LA REPUBBLICA, 13 agosto 2006

 

Blitz, critiche a Amato ma gli islamici si dividono

 

ROMA - La sicurezza nazionale va tutelata contro il terrorismo. Ma la comunità dei musulmani italiani si divide sul blitz ordinato venerdì dal ministro dell’Interno Giuliano Amato. L’Ucoii, Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, è la più dura contro quello che definisce il “pattuglione”: “Non posso che esprimerle tutta la mia delusione e amarezza per lo stile con il quale il dicastero che ella dirige ha affrontato la prima prova di antiterrorismo che questi tempi duri le hanno imposto” ha scritto ieri in una lettera il segretario dell’Ucoii, Hamza Piccardo.

Il Viminale, sulla scia dell’allarme londinese, aveva lanciato un’operazione conclusasi con 40 arresti, 111 denunce e 114 procedure di espulsione nei confronti dl musulmani senza permesso di soggiorno o colpevoli di reati contro il patrimonio. Lungi dal distruggere le cellule fondamentaliste, secondo Piccardo, questa operazione rappresenta il solito pattuglione nei luoghi che, in mancanza di veri centri sociali, fungono da aggregazione dei cittadini extracomunitari: call center e money transfer e qualche strada di quei quartieri degradati che i nostri concittadini lasciano volentieri ai “nuovi cittadini””.

Sull’utilità delle misure estemporanee ha qualche perplessità anche Mario Scialoja, direttore per l’Italia della Lega mondiale musulmana e membro della Consulta Islamica presso il ministero dell’Interno. “I controlli non sono mai abbastanza. Ma l’operazione di venerdì sembrava pensata per l’opinione pubblica”. Osama al Saghir, presidente dei Giovani musulmani d’Italia, distingue fra operazioni di superficie e interventi profondi: “Trovo che nella lotta contro il terrorismo la misura veramente significativa sia stata la nuova legge sulla cittadinanza”.

Moschee e centri culturali islamici sono monitorati dalle forze dell’ordine con l’accordo delle stesse autorità religiose. Il problema può arrivare dal sedicente imam che predica odio al di fuori dei circuiti ufficiali. “Certo che siamo favorevoli ai controlli, ma non è questo il punto” spiega Yahya Sergio Pallavicini, vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica (Co.Re.Is.) e membro della Consulta. “Chiediamo il riconoscimento dell’Islam come religione ufficiale. Così sarà possibile distinguere i veri luoghi di culto da quelli improvvisati, isolando gli imam che predicano l’estremismo. Oggi in Italia islam può voler dire macellerie, banche, una famiglia di immigrati. Da questa confusione non è escluso che emerga la cellula fondamentalista. Ufficializzando la religione, sapremo invece distinguere l’Islam vero da quello falso”.

Che ci siano “persone con i piedi qui ma il cervello in Afghanistan” è opinione anche di Souad Sbai, presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia, anche lei nella Consulta. “Se qualcuno è infastidito dai controlli vuol dire che non ha la coscienza pulita. Tutti siamo turbati dalle notizie che ci arrivano dall’Iraq o dalle immagini della guerra del Libano, ma non reagiamo pianificando attentati. Siamo i primi a non volere episodi di terrorismo”.