Scena illustrata, 1 gennaio 2007

 

Alea jacta est: indietro non si torna

 

In piena epoca new age, dove il minestrone di religioni, tradizioni, pratiche e culture provenienti da ogni parte del mondo, viene confezionato - per usare un eufemismo - in un eclettismo (dal greco eklelkteòs, scegliere, selezionare) senza regole (e spesso senza conoscenze), è interessante avvicinarsi all’opera di René Guénon per almeno due motivi: fare chiarezza sulle dottrine originarie delle diverse religioni e pacificare il crescente conflitto interreligioso, fomentato attraverso l’ignoranza delle dottrine e dalla mancanza di una visione d’insieme.

Prendiamo Guénon come spunto di riflessione e ne parliamo con lo Shaykh ‘Abd al Wahid Pallavicini, presidente della Co.Re.Is. (Comunità Religiosa Islamica Italiana), grande esperto dell’opera di René Guénon, che lui considera il suo maestro.

Qual è la differenza tra cercare una propria via e seguire un insegnamento già esistente, una dottrina e una pratica già consolidata?

“Da una parte c’è l’ortodossia, dall’altra l’eresia. Etimologicamente, la parola eresia significa “fare una propria scelta”: erano eretici, nei tempi in cui le civiltà erano tradizionali, tutti quelli che facevano una scelta individuale, che non si conformavano a un sentiero già prefissato che è invece l’ortodossia. Ortodossia non soltanto dottrinale, perché non c’è differenza tra ortodossia e ortoprassi (la dimensione pratica della verità), cioè non c’è ortodossia dottrinale se non c’è una conseguente pratica rituale. Anche questo ci ha insegnato René Guénon. Quello che molti dei religiosi non sanno - e non hanno bisogno di sapere - è il significato di un certo rito: è sufficiente che lo compiano e questo già agisce in loro, ex operae operato”. Ma noi abbiamo avuto bisogno di sapere il perché. Da buoni occidentali moderni, con alle spalle cinquecento anni di cartesianesimo, siccome riteniamo che cogito ergo sum invece di sapere che sum ergo cogito, ci siamo messi in testa che dobbiamo sapere le cose per poterle fare. Altrimenti non le facciamo, non ubbidiamo ciecamente, come potevano fare i seguaci di civiltà tradizionali, ai dogmi e agli insegnamenti che venivano dalle autorità, spirituali o temporali che fossero. Noi abbiamo bisogno di capire. Guénon ci insegna che ci sono sottili corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo, tra creatura e creatore, ricollegate dal rito. Di qui la necessità della pratica rituale.

Credo quia absurdum. Ubbidire senza discutere, il grande processo di cambio di mentalità necessario, perché l’uomo è disubbidiente, soprattutto quello occidentale. E dimentica. Si dimentica i precetti e per questo c’è una successione temporale delle rivelazioni, che dicono poi sempre le stesse cose. L’uomo ha dimenticato ciò che c’era nella Torah e Dio ha dovuto dargli i dieci comandamenti e poi, addirittura, i cinque pilastri, riducendo via via il numero dei precetti perché l’uomo è sempre più disobbediente.

“In fondo non c’è niente di nuovo sotto il sole e lo stesso Guénon non ha detto niente di personale, anzi rifuggiva l’originalità. Allora la questione fondamentale quando parliamo di pratica religiosa è: vogliamo fare la nostra volontà o vogliamo fare la volontà di Dio? Islam è sottomissione a Dio, musulmano è colui che fa la volontà di Dio”.

In che rapporto stanno fra loro le rivelazioni delle differenti religioni monoteistiche?

