AVVENIRE 19 settembre, 2005

 

Arbib: sì al rispetto delle identità, ma anche delle leggi

 

Ripete una massima dei padri a lui cara, «se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me, chi sono io?». Poi sorride nel volto paffuto, «se parliamo di identità e integrazione, beh, è un problema con il quale noi ebrei abbiamo a che fare da qualche migliaio di anni...». Per questo era inevitabile che nel giorno del suo insediamento, prima di entrare nella sinagoga di via Guastalla, al nuovo rabbino capo Alfonso Arbib chiedessero un giudizio sulla scuola islamica di via Quaranta, anche perché lui nelle aule ha insegnato una vita.

Faccenda delicata, «in queste settimane non ho avuto tempo di leggere e informarmi», premette. Però una cosa la può dire: «È un problema assai complicato ma assolutamente inevitabile: è inevitabile l’identità perché sennò si sparisce, ed è inevitabile l’integrazione perché altrimenti si vive in un ghetto». Morale: «Avere una scuola nella quale sviluppare la propria identità è un diritto assoluto», scandisce il rabbino. Dopo di ché ci devono essere dei limiti «e i limiti, molto semplicemente, sono le leggi dello Stato, dal rispetto dei programmi scolastici al codice penale, è ovvio». Lo stesso Amos Luzzatto cita una massima talmudica, «la legge del regno è valida». L’importante, spiega il presidente della comunità ebraiche italiane, è non vedere identità e integrazione in conflitto: «Oggi in Europa si tende a credere che laddove c’è integrazione cessi l’identità del gruppo minoritario e viceversa. Non è vero, attenti: se insistiamo su questa antinomia scivoliamo su un terreno esplosivo che prepara giornate buie». Dal matroneo di via Guastalla pendono le parochiòt delle altre sinagoghe, le tende che coprono l’«Arca santa»: a un tempo l’immagine della varietà e dell’unità della comunità ebraica preseduta da Roberto Jarach. Sono arrivati tutti, anche l’ambasciatore di Israele Ehud Gol, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, il rabbino capo sefardita di Israele Shelomò Amar, i rappresentanti delle altre religioni compreso il musulmano Yahya Sergio Pallavicini del Coreis. Arbib ripete il suo programma e saluta Giuseppe Laras che lascia l’incarico dopo 25 anni, «ma da domani lavoreremo insieme, spero». E Laras sorride: «Potrete sempre contare su di me in qualsiasi momento».