IL GIORNO, 16 novembre
2006
In un’epoca globalizzata fino allo scolorimento
come la nostra, in cui l’indistinzione sembra l’habitus preferito per meglio riconoscersi,
autolegittimarsi e “non disperdersi”,parafrasando un frammento emblematico di
Franco Battiato, avvicinare un personaggio della statura dello Shaykh Abd al
Wahid Pallavicini, perfino iconografico nella sua figura, sembra uno di quegli
incontri straordinari descritti da George Ivanovitch Gurdjieff.
Pallavicini è un milanese purosangue di età venerabile,
convertitosi all’Islam in un lontano giorno di gennaio del 1951. Da quel
momento avrebbe assunto lo stesso nome islamico del filosofo ed eminente esoterista
francese René Guénon che si era appena spento al Cairo. Dopo una vita trascorsa
in Oriente ha ricevuto un numero incredibile di incarichi religiosi volti alla
guida della comunità islamica italiana e tesi al dialogo interreligioso, in
particolare con il mondo cristiano.
Autore di autorevoli testi è oggi presidente della
Co.Re.Is (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, mentre alle sue cure è
affidata la gestione della moschea di Roma, con il progetto aperto di edificare
un secondo e forse più rappresentativo luogo di culto islamico a Milano.
Presente ovunque la sua parola possa contribuire al consolidarsi della pace nel
mondo, ha partecipato lo scorso anno al congresso mondiale di Rabbini e Imam,
svoltosi a Bruxelles sotto l’alto patronato del re del Belgio Alberto II, Re
del Belgio, e di Muhammad VI, re del Marocco.
Shaykh, entriamo subito nel cuore della “vexata quaestio” di questi giorni: il discorso del papa a Ratisbona sembra aver contrapposto la violenza dell’Islam contro la ragione della fede cristiana… “Mi astengo da qualunque atteggiamento polemico, ma temo che il pontefice riduca a mera “ratio”, a logica pura, una questione che riguarda la fede. La religione non è riducibile a formula matematica e il “credo quia absurdum” di Sant’Agostino mi sembra assai illuminante, così come è impensabile ritenere che al di là della Chiesa di Roma non vi sia possibilità di salvezza. Come ci si può, dunque, attendere rispetto da chi ammette un’unica fede salvifica?”
C'è speranza in un dialogo
interreligioso davvero unificante e che metta fine una volta per tutte a
conflitti ed equivoci?
“Se impariamo a riconoscerci nello
stesso, unico Dio è possibile. Le tre confessioni monoteiste (il cattolicesimo,
l’islam e l’ebraismo) dovrebbero tendere a un trialogo, mentre spesso il
dialogo resta irrisolto e “diabolico”, simile al dubbio che non riesce mai a
superare se stesso.”
Secondo lei siamo di fronte a una
guerra di religioni e di civiltà diverse, oppure si tratta di ragioni
squisitamente economiche?
“È uno scontro di pseudociviltà: non esistono più
le grandi civiltà, universalmente emblematiche per il loro teocentrismo come
quella egizia, assiro babilonese, della statura del Sacro Romano Impero oppure
del califfato islamico. Siamo orfani di identità: esiste forse uno stato
confessionale islamico? Siamo sempre più spesso di fronte a una pletora di
funzionari, politicanti e dittatori che nulla hanno a che vedere con l’islam,
sinonimo di sottomissione a Dio. Dunque tutto quello che accade è solo frutto
di giochi economici e politici, e insomma di quel potere che ha distrutto la
natura stessa della religione.”
Perché i capi delle comunità
islamiche sembrano non fornire agli immigrati indicazioni certe inerenti al
rispetto delle leggi del posto?
“Mio figlio, l’imam Yahya Pallavicini,
si è fatto da tempo paladino delle istanze di un Islam sano e moderato e sta
proprio adesso portando sul tavolo della consulta presso il Ministero
dell’Interno la questione che lei pone. Un motivo in più perché il confronto
con l’Ucoii, che equipara i bombardamenti israeliani nel Libano agli eccidi
nazisti, risulti infuocato. È bene ribadire come la legge coranica imponga il
rispetto totale delle abitudini e delle leggi dello stato ospitante. Purtroppo
molti degli immigrati in Italia sono giovani di prima generazione e sovente
profughi politici assai spesso manovrati da strategie di natura
fondamentalista.”
Alla luce della contemporaneità,
di come vanno le cose adesso, tornerebbe o convertirsi all'Islam in un
ipotetico gennaio di questo terzo millennio?
“Considero
la mia non una scelta, bensì una necessità: così direi che oggi le ragioni per
aspirare a una evoluzione spirituale siano ancora maggiori del passato, proprio
a causa del vuoto epocale che viviamo e della mancanza di ortodossia nello stesso
cattolicesimo. La dottrina sociale della Chiesa non può offrire spunti di
realizzazione personale.”
Cosa
direbbe a papa Benedetto XVI?
“Di non temere il vero islam e al contempo di non
sostenere un cristianesimo troppo laicizzato. Null’altro che la difesa
propagandistica dell’Occidente, un’apologia della ragione, di un ordine morale,
scisso dalla religione. Mai Giovanni Paolo II ha confuso il regno della psiche
con quello dello spirito. Ora assistiamo a una volontà anacronistica di affermazione
di un Occidente ottocentesco, hegeliano e, in un certo senso, fondamentalista.”
L'islam invaderà il mondo
occidentale?
“Assolutamente no, mai. Né formalmente né per effetto di
una improbabile restaurazione di uno stato islamico. Piuttosto mi auguro che la
fine di questo ciclo di cose inauguri un mondo nuovo, di pace e di amore verso
Dio.”