Solo Dio è la Verità assoluta, non le religioni, siano esse l’Ebraismo, il Cristianesimo o l’Islam: queste sono verità rivelate, e come tali relative. Di fronte all’Assoluto tutto è relativo, persino le religioni. Anche il profeta Mosè ha dovuto velarsi il volto di fronte al popolo dopo aver parlato con Dio nel roveto ardente; non si può infatti guardare in faccia la Verità assoluta. Non che le religioni non siano vere o siano parziali, ma, per limitarci alle religioni del monoteismo abramico, sono inerenti, relative, a un popolo eletto, quello ebraico, che riceve il Verbo fattosi Legge; alla comunità cristiana, che ha ricevuto il Verbo fattosi Carne nella figura di Gesù Cristo per mezzo della Vergine Maria, “eletta fra le donne” e quale richiamo per tutti gli uomini a ricordarsi della propria elezione e natura divina; alla comunità islamica, il cui Profeta “eletto fra gli uomini” e “vergine intellettualmente” (cioè trasparente alla rivelazione divina cui non aggiunge nulla di proprio) ha ricevuto il Verbo divino in forma di Libro. Il Corano non è infatti una scrittura sacra ispirata da Dio a un uomo, ma parola diretta di Dio impressa nel cuore del Profeta, sempre per mezzo dell’angelo Gabriele, Jibril, “colui che costringe” (parola della stessa radice di “algebra”) la Verità assoluta a condensarsi, per quanto possibile, nei limiti di una forma, di un simbolo. Questi sono i punti base del riconoscimento reciproco della validità salvifica delle varie tradizioni abramiche”.

Qual è lo sguardo di Guénon sulla civiltà moderna?

“Penso che avrebbe molte riserve sulla situazione attuale, non soltanto per il fenomeno delle sette new age e similari, ma anche per le interpretazioni delle dottrine originarie che vanno dal buonismo mentale e sentimentale, moderno, occidentale e cattolico (non ortodosso) all’esasperazione più assurda del cosiddetto fondamentalismo islamico che, per il fatto di non avere una gerarchia, arriva a eccessi che nel Cristianesimo non si sono mai avuti.

“Nonostante la critica metafisica guenoniana su una certa dottrina sociale della Chiesa, un po’ orizzontale, dobbiamo renderci conto che, grazie a Dio, un’autorità ancora c’è. Che cosa sarebbe il mondo occidentale moderno se non ci fosse ancora adesso una forma direttiva?

“Certo, come ci indica Guénon, dai tempi del paradiso terrestre c’è stata una involuzione continua, fino alla “crisi del mondo moderno”, senza tuttavia arrivare alla rivolta. Quest’ultima espressione rispecchia invece l’atteggiamento di chi ha letto Guénon attraverso la traduzione di Julius Evola, che manifestava le tendenze latine e italiane di rivoltarsi contro ogni cosa. Occorre piuttosto esaminare la crisi del mondo moderno da un punto di vista distaccato, dottrinario, fino a diventare quello che Guénon è diventato in Egitto, un santo musulmano.

“Questa lettura è difficile perché nel mondo moderno e occidentale c’è da sempre il pregiudizio secondo cui la religione abbassa il livello dell’intellettualità metafisica, quando invece ne è la realizzazione. Non più quella mentale ma quella dello spirito, al di sopra di noi stessi”.

Tradizione cristiana, islamica e anche buddista/induista. Di queste ultime ha scritto molto Guénon, come al solito mettendole in relazione e “alla pari” rispetto alle altre tradizioni. In Occidente hanno però assunto un’immagine differente rispetto alle religioni a noi più familiari (ebraica, cristiana e musulmana) e molti le ritengono più delle filosofie che delle religioni. Inoltre, la ricchezza della terminologia e delle rappresentazioni di Buddha e delle molte divinità possono farle sembrare lontane dal monoteismo. La tradizione indù è effettivamente più distante rispetto a quella ebraica, cristiana e islamica?

“Assolutamente no. Anche quella indù e buddista sono dottrine spirituali che derivano e conducono verso l’Assoluto. Essendo state rivolte al mondo orientale, hanno diverse caratteristiche rispetto alle rivelazioni trasmesse agli occidentali. Ma sono dottrine sacre, spirituali e assolutamente monoteistiche. Si parla di qualità dell’Assoluto e si utilizzano molti termini, immagini e rappresentazioni ma non ci devono essere confusioni sulla purezza del monoteismo buddista e induista.

