IL REGNO, 15 novembre 2005
Alcune considerazioni sul documento CEI
sul matrimonio islamo-cristiano
Recentemente, la Conferenza Episcopale
Italiana ha redatto un documento di riferimento per i sacerdoti italiani che
siano richiesti di celebrare matrimoni islamo-cristiani, nel cui testo l’unione
tra musulmani e cristiani viene ritenuta generalmente problematica e pertanto
senz’altro indesiderabile. Essendo quella dei matrimoni interreligiosi una
realtà che ha caratterizzato la vita della Chiesa fin dai primordi, ci si
chiede come mai questa problematicità abbia richiesto soltanto ora un
intervento che si esprime in modo così generalizzato e intransigente nei
confronti di un’intera appartenenza confessionale.
In effetti, la Conferenza Episcopale
Italiana, che non è il Concilio Ecumenico né l’espressione del Pontefice, si
occupa in maniera specifica di quel che concerne la vita della Chiesa in
Italia: al nostro paese viene dunque riconosciuta oggi una specificità che
richiede un particolare intervento normativo. Qual’è dunque questa specificità?
Il documento risponde facendo
riferimento alla massiccia immigrazione di stranieri non cattolici degli ultimi
vent’anni, per la maggior parte di religione islamica, che avrebbe
concomitantemente incrementato il numero di matrimoni interreligiosi tra
cattolici e musulmani. Se in effetti un simile flusso migratorio ha toccato
l’Italia solo di recente, in altri paesi a prevalenza cattolica esso avviene
invece da generazioni; eppure non si era mai sentita la necessità di
indicazioni così esplicitamente restrittive quali quelle indirizzate al clero
italiano da questo documento.
In effetti, qualcosa di nuovo nel
panorama della presenza islamica in Italia e in Europa, da dieci anni a questa
parte, c’è: questa novità è costituita da una crescente comunità di musulmani
italiani ed europei la cui voce si avverte sempre più chiaramente anche tra i
media, il cui carattere non secolarizzato, intellettuale e spirituale ad un
tempo, obbliga ad elevare le relazioni interreligiose ad un piano di reciproco
riconoscimento e rispetto sacrale. Appena un mese prima della pubblicazione del
documento di cui stiamo trattando, gli stessi rappresentanti della gerarchia
cattolica che ne avrebbero promosso la redazione erano stati interpellati
proprio da questi intellettuali musulmani, al fine di chiarire le difficoltà
apparentemente burocratiche e contingenti sorte in alcuni casi di richiesta di
matrimonio cattolico tra nubendi cattolici e musulmani, che pure non
presentavano le difficoltà proprie alle unioni problematiche cui si fa
riferimento e assurte tristemente agli onori della cronaca.
Questi matrimoni islamo-cristiani
correvano piuttosto il rischio di diventare un esempio di vera comunione
interreligiosa vissuta nel completo riconoscimento della validità della
collocazione confessionale di entrambi i coniugi.
Questo documento non rappresenta quindi
soltanto uno strumento di regolamento interno alla Chiesa, ma anche la risposta
a quell’offerta che questa rappresentanza islamica ha a più riprese presentato
alla gerarchia cattolica, di un possibile dialogo qualificato, finalizzato
senza ambiguità alla ricerca di un mutuo riconoscimento e, prima ancora, di una
sintonia spirituale. E bisogna riconoscere che questa risposta è un rifiuto
esplicito.
