EUROPA,
28 marzo 2006
Rabbini e imam che se le dicono d’ogni colore
Gli opposti si attraggono. Spesso
si combattono. Qualche volta si parlano. È successo a Siviglia dove una
delegazione di rabbini e imam si è incontrata in un albergo della città,
l’Alcoraz, in occasione del “Secondo congresso mondiale degli imam e dei
rabbini per la pace”. Sono stati quattro lunghi giorni, dal 19 al 22 marzo.
Diverso dal solito anche il programma dell’incontro: un open space e la libertà
totale per i partecipanti di parlare di qualsiasi tema senza timore.
Il meeting era organizzato dalla
Ong francese Hommes de Parole e non è nato certo sotto i migliori auspici.
Domenica, all’apertura dei lavori, Yona Metzger, rabbino capo di Ismaele, ha
immediatamente messo le carte sul tavolo con un’affermazione durissima nella
sua crudezza: “I musulmani sono nella maggior parte dei moderati. Come mai i
loro leader religiosi non parlano contro il terrorismo e se lo fanno non è mai
ad alta voce?”. Tensioni solo parzialmente stemperate verso la mezzanotte del
primo giorno quando, nella lobby dell’hotel, i partecipanti si sono lanciati in
danze che hanno stupito prima di tutto i pochi giornalisti presenti.
L’incontro non ha prodotto documenti eclatanti, ma è stato
comunque di un impatto mediatico importante in numerose comunità come quella
ebraica. Israele si trova sotto elezioni e i partiti d’ispirazione religiosa
come lo Shas potrebbero risultare determinanti nella lotta che vede opposti i
laburisti di Amir Peretz a Khadima, l’ultimo lascito politico di Ariel Sharon.
La formazione che tutti vedono vincitrice della consultazione elettorale. Non è
cosa da poco.
Ma non è solo di politica che si è discusso a Siviglia.
Alain Michel, fondatore di Homme des Paroles, spiega che: “Non si trattava di
un ennesimo incontro interreligioso. È stato proprio un incontro fra
religiosi”. Una differenza importante. Ovviamente non tutti sono stati
soddisfatti di risultati e modalità di questo incontro. Fra le voci fuori dal
coro l’imam di Gaza, Salal Abdelal, che ha bollato questo meeting come una
semplice rappresentazione teatrale: “I rabbini non hanno detto una sola parola
a riguardo della Palestina. Quando abbiamo cercato di spiegare loro come viveva
il nostro popolo ci hanno tolto la parola”.
Eppure l’importanza dell’incontro è indubbia. Persino il
luogo dove si è svolto aveva un’importanza simbolica: l’Andalusia di ebrei e
musulmani che aveva creato un’armonia fra le tre religioni monoteiste.
Un’armonia che aveva arricchito il Rinascimento europeo. “Capisco la
frustrazione della delegazione di Gaza”, ha aggiunto Alain Michel, “ma si
tratta pur sempre della prima volta che sono stati autorizzati a uscire dalla
striscia”.
I circa trecento partecipanti all’incontro però hanno
anche preso dei rischi personali. Ci sono state dichiarazioni importanti come
quella dell’ex rabbino di Ginevra che ha ripetuto come ci sia bisogno di
parlare di cose che fanno male: “Non si può dire che il Corano sia solo un
tranquillo e pacifico fiume. Al suo interno ci sono delle correnti. Dei gorghi.
Non è neppure vero che nella Bibbia e nel Talmud non ci siano passaggi che
escludano le altre religioni. Bisogna avere il coraggio di parlare dei tabù.
Abbandonare alcune delle nostre certezze”.
“Non è una cosa facile”, ha aggiunto David Meyer, ex
rabbino di Brighton in Gran Bretagna, “io ho invitato un imam della città nella
sinagoga e molti dei miei non l’hanno digerito”.
Il merito più grande di questo incontro però, è stato
quello di liberare la parola. E quindi gli uomini: “Non avrei mai potuto
discutere con dei rabbini a Gaza”, ha affermato Ashour Kullab, un leader
religioso musulmano. “se mi avesse visto qualche estremista mi avrebbe sparato”.
Per la prima volta in un convegno non sono state le sedute
del congresso l’elemento più importante, ma gli incontri a latere, dove alcuni
religiosi hanno compreso che potrebbe essere possibile riuscire dove
diplomatici e politici laici hanno fallito. A riassumere il senso
dell’incontro è stata la frase di un italiano che ha messo molti partecipanti
d’accordo. Si tratta di Abd al-Wahid Pallavicini, fondatore della Co.Re.Is, la
Comunità religiosa islamica italiana: “Se oggi gli uomini si combattono ancona gli uni con gli
altri non è perché sono ebrei, cristiani o musulmani. È perché non lo sono
più”.
Il Congresso, che l’anno scorso si è tenuto in Belgio, ha
deciso la creazione di un comitato permanente di dodici membri rappresentanti
dell’ebraismo e dell’islam con il compito di monitorare i rapporti fra le due
religioni nel mondo.