IL
RIFORMISTA, 27 Agosto 2005
Guénon, da cattolico ortodosso a relativista islamico
Al
grande Shaykh Ahmad al 'Alawi, rinnovatore sufi dell’Islam del XIX secolo, un
giorno fu rimproverato che il suo tasbih, il rosario, assomigliasse a una
croce. Manco fosse un teocon qualsiasi, lo Shaykh si alzò in piedi e,
allargando le braccia in orizzontale, esclamò: “E noi, a quale forma vi
sembriamo di assomigliare? ”. Per qualche motivo la provocazione, che sembra
zen, ha ripercussioni teoriche sorprendenti. E non solo per chi è alla caccia
del cosiddetto Islam moderato, ma anche per chi, terrorizzato dai meticciati
relativisti dell’Occidente tramontante, vorrebbe agitare la Croce sulle teste
(calde) degli infedeli di tutti i tipi. Il punto, comunque, si trova ancora più
in là. Perché lo Shaykh Ahmad al ‘Alawi era anche uno dei maestri di ‘Abd al Wahid Yahya, nome
islamico del filosofo francese tradizionalista (e amatissimo da sempre dalla
destra reazionaria) René Guénon.
La
questione è complicata e per seguirla può essere utile la lettura di un libro
uscito da poco per Luni editrice, vita semplice di René Guénon di Paul
Chacornac. È una biografia per molti aspetti debole e semplificatrice (scritta
qualche anno dopo la morte di Guénon, avvenuta nel 1951), ma è anche uno dei
pochi testi in circolazione (in lingua italiana) che permettono di conoscere
più nei dettagli l’esistenza scarsamente indagata di questo pensatore. André
Gide lo ammirava tantissimo e Raymond Queneau, che lo paragonava addirittura a
Marcel Proust, scriveva nel suo Journaux che era l’unica personalità che
avrebbe voluto veramente conoscere. René Guénon nacque in Francia, nella città
dei lupi di Blois, il 15 novembre del 1886. Compì studi abbastanza regolari,
nonostante il padre onnipresente. Chacornac riporta a proposito un aneddoto
eloquente: “Era un allievo brillante, sempre il primo della classe. Purtroppo
in seconda (Guénon all’epoca di questo episodio aveva dodici anni, ndr) sì
verificò un piccolo incidente, ma non banale. Fu classificato secondo in una
composizione di francese dal professor Simon Davancourt. Il padre venne a
lamentarsi con il professore, che gli propose – cosa inaudita - di leggere il
lavoro del primo classificato e quello di suo figlio, dicendogli che se avesse
ammesso che il tema del primo era migliore di quello di suo figlio, l’avrebbe
classificato ultimo, o viceversa. Il padre fu costretto a riconoscere che
l’altro allievo meritava veramente il primo posto. Allora il professore
classificò René Guénon come ultimo, e il padre, irritato, iscrisse suo figlio
al collegio Angustin-Thierry”.
Di fatto,
dopo qualche anno, René Guénon divenne una personalità misteriosa. Scriveva per
giornali del movimento occultista, firmava suoi articoli col nome di Palingenius,
entrò in una specie di chiesa gnostica. A casa riceveva le visite di uomini
religiosi indiani, cinesi e arabi. Divenne uno strenuo difensore dell’esistenza
di una Tradizione metafisica comune a tutte le rivelazioni religiose. Studiò il
pensiero indù, ma lo fece dall’interno, senza le consuetudini scientifiche
degli studiosi accademici. Infine, nel 1912, visitò l’Egitto, si convertì
all’Islam e prese il nome di ‘Abd al Wahid Yahya (anche a seguito della
conoscenza, sembra unicamente epistolare, dello Shaykh Ahmad al ‘Alawi). La
notizia è singolare, perché Guénon fu sempre uno strenuo difensore
dell’ortodossia cattolica (uno dei suoi pensatori di riferimento era, non a
caso, Joseph de Maistre) e anche perché i biografi continuano a ignorare il
vero motivo di questo passaggio; ne L'Islam interiore (pubblicato da il
Saggiatore) lo Shaykh ‘Abd al-Wahid Pallavicini, presidente della Comunità
religiosa islamica italiana, avanza l’ipotesi che l’opera di Guénon “fu volta a
far ritrovare a molti il cammino verso la Tradizione d’origine e a qualcuno,
come fu per lui stesso, l’adesione a quella Tradizione venuta a concludere il
ciclo delle rivelazioni, l’Islam”. L’ipotesi sembra ragionevole, anche perché,
involontariamente, segnala un paradosso tipico della riflessione di Guénon: la
riduzione delle singole rivelazioni a veicoli iniziatici per il raggiungimento
del sapere tradizionale (comune a Oriente e Occidente). Nell’Introduzione
generale allo studio delle dottrine indù (Adelphi), Guénon scrive: “La
metafisica non può essere limitata dalla concezione dell’essere puro in tutta
la sua universalità, perché non deve esserlo assolutamente da nulla. (...)
L’essere non è veramente il più universale di tutti i principi (...) perché pur
essendo la più primordiale di tutte le determinazioni possibili, nondimeno esso
resta una determinazione, e ogni determinazione è una limitazione, alla quale
il punto di vista metafisico non può arrestarsi”. La metafisica pura, di cui è
espressione la Tradizione, per Guénon è assolutamente indipendente da ogni
determinazione, cosicché le singole rivelazioni religiose altro non sono che
aspetti molteplici dell’unica verità nascosta. Verità nascosta a cui,
esattamente come facevano i mistici con Dio, ci si può avvicinare soltanto per
via negativa, negando cioè di volta in volta ogni aspetto particolare (per
esempio storico) grazie al quale si manifesta. Per molti aspetti è lo stesso
assoluto di cui si beffava Hegel. E cioè quell’assoluto tanto indeterminato da
essere vuoto, identico al nulla; quell’assoluto che è come la notte in cui
tutte le vacche sono nere. Curioso contrappasso. Un pensatore reazionario,
difensore dell’ortodossia cattolica, che si converte all’Islam e che, in nome
di una verità metafisica forte, pensa le rivelazioni religiose come relative le
une alle altre rispetto all’indeterminato. Se si vuole, anche ripensando
all’aneddoto teocon dello Shaykh Ahmad al ’Alawi, un’ulteriore prova del potere
assoluto del nichilismo.