ITALIA DEI VALORI, 14 marzo 2006

 

Deluso chi auspicava lo scontro tra civiltà

 

In queste ultime settimane, i fautori dello “scontro di civiltà” hanno dovuto incassare una notevole serie di sconfitte. L'episodio delle “vignette”, pur con i suoi risvolti drammatici, si è dimostrato essere solo un pretesto per lo scontro di opposti fanatismi, con il risultato di disgustare tutti coloro che non si riconoscono in una logica di violenza, vale a dire la grande maggioranza dei cittadini del mondo. Altro pilastro dello “scontro di civiltà” era l’assioma che tutti i fondamentalisti sarebbero musulmani e che tutti i musulmani sarebbero fondamentalisti. Invece, appena si è costituita la Consulta islamica presso il Ministero dell’interno, è subito stata approvata una mozione sul rifiuto della violenza e sul diritto all’esistenza di Israele, mettendo in schiacciante minoranza il rappresentante dei fondamentalisti. In questi mesi, i cosiddetti teo-con si sono sforzati di dipingere una società italiana fondata sull’esclusivismo religioso e culturale, centrata sul binomio Occidente-Cristianesimo. Per alcuni versi è sembrato di trovarsi nella vecchia Europa del XVII secolo, quando i cittadini erano chiamati ad assumere la stessa religione dei loro governanti, cuius regio eius religio. Ci ha pensato un autorevole esponente della Chiesa ad affermare che non vi sarebbe nulla di male se anche l’Islam, attualmente la seconda religione in Italia per numero di praticanti, potesse trovare spazio nell’ambito dell’insegnamento della religione. Aggiungeremmo che sarebbe bello aprire effettivamente le porte della scuola pubblica anche agli ebrei.

Approfittando di questa fine legislatura, la società reale sta cominciando finalmente a mostrare il suo volto, liberandosi dai condizionamenti e dai bavagli che la politica le aveva imposto nell’ultimo quinquennio, durante il quale la Lega e i teo-con hanno sistematicamente affossato ogni iniziativa di carattere multiculturale e interreligioso. La società italiana che emerge, è molto diversa da quella da loro immaginata. L’Italia non è mai stato un paese di esclusivismo e di chiusura, ma al contrario, il luogo naturale di scambi e di incontri fra popoli. La più antica comunità religiosa è quella ebraica, presente a Roma ben prima dell’arrivo del Cristianesimo.

Durante il Medioevo, una comunità islamica è stata presente nel Mezzogiorno per quasi cinque secoli, ma mercanti e dotti musulmani sono approdati nei nostri porti, almeno fino a quando l’Italia è stata anche una potenza marinara. L’Italia è anche il primo Paese europeo dove gli stessi cittadini musulmani si sono riuniti e organizzati, partecipando attivamente alla vita politica della nazione. La ricchezza culturale ed economica dell’Italia risiede proprio nella sua vocazione mediterranea. Negare lo scambio e il dialogo tra i popoli significa in primo luogo negare la storia dell’Italia e i valori sui quali essa si è costruita.

In fondo, lo stesso dibattito sulle “radici cristiane” dell’Occidente è un problema male impostato fin dall’inizio. Ce lo ha fatto capire un frate francescano, incontrato pochi mesi fa a un convegno in Brianza. Dopo l’intervento di un sindaco leghista, prese la parola il frate, che forse aveva più di qualche dubbio sulla “buona cristianità” del precedente oratore.

“Ma quali radici!”, esclamò, “Gesù ha sempre e solo parlato di frutti! A questi si deve vedere, non alle radici, soprattutto se servono solo a fomentare l’odio!”.

La società reale trae ispirazione dai propri valori per poterli mettere a frutto. Occorre quindi mettere in azione una politica che venga finalmente incontro alle esigenze della società reale, che sappia far ritrovare all’Italia il suo giusto ruolo nel Mediterraneo e in Europa, contribuendo non tanto a un incontro tra diverse civiltà, ma allo sviluppo di quell’unica e autentica “civiltà”, che abbraccia da sempre tutti gli uomini - come recita uno dei primi articoli della nostra Costituzione – “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

 

Di Ahmed Gian Piero VINCENZO

Responsablle cultura CO.RE.IS. Italiana

Docente a contratto Università Federico II di Napoli