“Certamente, quando ci si allontana dalla propria tradizione diventa più difficile comprendere anche le altre. L’ortodossia cristiana, ebraica, islamica, buddista e induista si capiscono, perché l’ortodossia permette di andare oltre la forma: a partire dalla forma si vede il riflesso di qualcosa che sta sopra la forma. Ma se non si parte dall’ortodossia difficilmente si riuscirà ad andare oltre le differenze della forma e queste sembreranno irriducibili per mancanza di una visione profonda della realtà”.

Poiché esiste questa confluenza delle religioni, delle diverse rivelazioni, in un’unica tradizione originaria, può l’individuo scegliere liberamente quale religione seguire, in quale rivelazione identificarsi per il proprio percorso spirituale?

“Questa possibilità esisterebbe e, anzi, esiste a patto che - e questo è un altro grande insegnamento di Guénon - non si venga meno alla propria collocazione ontologica. Bisogna vedere uno come è nato. “Come nasce lei?”, si diceva nell’aristocrazia romana. Se uno nasce cristiano, porta in sé la figura cristica. Un cristiano che si faccia ebreo, con tutto il rispetto per la validità salvifica ebraica, che ha anche una sua tradizione esoterica iniziatica (la kabbalah, che forse nel Cattolicesimo non si trova più), deve rinunciare a un elemento costitutivo della propria individualità spirituale. Se è stato cristiano, porta con sé la figura cristica e allora se dovesse diventare ebreo - cosa che ovviamente è libero di fare - ontologicamente rinuncia alla partecipazione fideistica di un dogma che in lui si era realizzato, anche se ora non ci crede più. Però non è più solo una questione di pensiero o di razionalità: deve rinunciare alla figura cristica che è nel suo cuore, per dirla in termini emotivi.

“In altre parole, non si è convertibili a una tradizione precedente perché si deve rinunciare a un dato che alla tradizione precedente è stato in qualche modo aggiunto. René Guénon dice: “Chi crede nella tradizione primordiale è inconvertibile a qualsiasi cosa”.

L’Ebraismo ha i dieci comandamenti, la Torah, però non riconosce la figura cristica. Il Cristianesimo l’ha aggiunta; non per questo noi pensiamo che il cristianesimo sia meglio - o peggio - ma c’è un elemento in più. Senza rinunciare alla concezione unitaria di Dio, il cristianesimo inserisce questa concezione nel dogma della santissima trinità, che nell’Ebraismo non c’e. Anche gli ebrei attendono la venuta del Messia, ma non l’hanno riconosciuto in Gesù quando questi è venuto. Se uno ritorna a essere ebreo deve necessariamente misconoscere la venuta di Cristo che c’è stata duemila anni fa. Nell’Islam questo non avviene perché c’è sia il riconoscimento della venuta di Cristo, sia l’attesa messianica della seconda venuta. Naturalmente in una forma diversa, dal momento che non c’è l’incarnazione, che è la caratteristica e la specificità del Cristianesimo e ciò che “salva” i cristiani. I musulmani devono salvarsi con l’attuazione della testimonianza di fede che, anche qui, non dice come nell’ebraismo c’è soltanto un Dio, dice non c’è Dio se non Iddio, Allah, il Dio. Per dare il senso dell’unicità, aggiunge però qualche cosa che non c’era né nell’Ebraismo, né nel Cristianesimo e cioè che Mohammed è il suo profeta.

“Questa questione, che sembra banale perché è una questione temporale, assume significato in quanto insita nell’ontologia del credente. Non è soltanto una questione di scelta, la scelta si può fare. Si dice: “Poveri musulmani che non possono fare una scelta religiosa diversa”. La possono fare, non in tutti i Paesi gli tagliano la testa, soltanto in Arabia Saudita.

