LA PROVINCIA, 13 giugno 2006
Prove
tecniche di dialogo tra religioni
Prove generali di dialogo religioso. In un’atmosfera
contraddittoria tra le attese celebrazioni dei vent’anni dell’incontro
multireligioso di preghiera svoltosi ad Assisi nell’86 (per iniziativa di Karol
Wojtyla) e i ripetuti atti di guerra che sconvolgono il Medio Oriente, spuntano
almeno in Italia segnali di avvicinamento che vedono protagoniste le comunità
delle tre grandi religioni monoteistiche.
Un segnale importante, nel segno
del confronto culturale, se non proprio del dialogo tra le fedi, è giunto lo
scorso venerdì, a Milano, con l’incontro tra le rappresentanze ufficiali delle
minoranze dell’Ebraismo e dell’Islam italiano: l’Ucei (Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane) e CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica Italiana). Presenti
il rabbino Giuseppe Laras, il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib e lo sceicco
‘Abd al-Wahid Pallavicini, ebrei e musulmani hanno dato vita a un pomeriggio di
preghiera comune. Al richiamo del muezzin, gli ospiti ebrei sono entrati nella
sala della moschea milanese, in corso di realizzazione in via Meda, e hanno
assistito e condiviso il momento rituale dei “fratelli” musulmani. Un atto
dalla forte carica simbolica che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe
essere una tappa decisiva, in Italia, nel tormentato cammino di dialogo tra le
due religioni. Proprio mentre, in Toscana, si levano scudi contro la nuova
moschea di Colle Val d’Elsa, che ha visto scendere in campo la scrittrice
Oriana Fallaci.
“Dialogo”-, come è stato ricordato
anche a margine dell’incontro di Milano, risulta essere una parola che ricorre
quasi ossessivamente tra cronache giornalistiche, discorsi politici,
riflessioni teologiche. Ma qual è il dialogo che viene proposto e ricercato? Il
rabbino Laras e lo sceicco Pallavicini - interpellati da Lo Provincia -
danno un’indicazione molto precisa in merito: occorre partire dalla “conoscenza
reciproca”.
In ambito religioso, un termine di
riferimento esiste già da 60 anni. Ed è certamente il cammino intrapreso da
ebrei e cristiani dopo la fine della seconda guerra mondiale, sancito da
documenti ufficiali e importanti giornate storiche. Il ricordo corre alla
Dichiarazione del Concilio Vaticano il Nostra Aetate, che nel 1965
regolava per la prima volta i rapporti con le religioni non cristiane, oppure
alla visita, vent’anni fa, di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma e alla
successiva missione a Gerusalemme, nel 2000. Nella memoria di tutti,
l’abbraccio con il rabbino capo Elio Toaff e la preghiera sul Muro del pianto
sono gesti che sintetizzano un desiderio di riconciliazione. E probabilmente
nella stessa direzione muove i primi passi anche il cammino di avvicinamento
tra ebrei e musulmani e tra musulmani e cristiani.
Con coraggio, sullo sfondo delle
grandi tragedie politiche di oggi. Non mancano gli esempi. Il 14 dicembre 2001
(nel vivo della campagna americana in Afghanistan), Giovanni Paolo II invitava
cristiani e musulmani a pregare insieme. Qualche mese fa - il 13 marzo -, in
un’atmosfera di gravi tensioni, alimentate dalle minacce iraniane contro
Israele e addirittura dalla negazione dell’esistenza storica della Shoah,
abbiamo assistito all’incontro tra il rabbino capo della Comunità ebraica di
Roma Riccardo Di Segni, e Abdellah Redouane, segretario del centro islamico
culturale d’Italia, con il reciproco scambio di saluti: “Salam alaykum” e
“Shalom”.
Segnali che sembrano indicare una
strada, come hanno ribadito a La Provincia anche Laras e Pallavicini. O
meglio, sembrano riempire di un preciso contenuto la parola “dialogo”. Lontani
da una dialettica che coinvolge i fondamenti teologici o le decisioni
politiche, si cerca dunque il gesto simbolico, preludio auspicato di un futuro
vissuto almeno da “fratelli”.