d’importazione?
Non vi sentite dunque
“responsabili di aver meticciato” la società italiana?
Il monoculturalismo è contrario alla tradizione storica,
politica e culturale italiana. Le parole di Pera rischiano di demonizzare
relativismo e multiculturalismo e hanno come obiettivo quello di omologare le
diverse identità religiose e culturali in un unico calderone cattolico. Ammesso
poi, dopo quello che ha detto, che Pera possa ancora essere considerato un
cattolico.
Secondo il presidente del Senato,
dal meticciato al terrorismo, sarebbe tutta colpa dell’immigrazione.
Pera non può mettere sullo stesso piano terrorismo e
immigrazione. Il terrorismo è un male, l’immigrazione un movimento di uomini e
donne che certo ha delle conseguenze le quali, però, vanno affrontate in modo
diverso. E la via da seguire è quella dell’apertura interculturale.
E invece il terrorismo lei come
l’affronterebbe? Pera invita, fallita ogni azione diplomatica, a prendere le
armi
Io alla diplomazia quasi non ci penso. O meglio. Esistono,
secondo me, tre livelli di lotta al terrorismo. Quello della sicurezza
nazionale che vede anche noi musulmani in prima linea. Quindi quello culturale,
perché la cultura per definizione - è predisposta allo scambio, alla ricerca e
al confronto. Se la cultura è esclusiva altro non è che pseudo-cultura. Infine
c’è il livello delle relazioni internazionali che, quello sì, deve essere
tutelato dalla diplomazia.
Atene, Roma, Gerusalemme. E qui
che, secondo Pera, affondano le radici di un Occidente che oggi, più che mai,
andrebbe difeso.
Detto da un uomo di cultura come lui fa una certa
impressione. La tradizione greco-giudaico-cristiana cui si appella - e che
rivendica - era sicura, aperta e disponibile al confronto politico, culturale e
religioso. Si rende conto, il presidente del Senato, che è un paradosso
accomunare in un’unica identità tre tradizioni diverse? Le sue parole -
indipendentemente dalla sua volontà - dimostrano che l’identità, qualsiasi essa
sia, si plasma solo grazie al contributo di diverse tradizioni.
Meglio Ratzinger, allora?
A quell’incontro ho lavorato anch’io ma ne sono uscito
deluso.
Perché?
E’ mai possibile che il discorso di Benedetto XVI - al suo
primo incontro con i musulmani - abbia affrontato solo la lotta al terrorismo?
Possibile che nelle sue parole non ci sia stato nessun accenno al nostro
patrimonio comune? Da un rappresentante religioso e da un teologo mi sarei
aspettato di più. A contrastare il terrorismo, ci pensiamo già da soli e con le
nostre istituzioni. E non abbiamo certo bisogno che ce lo venga a dire il papa.