La questione è che non lo possono fare ontologicamente. Certo, prendono la decisione, come molti cristiani, di diventare atei: lo possono fare e in effetti quello della “conversione all’ateismo” è un fenomeno molto vasto, tipico dei tempi moderni perché non credo che ci fossero molti atei nelle civiltà tradizionali. Pensiamo a quelle assiro-babilonesi, egizie, indù o degli indiani d’America: nelle civiltà teocratiche o quantomeno teocentriche, ci sarà sempre qualche eccezione perché la religione non si può imporre. Perfino l’Islam lo dice, cosa che i miei coreligionari immigrati tendono spesso a dimenticare.

“Noi pensiamo, però, che ontologicamente non si possa diventare indù - ad esempio - se uno è nato ebreo o cristiano. Ovviamente bisogna partire dal monoteismo perché l’origine non può essere dal Due o dal Tre, deve venire dall’Uno o meglio dallo Zero Metafisico. Però poi, per adattarsi alla decadenza degli uomini moderni, meno “avanzati”, si sono resi necessari dogmi o eventi: nel caso del Cristianesimo, Dio ha dovuto mandare Suo figlio perché la legge non bastava più e ci voleva l’esempio”.

Quindi sembra che ci possa essere all’interno del percorso spirituale la possibilità di un movimento, di un passaggio da una fede più antica verso una più giovane.

“Si, però è sempre un’eccezione perché la regola è che uno mantenga la propria fede. Non c’è bisogno di cambiare, a meno di situazioni particolari di persone eccezionali che abbiano vocazioni di realizzazione spirituale come quelle di cui ci parlava René Guénon, assenti nella tradizione in cui queste persone sono nate.

“Il “rinverdimento” porta con sé possibilità di realizzazione spirituale che forse nelle tradizioni precedenti non esistono più oppure sono state oscurate. Anche se poi tutte le religioni convergono nella stessa direzione e cioè quella della sottomissione dell’uomo alla volontà di Dio. La volontà di Dio è il destino dell’uomo, quello che Dio ha voluto per lui che non è abitualmente ciò che uno vuole per sé. É tutto lì non c’è altro. Fin dal peccato originale, cosa ha voluto Adamo? La conoscenza. La conoscenza per sé. La conoscenza può essere dell’uomo, a patto che l’uomo si estingua, nel senso di dissolvere la propria individualità rinunciando all’Io per il Sé. Ma non il sè “noi”, il sè “Lui”. In questo modo c’è la possibilità della conoscenza vera.

“Adamo l’ha voluta per sé e il suo peccato è quello dell’orgoglio. E questo è il peccato del mondo moderno: volere la conoscenza per sé, senza quello che ci ricollega all’origine della conoscenza, a Dio. In questo modo siamo mossi dal basso, dalle potenze infere, telluriche, “demetrico-femminili”, come le definiva René Guénon. La Terra contro il Cielo. Cielo come diceva Guénon, Terra come diceva Evola. Addirittura la metafisica del sesso, uno degli assurdi che oggi si manifestano ovunque e in tutti i modi”.

Come è vista l’opera di Guénon all’interno del mondo islamico?

“Nell’Islam ortodosso non c’è una particolare difficoltà a riconoscere la figura di Guénon perché comunque è un musulmano; se c’è una difficoltà è quella che c’è in generale nei confronti dell’esoterismo islamico del quale Guénon è un’autorità. In certi ambienti l’esoterismo islamico è riconosciuto (è il caso della più importante università islamica del Cairo, dove ne è stato introdotto lo studio) in altri ambienti un po’ meno.

“Lo stesso discorso non è avvenuto nel mondo occidentale. Fin dalle origini, Guénon, prima ancora di andare al Cairo, aveva tentato vari avvicinamenti al mondo accademico e teologico per sostenere le sue tesi di sostanziale vicinanza tra i principi tradizionali - anche del Cristianesimo - in armonia con quelli delle altre tradizioni. Ma la difficoltà che ha incontrato nella cultura occidentale è stata decisamente più profonda, perché qui è estremamente difficile accettare che il Cristianesimo non sia l’unica rivelazione presente in Occidente”.