AMADEUS, dicembre 2005

 

Il Profeta Muhammad a Gerusalemme

 

Secondo la religione islamica, vi sono tre città sante particolarmente rappresentative come luoghi sacri che la divina provvidenza ha determinato come riferimenti simbolici per aiutare gli uomini nel loro itinerario di ritorno a Dio. Queste tre città sono: Mecca, Medina e Gerusalemme.

Gerusalemme in arabo è chiamata al-Quds, la santa, ed è considerata tale per la sua stretta vicinanza alla vita e alle opere di vari Profeti e perché è detto che si manterrà sotto la protezione di Dio fino al giorno del Giudizio.

Proprio per questo è stata ed è meta di visite e di pellegrinaggi da parte di tutti i fedeli delle tre rivelazioni del monoteismo abramico: ebrei, cristiani e musulmani.

Tutti i principali re musulmani nel corso dei secoli, così come ogni fedele sensibile al sacro, hanno sempre considerato Gerusalemme come una città da rispettare con cura e da visitare con la stessa attenzione con cui viene svolto il pellegrinaggio alla Mecca e la visita a Medina.

Il secondo khalifa ‘Umâr vi fece costruire una moschea non appena la ebbe conquistata e la dinastia degli Umayyadi edificò la Moschea della Roccia, splendido esempio di architettura islamica e, poco distante, anche la moschea di Al-Aqsa, che durante il periodo dei crociati ospitò il quartier generale dei cavalieri cristiani dell’Ordine del Tempio.

Oltre a queste, altre moschee e scuole vennero costruite in epoche successive, a testimonianza di una presenza costante degli uomini di scienza musulmani (Sufyan al-Thawri, Waki’ bin al-Jarrah, al Imâm al-Shafi’i, Dhu ‘l-Nun al-Misri e Bishr al-Hafi) in questa città santa, considerata, secondo alcune tradizioni, come una anticipazione del Paradiso. Molti tra questi saggi e maestri non esitarono a scegliere Gerusalemme come residenza e le loro tombe, visitate tuttora, testimoniano il rispetto e la posizione particolare che questa città ricopre nella storia dell’Islâm.

Alla fine del settimo secolo e all’inizio dell’ottavo, ci fu addirittura una ristretta corrente letteraria che si caratterizzava per affermare la grazia speciale di questa città santa. Alcuni di questi componimenti chiamati fada’il (graziosi attributi) attribuivano a Gerusalemme il ruolo di luogo della seconda Hijra (emigrazione, esilio - la prima hijra essendo quella del Profeta a Medina), altri scritti la descrivevano come il posto della resurrezione finale, dove Dio manderà le Sue creature migliori per salvarle alla vigilia del Giorno del Giudizio, quando i veri fedeli si rifugeranno dal Dajjal (l’Anticristo) proprio nella moschea della roccia summenzionata e dove, sempre secondo le tradizioni islamiche, il Messia trionferà sul demonio.

Ecco come viene descritto nella tradizione islamica l’annuncio del ritorno di Gesù a Gerusalemme: “Quel giorno gli arabi saranno poco numerosi; la maggior parte di loro si troveranno a Gerusalemme con il loro imam che sarà un uomo giusto, il Mahdi. Quando questi avanzerà per recitare la preghiera del mattino tra i fedeli convocati, Gesù, figlio di Maria, discenderà tra di loro. L’imam, vedendolo, indietreggerà per fargli posto, ma Gesù poserà la mano sulla sua spalla e lo inviterà a condurre la preghiera. Una volta terminata, Gesù ordinerà alla porta del tempio di aprirsi e uscirà per uccidere l’Anticristo alla porta orientale di Ludd. Si racconta che anche il Mahdi uscirà con lui per aiutarlo contro l’Anticristo”. (Halabi, Insan, I, 259; Ibn Maja, Sunan, II, 226-267; Hindi, Mutakhab, VI, 40-41).

Così la collocazione di Gerusalemme rappresenta, secondo l’escatologia islamica, il luogo sacro dove tutti i veri credenti sapranno riconoscersi alla fine dei tempi.

Per i musulmani l’aspetto più rilevante relativo alla città di Gerusalemme è legato al riferimento che il Sacro Corano dà del viaggio notturno che il Profeta Muhammad compie da vivo dalla Mecca a Gerusalemme e da Gerusalemme ai cieli.

Si racconta che una notte il Profeta Muhammad viene destato dall’angelo Gabriele e, fatto salire su una creatura alata chiamata al-Burâq, è condotto a Gerusalemme, dove ha modo di assistere ai supplizi infernali. Qui, dalla sommità di una montagna, inizia la sua ascensione ai sette cieli (Corano, 67: 3), in ciascuno dei quali incontra almeno un Profeta, e precisamente, nell’ordine, Adamo, Gesù e Giovanni Battista, Giuseppe, Enoch, Aronne, Mosè e Abramo. L’ottavo grado dell’ascensione è rappresentato dall’Albero del Loto, che viene descritto come simbolo della fede e della virtù. Nel nono grado, il Profeta riceve la visione della dimora dei beati e finalmente, raggiunto il decimo ed ultimo grado, vede la luce del volto di Dio.

Il valore simbolico di questo viaggio orizzontale dalla sacra città della Mecca alla città santa di Gerusalemme e del successivo viaggio verticale fino al cospetto della presenza di Dio, oltre a ricordare le due assi spazio-temporali della figura universale della croce, rappresenta un modello di percorso o itinerario spirituale.

