LIBERO, 10 giugno 2006

 

La mia prima volta in una Moschea

 

Sarà l’età, sarà il primo caldo, ma oltre alla solita colichetta renale di stagione, ho un piccolo disturbo alla testa: temo di avere un filo staccato. Questa non è una vera e propria confessione; è il racconto di un giornalista che, a forza di andare qua e là per promuovere Libero, si trova a bocciare se stesso.

Basta premesse, vuoto il sacco. Mi sono recato in Moschea. Giuro, mi sono tolto le scarpe come un Gianfranco Fini qualunque in procinto di chiedere scusa ad Allah per le vignette sataniche esibite (si fa per dire) da Calderoli. Intendiamoci, non avevo nulla da farmi perdonare. Semplicemente ho aderito a un invito di carattere televisivo. Colpa di Fontolan, dirigente di Raisat, il quale un giorno mi telefona e lancia una proposta indecente: stiamo girando una serie di trasmissioni sulle religioni e, per quanto riguarda l’Islam, abbiamo pensato a te.

A m? Siete pazzi. Non so niente di queste cose.

Ma se hai pubblicato a fascicoli il Corano visto da te medesimo.

Si, però, il Corano non l’ho mica scritto io. Mi sono limitato a vederlo e a leggiucchiarlo, e ho buttato giù quattro osservazioni da profano. Maometto non mi ha regalato la patente di islamista.

Non importa, qui non si tratta di fare l’esegesi della legge coranica, bensì di intervistare Pallavicini.

E chi è costui?

Non fare il finto tonto. Renato Farina se n’è occupato mille volte. È il capo dei musulmani italiani. Dov’è il problema? Vieni qui, gli porgi tre o quattro domande e festa finita.

Ho cercato di dribblare, mi sono inventato le scuse più penose, poi, come quasi sempre mi accade, ho ceduto. Meno male non sono nato donna, altrimenti sarei stato una zoccola. In sintesi, ha vinto Fontolan. E ieri mi sono beccato la Moschea.

Da notare, mercoledì, sempre per via del fatto che non sono buono a dire di no, ero in parrocchia. A Longuelo, quartiere ai piè delle colline di Bergamo. Un oratorio restaurato con gusto, salone gremito di gente curiosa e di ogni età, svariate domande su temi d’attualità. Non è facile catapultarsi dalla torre campanaria a un luogo di culto musulmano, un capogiro è assicurato, e persino il sospetto di essere un po’ schizofrenici.

In ogni caso alle 15.30, come convenuto, mi presento in via Meda 9 (Milano). Un banale cancello aperto, e un gruppetto di persone ad attendemi. Ci sarà un kamikaze? Magari un decapitatore? Due poliziotti seri mi fanno segno: tranquillo, tutto sotto controllo. Ostento disinvoltura e mi appresto ad entrare. Mi quardo intorno. L’edificio è modesto però ben tenuto, vernice fresca; cortile pulito, d'altronde siamo a Milano, no, non a Bagdad. Mi informo, dovè la Moschea?

Questa.

Ah! Interessante.

Noi cristiani, o atei di cultura cristiana, siamo abituati ad altro e chiese sontuose, dipinti dappertutto, madonne dall’aria ispirata, angeli naturalmente alati, volti dall’espressione mistica, marmi, dorature, santi e sante a volontà, drappi preziosi; insomma un lusso da intimidire.

La Moschea nella sua dignità sembra un garage dismesso momentaneamente adibito a magazzino di tappeti. La consapevolezza di essere nella casa o, meglio, in una succursale dell’Islam matura alla vista, in un angolo, di un discreto numero di scarpe appaiate cui, per rispetto d’ospitalità, si aggiungono le mie. Dissimulo imbarazzo e avanzo. Strette di mano e sorrisi stentati.

Spicca nel capannello la figura ieratica di un santone, tunica candida, barba in tinta, occhi sereni, cortesia affettata, mani assai curate. L’è lu, l’è propi lu, lo sceicco Pallavicini. Uso il milanese perché sarà sceicco, il Pallavicini, ma è nato qui, in via Meda, per quanto il suo accento abbia conservato poco di meneghino. Luci e telecamere sono pronte. Operatori, regista, aiutanti, elettricisti e lo stesso Fontolan: tutti rigorosamente scalzi, tali quali Mosé nell’atto di ricevere i dieci comandamenti, precisa il Pallavicini. Non ho difficoltà a credergli. In effetti Mosé con le Tod’s è improbabile anche negli schemi dell’iconografia occidentale.

Si comincia. Il Pallavicini è assiso su uno scranno con braccioli; alla sua sinistra Lorenza Foschini, famosa vaticanista Rai, a destra mi accomodo io ma non sono molto comodo, perché Fontolan mi ha pregato: sdraiati un po’ altrimenti risulti più alto dello sceicco.

Non sia mai. Obbedisco, ma non vi dico la sofferenza: già si fatica a stare seduti su una cadrega in modo usuale, figuratevi semisdraiato. Mi rendo conto che il funzionamento delle meningi è condizionato dal comforto di cui godono i glutei; il mio cervello, dato l’estremo disagio delle terga, è offuscato da nebbia fitta. Non mi viene un pensiero che non sia quello di fuggire. Non fuggo per pura vigliaccheria.

La Foschini è un mito. Spara una serie di considerazioni pertinenti, dotte; si intuisce che ha studiato la pratica mentre io non solo non so un tubo di Allah e dintorni, ma sono impegnato nell’ardua impresa di non scivolare giù dalla seggiola.

Tocca a me rivolgere al canuto sceicco un quesito. Sentite che stronzata mi è passata per la mente: scusi, perché lei va in giro vestito così?

Scopro con meraviglia che il mio quiz è meritevole di attenzione. Pallavicini discetta a lungo. È un fenomeno. Un prete autentico, dei nostri non avrebbe saputo far di meglio. Non riassumo le sue argomentazioni per motivi contrattuali: fra due o tre mesi andrà in onda l’intervista è, se vi premono certi concetti, aspettate il tempo opportuno. Posso aggiungere che il musulmano di rito ambrosiano, nelle successive risposte, è stato ancora di una abilità fuori del comune. Ha sciorinato una sequela di discorsetti ammorbiditi dal buon senso e dalla tolleranza. Un curato perfetto. Di più, un vescovo.

Un’ora di chiacchiere trascorre in fretta. Da una vita tento di credere in Dio e sarebbe stata troppa grazia incontrarlo in un similgarage tra le 15.30 e le 16.30 d’un venerdì di giugno, in Moschea. Resto qui con tutte le mie perplessità, tranne una: se tutti i musulmani fossero come Pallavicini sarei per il dialogo.

Invece se solamente pronuncio la parola Islam mi compare il fantasma di Al Zarqawi. E mi consolo all’idea che ormai sia un fantasma.

Non sono in paradiso, ma il fiato è tornato su.