IL GIORNALE DI VICENZA, 7 giugno 2006

 

“Fuorilegge gli estremisti”

 

E’ possibile amare l’Italia più degli stessi italiani? E se a rispondere affermativamente fosse qualcuno che italiano di origine non è, ma che ha fatto dell’essere italiano una scelta di vita, una scelta che lo ha portato a dover vivere sotto scorta proprio “per amore dell’Italia”?

“Io amo l’Italia. Ma gli italiani la amano?” è il titolo volutamente provocatorio dell’ultimo libro del vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam, egiziano d’origine, che ha presentato il suo volume ieri sera in prima nazionale al Jolly Hotel, durante un incontro da tutto esaurito organizzato dall’Asso-artigiani vicentina.

Un libro dove l’editorialista esperto di diritti umani e Islam vuole ancora una volta dare uno scossone agli italiani, rei secondo l’autore di non vedere ciò che accade sotto il loro naso, ovvero la continua diffusione dell’ideologia fondamentalista islamista, spesso velata sotto un’apparente moderazione solo esteriore in associazioni come l’Ucoii, da tempo denunciate da Allam.

Una condanna inesausta nei confronti di una ”miopia italiana”, rintracciabile in particolare in una classe politica “priva di alcun senso dello Stato - così il durissimo giudizio del giornalista - ripiegata su sé stessa, preoccupata sia a destra che a sinistra solo di durare a lungo”.

Da qui quel punto interrogativo presente nel titolo del libro: una provocazione che nasce da un’amara constatazione, ovvero che “in Italia sia oltremodo necessaria molta più consapevolezza etica, che parta dalla ferma convinzione che alla radice del terrorismo vi e un nichilismo che disprezza nel modo più totale la vita in quanto tale”. Si tratta di una cultura di morte che, secondo Allam, trova terreno fertile per la sua diffusione specialmente in quei paesi ove non avviene una vera integrazione degli immigrati, i quali costruiscono ghetti, creando “Stati negli stati, in tutto e per tutto come se fossero nel loro paese d'origine. Vogliamo che Italia faccia lo fine dell'Olanda o dell’Inghilterra, dove quasi l'8o% dei musulmani residenti anche da generazioni hanno dichiarato di sentirsi islamici e non cittadini inglesi?

- Come, allora, prevenire tutto ciò? Cosa dovrebbero fare gli italiani per amare di più l’Italia e combattere sul nascere il dilagare dell’ideologia fondamentalista?

“Recentemente ho proposto, senza successo, la creazione di un nuovo Ministero, denominato “Dell’integrazione, identità nazionale e cittadinanza”. La cittadinanza non può venire regalata con un semplice atto burocratico, o solo perché si è nati in Italia. E necessario sapere bene la lingua, la cultura, ma soprattutto condividere i valori che fondano il nostro Stato di diritto. Finché ciò non avverrà, gli immigrati tenderanno sempre a creare dei ghetti, senza mai veramente integrarsi. Tony Blair ha dichiarato l’assoluta necessità dell’integrazione. Perché in Italia nessuno esprime una simile istanza?”.

- Un pericolo, quello della finta integrazione, che appare quindi strettamente connesso al problema della diffusione dell’ideologia islamista. In che modo è possibile creare un antidoto a ciò? Come riconoscere quando un musulmano residente in Italia non rappresenta un pericolo?

“Solo quando vi è la più totale accettazione di valori comuni, prima di tutto il rispetto per la vita come tale. E, quindi, la condanna radicale nei confronti di tutti gli atti terroristici. Purtroppo in Italia continuano ad esistere organizzazioni ufficialmente riconosciute come l’Ucoii che non condannano gli attentati contro Israele. Certo, non mettono le bombe, ma ben più pericolosa è l’ideologia che diffondono. Se diamo loro spazio oggi, un domani chiederanno sempre di più”.

- Esiste in Italia un Islam moderato, che rispetti dunque questi presupposti e con il quale dialogare?

 “Sì, ma molto minoritario. Di certo la Coreis (Comunità Religiosa Islamica) Italiana la quale, cosa rara, riconosce il pieno diritto ad esistere delle altre religioni. Bisogna dare spazio a queste realtà e mettere invece fuori legge tutte quelle come l’Ucoii. O vogliamo forse arrivare a prendere delle precauzioni solamente dopo che è accaduto qualcosa di grave?”.

 

A cura di Giovanni Zanolo