AVVENIRE, 6 marzo 2007

 

“Impreparati, importati, manipolati: così non va”

 

Pochi ma buoni. Scelti, preparati e leali con lo Stato e la società. Sono i trenta musulmani italiani che partecipano ai corsi biennali di formazione per imam coordinati da Sergio Yahya Pallavicini, imam e vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica in Italia), una formazione numericamente piccola ma molto attiva a livello mediatico, editoriale e culturale. Rizzoli pubblicherà nei prossimi mesi un libro che raccoglie le lezioni da lui tenute durante i corsi degli anni passati. Gli argomenti trattati sono una disamina dal punto di vista musulmano degli aspetti fondamentali dell’esistenza: nascita, sacralità della vita, pari dignità tra uomo e donna, educazione, tradizione, dialogo interreligioso, rapporto fede-lavoro, unità della famiglia, la morte e l’aldilà. Una seconda parte del corso riguarda invece la conoscenza dei fondamenti giuridici e culturali della civiltà italiana in rapporto con le esigenze dei musulmani. È molto severo il giudizio di Pallavicini sugli imani all’opera nel nostro paese: “le tipologie prevalenti sono tre, tutte inadeguate alle esigenze dei musulmani che vivono qui. I più numerosi sono gli imam fai-da-te, che parlano uno dei dialetti arabi regionali e sono dotati di scarsa o nulla preparazione teologica. Se fossero sottoposti a un esame di islamistica, verrebbero bocciati quasi tutti. La seconda categoria è rappresentata dagli imam “manipolati”, che ripetono le prediche preparate da altri e riciclate anche in Italia, spesso infarcite di slogan e di venature politiche: più che fare predicazione religiosa, si producono in comizi nelle molte nicchie deviate dell’islam d’Italia. Infine ci sono gli imam d’importazione, che vengono inviati nel nostro Paese da ambasciate straniere o da organizzazioni islamiche internazionali, fanno prediche in arabo classico, di taglio prevalentemente dottrinale e che non aiutano i fedeli a praticare l’islam tenendo conto del contesto in cui vivono. Si comportano come se fossero in una moschea egiziana o algerina, contribuendo cosi alla crescita di comunità autoreferenziali piuttosto che all’integrazione. È come se nelle chiese cattoliche le omelie venissero fatte in latino e senza alcun riferimento alla situazione in cui le parole del Vangelo devono essere messe in pratica. Il risultato è devastante, soprattutto per le giovani generazioni che sentono questo approccio lontano dalle loro esigenze elementari, dagli interrogativi con cui si devono misurare a scuola, con gli amici o sul lavoro. Anche per questo molti giovani abbandonano le moschee”. L’impostazione letteralista e tradizionalista nell’approccio al Corano, prevalente oggi nelle centinaia di sale di preghiera diffuse nel nostro Paese, non aiuta a declinare gli insegnamenti di Maometto nel contesto italiano, non educa all’interpretazione ma ingenera l'equivoco che il “buon musulmano” è chi riesce ad applicare le sure coraniche in maniera quasi meccanica. “Il risultato è che si formano persone fuori dal tempo, gente che guarda indietro anziché al presente: insomma, tutto tranne che un lavoro educativo e un servizio all’integrazione”. E invece? “Invece bisogna preparare personale religioso che unisca alla competenza teologica e dottrinale la preparazione sui fondamenti storici, giuridici e culturali dell’Italia. Ma la strada è ancora lunga e in salita. Noi, nel nostro piccolo, ci stiamo provando”.

 

Di Giorgio Paolucci