IL MERIDIANO, 28 ottobre 2006
Velo, una
fede o un marchio?
Roma - Residuo di una passata società patriarcale ed
ostacolo all’emancipazione femminile, marchio di appartenenza
etnico-geografica, o più semplicemente simbolo di una fede religiosa? Tre donne
musulmane della Coreis, Comunità Religiosa Islamica Italiana, discutono sul
tema del velo, tornato ancora una volta al centro del dibattito mediatico fra
tensioni, incomprensioni, e necessità di conoscenza.
Ilhamallah
Ferrero, segretario generale della Coreis: c’è qualcosa di diverso In questa
ennesima “crisi del velo”?
“A mio avviso si è fatto molto
rumore per nulla, puntando il dito su qualcosa di non prioritario per i
musulmani in Italia, che sono ancora in attesa di un riconoscimento ufficiale
della loro religione. Solo attribuendo pari dignità alla religione islamica si
favorirà quell’armoniosa sinergia fra responsabilità civili e religiose che
ogni musulmano italiano dovrebbe incarnare. Di conseguenza a ciò, verrebbe
anche promossa la pari dignità su altri piani, come quello fra uomo e donna”.
Perché
quando si parla di velo si fatica a distinguere la linea di confine fra
politica e religione?
“C’è una grande confusione fra
le due sfere anche da parte islamica. Bisognerebbe parlare di velo in sé,
sfrondandolo dei significati ideologici dei fondamentalisti. Se da un lato,
infatti, con la costrizione del velo si rinforza un’identità religiosa
puramente esteriore, dall’altro è altrettanto paradossale che, proprio in nome
della libertà, ci si illuda di dare più libertà alle donne con leggi
proibizioniste”.
Si
riferisce al modello francese?
“Proprio l’esempio della
Francia deve servire da monito per non cadere nell’assurdità di una democrazia
che va contro sé stessa e i suoi principi di libertà. Quello del velo è un
falso problema: il vero velo da togliere è solo quello dell’ignoranza. Nei
molti paesi islamici che ho visitato c’è una grande partecipazione della donna
alla società, e così deve essere anche in Europa”.
Se non
si tratta di un segno di oppressione o di un problema di rispetto delle leggi,
cosa significa portare il velo per una musulmana di oggi?
“Custodire la propria identità
religiosa in modo del tutto compatibile con quella occidentale e, allo stesso
tempo, lasciate emergere una differenza che non deve far paura, bensì servire
da stimolo per una riflessione sulla salvaguardia dei principi fondamentali di
ogni civiltà. Deve essere una possibilità di rispondere ad una vocazione
religiosa che si può mostrare, oppure no, attraverso un abito che non è una
costrizione, né un’omologazione, bensì un richiamo alla sacralità della vita:
una sacralità che non va sminuita, nella piena libertà di poterla custodire”.
Maryam
Tabaglio: lei porta il velo nel suo negozio di ottica a Ventimiglia?
“No, lo porto solo nei luoghi
sacri. Non essendoci una prescrizione esplicita di vestirlo anche fuori, si
tratta di una scelta personale. E non è certo un segno per distinguere una
musulmana buona da una cattiva, cosa che non può essere demandata ad un pezzo
di stoffa. Ma sia chiaro: non è che non porto il velo pubblicamente perché sono
di origine italiana. Conosco immigrate che non lo portano, e italiane che lo
portano”.
Nessuna
differenza fra i due casi?
“Non deve essercene. Il velo è
per ogni musulmana un simbolo di sottomissione a Dio e di protezione esteriore
che deve rispecchiare quella interiore, anche per gi uomini che si vestono in
modo tradizionale. Ma è necessario solo nei momenti rituali, quando ci si
avvicina a Dio, così come è sempre stato per molte altre tradizioni. Se si
parla di velo, penso alla Vergine Maria”.
Per Iman Marchiafava di
Palermo, responsabile nell’ammistrazione di un’azienda di Capaci, la prima cosa
da fare è “sgomberare il campo da ogni confusione fra velo islamico, che copre
solo il capo, e ogni altra forma di vestiario come il burqa che vela il viso, e
che nulla ha a che vedere con la simbologia religiosa”.
Anche
per lei va usato solo nei momenti rituali?
“Si, ma questo non mi impedisce
certo di mantenere un raccoglimento interiore e di presenza spirituale anche al
di fuori dai momenti di preghiera. Se non è una manifestazione esterna di un
velo più interiore, non avrebbe senso portare il velo sul capo”.
Lei
vive in un paese, la Sicilia, che è stato a lungo un paese islamico e dove
liberamente hanno convissuto ebrei e cristiani. Oggi è parte dell’Italia e di
un’Europa dove si discute della possibilità di proibire i simboli religiosi.
“E’ assurdo agire con una
costrizione contro un’altra (presunta) costrizione. Il velo non si impone né si
vieta. Perché una musulmana non può decidere di velarsi come fanno le donne
consacrate di altre religioni, rispondendo così a quel richiamo presente nella
stessa tradizione cristiana ad essere “tutti sacerdoti a Dio consacrati”?”.
Di Giovanni Zanolo