IL RIFORMISTA, 11 luglio 2006

 

La Consulta islamica nell’era di Giuliano Amato

 

L’obiettivo era far dialogare lo Stato con la comunità islamica nazionale. E allo stesso tempo lavorare per la costituzione di un Islam italiano espressione di una comunità aperta e integrata. Dieci mesi, quattro riunioni e due governi dopo, mentre i suoi componenti stanno lavorando alle proposte per la riforma della legge sulla cittadinanza, la Consulta per l’Islam italiano ha trovato una sua identità o è ancora in divenire? E qual è in effetti la sua identità? La Consulta - istituita il 10 settembre 2005 dall’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu - è nata infatti come “organismo consultivo per il dialogo interreligioso” con l’obiettivo di favorire il dialogo istituzionale con le comunità musulmane d’Italia e promuovere la nascita di un Islam italiano. Nonché di tendere una mano ai moderati e di fronteggiare l’estremismo condannando la violenza politica. E così venne illustrata, all'indomani della sua costituzione, dallo stesso Pisanu: “Con l’istituzione della Consulta si compie il primo passo di un cammino, certamente non breve né facile, che dovrà condurci alla formazione di un Islam italiano”. Sin dall’inizio, però, la Consulta ha mescolato, nei programmi di lavoro e nelle discussioni, temi legati alla religione e all’organizzazione del culto con questioni che riguardano l’immigrazione in generale. Già nella prima riunione, convocata l’8 febbraio scorso, la programmazione dei lavori si era infatti organizzata intorno a sei temi di fondo alquanto eterogenei: c’erano l’integrazione (casa, scuola, lavoro) e la salvaguardia della specificità della religione e delle tradizioni islamiche, c’erano la predicazione nelle moschee, la formazione degli imam, i luoghi di culto insieme alla discussione sulla condizione sociale e sui diritti degli immigrati, e ancora l’accesso dei rappresentanti religiosi islamici nelle carceri e negli gli ospedali.

Quattro mesi dopo, il 14 giugno, ecco la quarta riunione della Consulta (in parte anche inattesa) ed ecco la nuova mission data dal ministro Giuliano Amato, che ha confermato l’intero team e ha chiesto ai sedici di lavorare sulla riforma della legge sulla cittadinanza, che dovrà passare dallo ius sanguinis allo ius soli.

Ma perché occuparsi proprio di cittadinanza e immigrazione? “Alla fine noi diamo consigli per quel che riguarda l’Islam, però tutti gli immigrati che vengono qui hanno gli stessi problemi. - spiega Gulshani jivraj Antivalle, una delle quattro componenti femminili e presidente della Comunità Ismailita Italiana - Non mi permetterei mai di dare suggerimenti per qualcun altro. Un musulmano che viene in Italia è un’entità intera, ha problemi di lavoro, di carte, di permessi di soggiorno. Non posso solo dare consigli sulla religione perché ci sono tanti problemi da risolvere e per evitarne altri bisogna affrontarli tutti. Altrimenti chi arriva si trova perso. Bisogna integrare”. L’integrazione, appunto. Quella che lo scrittore di origine irachena Younis Tawfik, docente universitario di lingua araba e presidente del circolo italo-arabo Dar al Hikma di Torino, pone al primo posto fra le questioni da affrontare. Tawfik sottolinea che la Consulta è formata da consulenti e tecnici scelti sulla base dei loro curriculum, molti attivi proprio nel campo dell’immigrazione, del sociale, dell’integrazione e della mediazione culturale. Sulla cittadinanza “io stesso ho detto ad Amato che noi non siamo rappresentanti di tutti gli immigrati – afferma Tawfik – La risposta è stata che hanno già sentito anche altri e stanno lavorando nel senso più ampio”. “Siccome la questione dell’Islam è ampia, non si può circoscriverla in un quadro molto stretto - commenta lo scrittore - Dobbiamo comprende il fatto che i musulmani fanno parte della realtà italiana. Sono prima immigrati poi musulmani, appartengono a una fede “problematica” e noi dobbiamo procedere prima a risolvere i punti fondamentali. E quello dell’integrazione è il più importante. I musulmani non devono vivere con la testa in Italia e con i piedi altrove. Ed è molto urgente la firma della Carta d’Intesa fra Stato e Islam: abbiamo un milione e mezzo di musulmani che non sono riconosciuti”. Secondo Yahya Pallavicini, vice presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana “sia Amato hanno avuto un approccio che rischiava di confondere le politiche per l’Immigrazione con la tutela delle esigenze dei musulmani d’Italia”.

C’è chi come Pisanu ha cercato di inquadrarle nell’ottica del dialogo interreligioso e chi come Amato partendo dalla cittadinanza italiana”, commenta Pallavicini, “La mia posizione è che l’identità dell’Islam italiano dovrebbe essere affrontata secondo la sua specifica identità e non in relazione ad altre religioni o a politiche dell’immigrazione”. Pesa la mancanza di una Carta d’Intesa fra lo Stato e l’Islam, su cui incide l’assenza di un interlocutore che possa dialogare su base ufficiale con le istituzioni. “C’è uno scenario - continua Pallavicini – in cui fra noi non si è riusciti a trovare un unico interlocutore riconosciuto, un po’ per colpa nostra e un po’ per una politica passiva. Dopo l’11 settembre questa passività rischiava di creare scenari poco controllabili. Le autorità come anche in Francia e in Gran Bretagna, hanno cercato di favorire uno strumento di confronto fra la società civile musulmana e gli organi dello Stato: a questo risponde la Consulta”. Si tratta dunque di “uno strumento intermedio” che finora non sembra ancora arrivato al cuore e nel merito dell’Islam. In mancanza di un altro organo è uno strumento molto prezioso perché né lo Stato né i musulmani avrebbero un tavolo su cui confrontarsi. È uno strumento al quale non c’è alternativa - continua il vice Pallavicini - Il problema è identificare temi utili a fare un cammino di crescita comune. Se ci mettiamo dentro la casa, il lavoro, la cittadinanza, l’immigrazione, cose che non hanno a che fare solo coi musulmani, rischiamo di non affrontare temi più scottanti ma più specifici alle esigenze dei musulmani in Italia. Ad esempio la scuola. Fino a ora ci sono state quattro riunioni, ognuna di quattro ore, per sedici ore in tutto, e i temi legati a scuola, insegnamento nella moschea, imam, esigenze pratiche, cimiteri, trasparenza negli ospedali e nelle carceri non sono stati affrontati”. Quella di Pallavicini è dunque una critica? “È un approccio critico che mi trova nella pazienza. Finora siamo stati chiamati a parlare di cose importanti che non sono legate alle priorità dei musulmani in Italia”. Insomma: aver centrato l’attività della Consulta sull’immigrazione significa dare consigli su temi interessanti ma non prioritari. “È un approccio che rischia di essere dannoso - si lascia sfuggire Yahya Pallavicini - perché continua ad associare i musulmani con gli stranieri. Ma i musulmani italiani non sono stranieri. Altrimenti finisce che gli unici non stranieri sono i cattolici”.