IL MERIDIANO, 1 aprile 2007

 

“Noi, musulmani integrati”

Pallavicini: “Troppi imam non autorizzati e incapaci di predicare”

 

Roma - L’Islam italiano in questi giorni è al centro del mirino, con moschee che sembrano trasformarsi in centri di indottrinamento fondamentalista, o comunque in luoghi dove la sopraffazione, in particolare quella contro le donne, è di casa. Non tutti i musulmani italiani, pero, sono come quelli della moschea di Torino raccontata da ”Anno Zero”. Molti chiedono solo di poter vivere da cittadini italiani, rispettati per la loro religione e al contempo rispettando leggi e cultura del nostro Paese, come spiega l’imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Co.Re.Is. (Comunità religiosa islamica italiana) e componente della Consulta islamica presso il ministero dell’Interno.

Si torna a parlare di rischio terrorismo per l’Islam italiano, dopo le recenti inchieste giornalistiche sul tema. Come reagisce alle accuse rivolte al mondo cui appartiene?

“Anzitutto ci tengo a dire che la Co.Re.Is. è l’unica organizzazione a promuovere da anni una formazione per gli imam, che aiuta le guide spirituali dei musulmani ad approfondire le loro competenze sull’Islam e tradurne l’applicazione nel contesto socioculturale italiano. Questo ha prodotto finora 20 nuovi imam, che esprimono una spiritualità islamica e al tempo stesso una cultura “italiana”. Il problema è che in altri contesti esistono imam “fai da te” o d’importazione, oppure predicatori ideologici, che hanno una scarsa conoscenza della dottrina e della società italiana. Persone che non hanno nessuna capacità di comunicare in un’ottica di integrazione”.

Altra polemica è sul numero delle moschee presenti sul territorio, che sarebbero troppe rispetto al numero dei fedeli, e di cui non sarebbero chiare le fonti di finanziamento. Pensa ci siano dei luoghi di culto da chiudere?

In Italia in realtà esistono solo due moschee, che sono la Grande Moschea di Roma e quella in costruzione a Milano. Sono le uniche che hanno ottenuto una legittimazione del punto di vista urbanistico, tecnico e politico: le altre sono appartamenti, uffici o capannoni che vengono usati per riunirsi e pregare, senza che ci sia una gestione trasparente o un riconoscimento dalle amministrazioni locali. Anche per questo è urgente un’intesa tra musulmani e Stato, per la quale occorre anzitutto individuare un ente rappresentativo dell’Islam, che garantisca la gestione trasparente dei luoghi di culto”.

Qual è la situazione dell’integrazione culturale dei musulmani e quali i problemi più urgenti?

“Ho molte aspettative dalla Consulta dell’Islam italiano; stiamo sostenendo con forza il ministro dell’interno, Giuliano Amato, per quanto riguarda la legge sulla cittadinanza e la carta dei valori per l’integrazione, e speriamo di poter avere una collaborazione più intensa per definire le priorità. Al momento purtroppo la situazione è critica, rischiano di essere disintegrate l’identità dell’Islam e la possibilità di una presenza ordinata e positiva delle diversità culturali nel tessuto sociale italiano. Il percorso non sarà breve, perché troppi hanno ancora un livello di preparazione alla società occidentale molto basso”.

In nome della laicità si chiede, come già in altri Paesi,che anche in Italia si arrivi a vietare l’uso del velo nei luoghi pubblici. È una proposta accettabile?

 “Su questo io mi riferisco alla citazione di quel pontefice che parlava di “Sana laicità”. Penso che l’Italia non debba seguire il modello britannico né francese, ma essere uno Stato laico veramente aperto alla libertà religiosa. La laicità dev’essere uno spazio neutro, gestito da politici responsabili che tutelino la diversità culturale e religiosa, se invece c’è discriminazione si tratta di “laicità totalitaria” e io sono contrario a tutti i totalitarismi”.

Qual è la sua opinione sul dibattito relativo alla legge sulla libertà religiosa e la possibile intesa tra Stato e associazioni islamiche?

“Ho contribuito al dibattito e credo che la proposta attualmente in discussione al Parlamento sia ben strutturata. Il rischio è che fatta la legge ci si dimentichi l’intesa con l’Islam, che invece è una cosa diversa: la legislazione è diretta a tutte le confessioni, ma serve un accordo con chi rappresenta un milione di musulmani italiani. In questo senso è importantissimo individuare un ente o federazione di enti morali riconosciuti, con dignità giuridica per il culto in Italia. Lo Stato deve parlare con interlocutori affidabili, e ritengo che i migliori siano la Co.Re.Is. e il centro Islamico istituito presso la moschea di Roma, oppure un coordinamento con una parte dei sedici membri della Consulta”.

 

Di Filippo Pala