IL MERIDIANO, 7 ottobre
2006
«Un Concilio Vaticano III interreligioso promosso da Benedetto XVI dove ebrei, cristiani e musulmani occidentali lavorino assieme per rispondere alle sfide del mondo moderno e dare un segnale chiaro contro ogni fondamentalismo». Per Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana, ospite di Benedetto XVI a Castelgandolfo lo scorso 25 settembre come membro della Consulta per l’Islam italiano, la strada per un dialogo autentico sarebbe quella di «promuovere la collaborazione fra i sapienti occidentali delle tre religioni di Abramo. Solo partendo da un linguaggio e una cultura comuni, sarà possibile creare nello stesso Occidente quella sintesi fra la realtà moderna e i valori universali propri di ogni religione, unico vero antidoto contro il fondamentalismo».
Pallavicini,
di ritorno dal convegno internazionale sul “Dialogo tra Civiltà” svoltosi a
Rodi, come ha reagito al duro attacco di Al Zawahiri contro il pontefice?
«La posizione della Coreis e dell’Islam religioso italiano è ora di maggiore vicinanza con il papa, al fine di promuovere una vera convergenza e fratellanza fra ebrei, cristiani e musulmani nella comune lotta alle strumentalizzazioni e alle minacce».
Benedetto
XVI, a Castelgandolfo, si è richiamato al precedente discorso tenuto a Colonia
nel 2005 ribadendo che «il dialogo interreligioso e interculturale fra
cristiani e musulmani non può ridursi ad una scelta del momento». Come non
definire tuttavia l’incontro di Castelgandolfo proprio una «scelta del momento»
per archiviare il “caso Ratisbona”?
«Dobbiamo lavorare affinché questo incontro possa dare corso a un
nuovo ciclo di rapporti fra Chiesa Cattolica e mondo musulmano. Vogliamo
infatti sperare che non si sia trattato della semplice chiusura di un capitolo
per demonizzare o porre il silenzio su “Ratisbona 2006” e tornare a “Colonia
2005”. Colonia, Ratisbona ed ora Castelgandolfo sono tappe di un itinerario
complesso: solo in questa chiave si potrà valutare con spirito aperto e
critico, anche da parte islamica, tutte le elaborazioni dottrinali e l’apporto
teorico di Benedetto XVI, evitando di scadere in reazioni popolari inconsulte o
meramente diplomatiche».
Esattamente
vent’anni fa, il 27 ottobre 1986, Giovanni Paolo II incontrò ad Assisi suo
padre Abd al Wahid Pallavicini, presidente della Coreis, in occasione di un
evento che per molti segnò una svolta nella storia del dialogo fra religioni.
«È opportuno salutare il primo
incontro interreligioso del 1986 come un momento storico voluto da Giovanni
Paolo II e motivato da finalità quali la prevenzione dei conflitti e la messa
in evidenza, nella diversità, del comune carattere religioso delle confessioni
rappresentate. Purtroppo “Castelgandolfo 2006” avviene in un momento di grandi
tensioni internazionali e a seguito di un incidente che ha scatenato reazioni
inconsulte. C’è una natura molto diversa fra i due momenti».
Quanto la
diversità dei due incontri rispecchia quella di atteggiamento che i due
pontefici hanno nei confronti dell’Islam? A Castelgandolfo Ratzinger ha citato
un passo dal discorso che Giovanni Paolo II tenne a Casa Blanca nel 1985 a
proposito della richiesta di «reciprocità in tutti i campi». In quello stesso
testo, tuttavia, Wojtyla lancia un forte richiamo anche alla credenza «nello
stesso Dio dei cristiani e musulmani», espressione questa mai usata da
Ratzinger, che si limita ad affermare che le due religioni «adorano un Dio
unico». Solo un finezza linguistica?
«Al di là della citazione di
Wojtyla, vorrei tornare proprio al quel giorno del 1985, a Casa Blanca, avendo
avuto l’onore di essere stato ospite del re del Marocco Hassan II. Mi colpì il
fatto che questo grande re di discendenza profetica abbia ospitato il papa
predisponendo nel cerimoniale una poltrona identica alla sua e allo stesso livello.
Conoscendo il re, era evidente l’intenzione di onorare un ospite rappresentante
di un’autorità religiosa che non era la propria, durante una visita nella quale
il vicario di Cristo incontrava un discendente del Profeta. La qualità e
l’identità di quelle due poltrone dimostra una profonda sensibilità
tradizionale nel riconoscere l’identità di un’autorità religiosa senza
trattamenti di favore che potessero indicare la superiorità o inferiorità di
una delle due parti. Questo è il nocciolo della questione: un dialogo autentico
avviene quando nessuno è abbassato di livello, che sia la parte islamica o il
papa stesso, senza sudditanze, soggezioni psicologiche o volontà di supremazie
culturali o teologiche. Questa sarebbe la vera reciprocità, una reciprocità che
parte dal Principio, nel manifestare che siamo tutti sullo stesso piano perchè
figli dello stesso Dio: da una parte i sudditi fra loro, dall’altra le
autorità. È un tipo di reciprocità che tutela il carattere sacrale e promuove
una convergenza che non è mai buonista né di falsa politica volgare. Solo da
questi presupposti sarà possibile trarre anche una proficua collaborazione su
tutti i piani della società».
Tuttavia
nei mass media, per conoscere l’Islam come tale, si preferisce spesso ascoltare
musulmani “laici” oppure studiosi non islamici, tanto più autorevoli quanto più
esterni e “neutrali”. I musulmani religiosi, al contrario, sono chiamati a
commentare fatti di cronaca. Come superare questo paradosso?
«La scelta di invitare a
Castelgandolfo anche i membri della Consulta italiana mi è sembrato un segnale
interessante. Solo attraverso il dialogo fra rappresentanti religiosi
occidentali è possibile infatti superare il gap culturale fra Occidente e
Oriente, eliminando ogni problema di linguaggio e di metodo (il termine
“razionalità”, solo per fare un esempio, per un orientale ha tutt’altro
significato). A tal fine ho formalizzato al papa una proposta con due testi
(disponibili sul sito www.coreis.it) nei quali auspichiamo una collaborazione
fra teologi e leader religiosi, privi di alcun interesse politico, per creare
orientamenti sicuri nell’ambito del dialogo interreligioso del XXI secolo. Ma
ribadisco: lavoriamoci assieme».