Si rifiuta la possibilità di vedere nell’Islam
una religione secondo il senso vero della parola, una via di ricollegamento
dell’uomo a Dio, ma si ha la precisa volontà di limitarsi ad una considerazione
di tipo antropologico o etno-folkloristico, che risulta inevitabilmente confusa
e contraddittoria. Si vuole ignorare la dimensione sacrale universale della
religione islamica, comune ai musulmani italiani o arabi o di qualsiasi altra
provenienza, pertanto si focalizza l’attenzione sulla presenza maggioritaria di
musulmani immigrati, di condizioni sociali disagiate. Le eventuali difficoltà
di armonizzazione coniugale tra italiani di nascita e immigrati vengono quindi
attribuite senz’altro all’appartenenza islamica, tanto che si dice che gli
ostacoli alla convivenza matrimoniale sono da riferirsi soprattutto alla “forte identità religiosa dei musulmani”,
quantunque si voglia parimenti precisare contraddittoriamente come la loro
pratica rituale sia “percentualmente
inferiore a quella dei cattolici”.. Si vogliono poi annoverare tra gli
elementi facenti parte lecitamente della confessione religiosa, atti che non
possono essere altro che la degenerazione dissacrata del comportamento virtuoso
richiesto al fedele di ogni religione. Se infatti la necessità di chiarimenti
reciproci tra i due “nubendi” circa le implicazioni delle rispettive pratiche
religiose è ovvia, lo è molto meno la raccomandazione a chiarire il concetto di
fedeltà matrimoniale, come se questa non fosse qualcosa di dovuto tanto da
parte cristiana quanto da quella islamica.
Bisogna prendere atto di come in questo
documento il diritto sacro, sia per quanto riguarda il diritto canonico che il
diritto islamico, viene ormai visto dai preposti al suo studio come se si
trattasse di un ramo della giurisprudenza profana. Non c’è nessun riferimento
alla Presenza Divina, ma piuttosto un rifarsi ad una morale che non è più
religiosa, in quanto perfettamente intercambiabile con la concezione etica
propria di un cittadino non religioso. Questo punto saldo del riferimento ad
una “civiltà cristiana” in senso soprattutto ideologico e morale, assomiglia
sorprendentemente alle posizioni di certi intellettuali della Roma antica, nel
periodo della decadenza dell’Impero, i quali accusavano proprio i primi
Cristiani romani di essere la causa della corruzione dei nobili, antichi
costumi; la presenza del Cristianesimo, invece, non era il segno della
degenerazione della civiltà romana, ma una sua possibile quanto provvidenziale
cura.
In questa visione profanamente
antropologica della religione, non stupisce l’identificazione dell’ortodossia
islamica in quegli esponenti che condividono un simile livello di
desacralizzazione, attenendosi ad un letteralismo la cui miopia finisce per
distorcere completamente la dottrina dell’Islam. Così, leggiamo, per l’Islam nella
categoria dei “politeisti” e dei “miscredenti” rientrerebbero anche cristiani
ed ebrei, mentre è abbastanza noto che in realtà proprio nel Sacro Corano si
riconoscono Ebrei e Cristiani come “Ahlu ‘l-Kitab”, “Genti del Libro”, vale a
dire comunità cui Dio ha inviato la Sua Rivelazione. Così nel documento CEI si
riporta laconicamente come nell’Islam sia proibita l’adozione, affermazione che
risulta faziosa se non si chiarisce almeno come la proibizione in questione si
indirizzi contro la “cancellazione” e l’”oblio” dell’identità naturale del
minore, e non certo contro la possibilità di una sua collocazione tutelare
all’interno di un’altra famiglia.
E’ poi in questa stessa prospettiva di perdita
sacrale che viene addirittura suggerita ai nubendi e al sacerdote la
possibilità di limitarsi ad un matrimonio civile, particolarmente grave in
quanto per entrambi i coniugi non costituirebbe una regolarizzazione sacrale
adeguata della loro unione tale da consentirne la benedizione divina. Tale
preferibilità viene motivata dalla possibile reversibilità della condizione di
unione matrimoniale “in disparità di culto”, che è quindi giudicata
indesiderabile a priori, il che è qualcosa di molto lontano dalla prospettiva
autenticamente religiosa della vita coniugale, in cui i coniugi si impegnano a
superare insieme ogni difficoltà di questo mondo, “finché morte non vi separi”.
La stessa concezione del matrimonio cattolico viene quindi presentata in modo
ambiguo. Viene citata l’autorità del libro della Genesi per sancire l’unione
dei due coniugi “in una sola carne”, volendo in realtà intendere come il
matrimonio cristiano, nella sua indissolubilità sacramentale, sia l’unica messa
in pratica possibile di questa unione primordiale, come intesa dal Creatore.
Eppure anche qui l’esclusivismo manifesta la propria intrinseca contraddizione
perché la Genesi è un libro sacro all’Ebraismo prima che al Cristianesimo, e la
forma matrimoniale che ha sempre realizzato questa unione “in una sola carne”
nella religione ebraica, diversamente dal sacramento cattolico, è quella di un
contratto sacrale la cui casistica è precisata espressamente dalla Rivelazione
Stessa, in sorprendente analogia con la natura e le modalità del matrimonio
islamico. Ma quest’ultimo, e forse anche il primo, è considerato in maniera
talmente sfavorevole che, dopo la partecipazione del coniuge musulmano al
matrimonio cattolico, viene formalmente proibito al coniuge cattolico di
acconsentire al matrimonio islamico, pena l’interdizione alla partecipazione ai
sacramenti. Si può comprendere la speciale gravità di questa disposizione nei
confronti del matrimonio con musulmani se si considera che viceversa, nel caso
di matrimonio con un coniuge non credente, o addirittura anti-religioso, non è
previsto alcun simile provvedimento.
Una partecipazione anche indiretta,
quindi, ad una manifestazione sacra islamica sarebbe quindi un atto contro la
propria appartenenza religiosa cristiana cattolica, e chi appartiene all’Islam
è da considerarsi inevitabilmente, quale che sia il suo atteggiamento, come
anticristiano. Echi di questa concezione si colgono nella parte che tratta
della shahada, la testimonianza di fede islamica, come se questa contenesse in
sè qualcosa non di diverso, ma di opposto e contrario rispetto alla dottrina
della Chiesa. Sarebbe probabilmente troppo difficile affermare ciò per quel che
riguarda la prima parte della shahada, che attesta la divinità dell’Unico Dio,
ma nella seconda parte, in effetti, il fedele esprime il riconoscimento
dell’autenticità della funzione profetica di Muhammad, senza misconoscere
naturalmente quella degli inviati divini precedenti. Questo significa forse che
se un cristiano cattolico dovesse interiormente e principialmente riconoscere
Muhammad come messaggero autentico di Dio, senza per questo entrare ritualmente
nell’Islam, non potrebbe più essere considerato cristiano? Come si osservava
precedentemente, qui si esula dalla questione del matrimonio islamo-cristiano
per entrare nella sfera dei rapporti tra le diverse religioni. A tale proposito
dovranno essere cauti quei cattolici che non hanno alcuna difficoltà a
concepire metafisicamente una pluralità di Rivelazioni dell’Unico Dio perchè,
almeno in questo documento, si intende in maniera nemmeno troppo implicita che
non solo si richiede loro che abbiano fede nella Rivelazione Cristiana con
tutto ciò che essa comporta, ma che è loro parimenti necessario credere che
soltanto essa sia vera.
A questo punto ci si può chiedere quale
sia la concezione che emerge da questo documento circa la possibilità di un
dialogo interreligioso, non diciamo “ecumenico” soltanto per correttezza
formale, dato che questo termine viene ormai riservato soltanto al dialogo con
le altre confessioni cristiane, escludendo implicitamente dall’oikoumene, la terra abitata propriamente
detta, la casa comune della civiltà, ogni altra comunità religiosa. In un
articolo apparso su “Civiltà Cattolica” a commento dello stesso testo, si dice:
“Nel caso dell’islàm e del cattolicesimo
si tratta infatti di religioni intrinsecamente missionarie e perciò desiderose
di comunicare a tutti, in particolare alle persone amate, il messaggio di
salvezza di cui si sentono portatrici.”. Confondendo il dovere della
testimonianza vissuta, comune a tutti gli uomini religiosi di ogni tempo, luogo
e appartenenza, con la volontà
proselitista di convertire tutta l’umanità alla propria visione della Verità,
potrà ancora concepirsi una dialogo spiritualmente fraterno che prescinda dagli
esclusivismi?
Crediamo che gli uomini autenticamente
e responsabilmente religiosi non possano che auspicare una risposta positiva,
prossima o futura che sia, certi che se questo rientra nella Volontà Divina non
basteranno le intenzioni ambigue o contrarie proprie o altrui a impedirne la
provvidenziale realizzazione.
di
‘Abd al-Haqq Isa Croce
coordinatore sedi regionali CO.RE.IS. (Comunità
Religiosa Islamica) Italiana