TUTTOSPORT, 26 febbraio
2006
Nell’antica Grecia, per
annunciare i giochi olimpici, venivano inviati dappertutto araldi designati
come spondophòroi, vale a dire “pacieri”, perché annunciavano allo stesso tempo
anche la “tregua sacra” che quei giochi implicavano. Era stato Ercole a
istituirli, in ricordo delle sue memorabili fatiche. Sono passati più di 2700
anni da allora, ma resta ancora molto da imparare dallo spirito olimpico. Di
questi tempi, l’antico “paciere” si sarebbe trovato di fronte a un mondo che fa
fatica piuttosto a rinunciare alle polemiche e agli scontri, un mondo frenetico
che non conosce né tregue, né soste: oggi le vignette, ieri il razzismo e
l’antisemitismo, domani chissà cos’altro.
Così anche il gioioso e faticoso
cammino di una semplice fiaccola olimpica è stato purtroppo anche un pretesto
per inscenare disordini. Ieri come oggi gli atleti si conquistano con il sudore
e lo sforzo la palma della vittoria. Un tempo anche gli intellettuali si cimentavano
nell’agone sportivo: si dice che lo stesso Platone lo abbia fatto. Lo sforzo
atletico è il simbolo dell’uomo che migliora se stesso, che supera i propri
limiti, mettendosi alla prova, lealmente e coraggiosamente. Se gli uomini
d’oggi rifiutano la “tregua olimpica” forse non cercano più di superare se
stessi, ma solo di abbassare gli altri.
Di certo queste Olimpiadi
torinesi sono la migliore occasione per rilanciare un modello di uomo e di
civiltà condivisibili da tutti i popoli e da tutte le religioni. Sono tanti i
giovani che si cimentano in questi giorni in gare antiche e moderne. Sono tutti
atleti e tutti dovranno convivere sotto lo stesso tetto, imparando innanzitutto
a stimarsi e a rispettarsi: ebrei e cristiani, musulmani e buddisti, laici e
induisti.
Più di duemila anni fa gli
atleti vincevano a Olimpia solo un ramo intrecciato di foglie d’alloro, colte
in un boschetto sacro agli dei. Eppure quando tornavano in patria, erano
considerati eroi ed esempi per tutti, di coraggio, di educazione e di civiltà.
Anche quelli che non sono stati convocati, o semplicemente non potranno
presenziare direttamente, hanno sempre l’opportunità di partecipare allo
spirito olimpico continuando a fare gli spondophòroi, i “pacieri”. Anche a distanza
di millenni c’è n’è sempre più bisogno.
Di Ahmad ‘Abd al-Walyy Vincenzo
Responsabile
culturale e giuridico della CO.RE.IS.