Dio invia il suo fedele angelo Gabriele a svegliare dal sonno il Profeta, perché ha decretato la necessità di mostrare i Suoi Segni a lui e a tutti coloro che sapranno riconoscerli. “Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo (Mecca) al Tempio Ultimo (Gerusalemme), dai benedetti recinti, per mostrargli dei Nostri Segni. In verità Egli è l’Ascoltante, il Veggente”. (Corano, 17: 1).

Il Profeta giunge all’apice del suo viaggio nell’ottavo cielo, dove l’angelo Gabriele, non essendo più autorizzato a proseguire, lascia il Profeta da solo.

Egli è ora arrivato alla meta, alla vera terra santa, alla Gerusalemme Celeste, al culmine dell’ascensione, al Loto del Termine o del Limite (al-Muntahà), simbolicamente il punto estremo di ogni conoscenza delle creature, dove si perfezionano tutte le più sublimi facoltà umane, da dove Dio “discese pendulo nell’aria, s’avvicinò a due archi e meno ancora, e rivelò al Suo servo quel che rivelò” (Corano, 53: 8-10). La Luce divina discese sul Loto e ricoprì il Profeta con tutto quello che vi stava attorno, e l’occhio del Profeta “non vacillò né si sviò. In verità egli osservò, di tutti i segni del suo Signore, il più grande” (Corano, 53: 17-18).

Secondo un commentario, il Profeta, prima di fissare gli occhi sulla Luce divina, sente per un momento la vista offuscarsi e teme di diventare cieco; esprime allora la seguente supplica: “Mi rifugio nella Luce del Tuo Volto”, e si accorge che la vista si è in realtà fortificata e adeguata alla visione che l’attende, perché vede con gli occhi del cuore.

Come possiamo notare, tutto questo racconto non solo descrive il misterioso momento della trasmissione al Profeta Muhammad di una Rivelazione, ma celebra il viaggio del Profeta che, attraverso la paziente ascesa per le simboliche stazioni dei sette cieli, raggiunge ed acquisisce una sapienza celeste, una conoscenza superiore.

Dopo la visione del Trono, della Tavola e del Calamo, entità celesti frequentemente nominate nel Sacro Corano, inizia la discesa e la via del ritorno del viaggio del Profeta.

Anche il viaggio di ritorno verso Gerusalemme segue delle tappe in cui Dio mostra al Profeta altri Segni della Sua creazione relativi all’altro mondo, come ad esempio la visione dei paradisi con i fiumi, le dame, le spose, i fanciulli, i mantelli, i profumi, gli alberi, le regge, i giardini, le vivande, i doni; quindi l’inferno, con i suoi venti sterili, le bestie feroci, le acque ripugnanti, il fuoco finale e le pene dei peccatori; infine l’anticipazione dell’ultimo giorno, il giorno del giudizio universale con le anime tutte in piedi, nude e scalze, preoccupate dei loro peccati, ansiose di vedere Dio e timorose della Sua Giustizia.

Il viaggio di ritorno a Gerusalemme del Profeta Muhammad e il suo rientro da questa città alla Mecca rappresentano per i musulmani lo scenario provvidenziale dell’inizio della sua missione spirituale sulla terra, conferendo alla città di Gerusalemme un valore simbolico di particolare importanza.

Al Profeta infatti viene concesso, alla luce della Rivelazione ricevuta nella sua ascensione al cielo, di ritrasmettere agli uomini il contenuto fedele dell’ultimo messaggio divino prima della fine dei tempi. Ed è precisamente in questa funzione di fedele e primo ritrasmettitore della Verità della Rivelazione islamica che il Profeta rappresenta anche il riferimento e la fonte dei sapienti di ogni epoca che in lui trovano l’esempio perfetto da seguire. Proprio nella sua qualità di uomo che ha realizzato la santità, non solo può svolgere la funzione principale di Profeta che porta i credenti alla salvezza dell’anima, ma anche quella di Maestro che guida i fedeli virtuosi alla Conoscenza di Dio.

Dopo aver completato la visione celeste dei Segni della Divina Rivelazione, ritornati a Gerusalemme, l’angelo Gabriele accompagna il Profeta da al-Burâq e prima di lasciarlo gli raccomanda di esporre quanto ha visto alle genti, affinché imparino a discernere la verità dall’errore, a tenersi sulla retta via, e a guardarsi dal male lungo il cammino.

Rientrato finalmente alla Mecca, il mattino successivo il Profeta si ritrova tra la sua gente e inizia a raccontare del suo viaggio. Alcuni, sentendolo parlare con un linguaggio diverso dal solito, si sorprendono e invece di continuare ad ascoltare lo interrompono, chiedendogli la spiegazione della nuova lingua. “Iddio mi ha fatto viaggiare ieri notte per mostrarmi tutti i Segni che ha voluto che io vedessi”, è la risposta del Profeta. Ma gli ignoranti insistono nella loro incredulità e invece di cercare di ascoltarlo lo accusano di non aver mai lasciato la casa dove dormiva. Questa loro accusa dimostra, nelle interpretazioni dei sapienti, alcuni difetti della natura umana, che si manifestano esteriormente con la chiusura e la disonestà intellettuale. Del resto sono proprio i veli dell’ignoranza e della falsità ad opporsi all’evidenza e alla chiarezza miracolosa della testimonianza profetica.

A queste prime difficoltà si aggiungono poi quelle dei dottori della legge del tempo, che discutono con il Profeta cercando di farlo cadere senza successo in alcune trappole basate su cavilli dottrinali. Anche questo, secondo i sapienti, è un segno della sterile sottigliezza di chi si limita ad un’interpretazione solo letteralistica della legge e di come, per orgoglio e bigottismo, ci si chiuda alla maieutica di una prospettiva più profonda e di una dimensione più elevata e autentica della religione.

 

Di Yahya Sergio Yahe Pallavicini

Presidente CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana