IL GAZZETTINO, 23 novembre 2007

 

“Islam e valori europei non sono in conflitto”

 

Yahya Pallavicini 42 anni, vicepresidente della Coreis (Comunità Religiosa Islamica) imam della moschea di via Meda a Milano. Figlio di un italiano e di una giapponese, nato musulmano, ha appena pubblicato, per la Rizzoli-Bur, Dentro la moschea. Oggi alle l8, a Venezia, modererà il dibattito “L’Occidente e l’islam, unità nella diversità fra arte e intellettualità”, nel salone del Museo Correr, con rappresentanti di Giordania, Marocco e di comunità islamiche italiane e francesi.

La crescente presenza islamica in Europa è vista da molti con diffidenza o con paura.

“Bisogna non fare confusione associando i musulmani all’idea di stranieri, immigrati, clandestini, terroristi.

La conoscenza della comunità islamica contemporanea va approfondita in Europa, al di là dei fatti di cronaca che colpiscono l’opinione pubblica. Molti musulmani sono ormai immigrati di terza generazione e sono più europei dì quanto non siano legati alle terre d’origine dei loro padri o nonni”.

Le turbolenze mediorientali e le discriminazioni contro le altre fedi in certi Paesi islamici non facilitano la comprensione.

“E vero che esistono regimi totalitari, in Paesi a maggioranza islamica, ma questo non dovrebbe interferire nel processo di integrazione della nostra comunità religiosa nel pluralismo confessionale europeo. Non dimentichiamo che i cristiani furono perseguitati in Europa, al tempo dei romani, in quanto mediorientali estranei al culto pagano ufficiale. Poi vennero colpiti gli ebrei, o i valdesi”.

C’è l’intolleranza contro i musulmani ma anche quella dei musulmani immigrati, come quel padre che ha ucciso la figlia troppo “libera” nel vestire e nel comportamento.

“Se escludiamo il conservatorismo bigotto e ghettizzante di una minoranza dura su cui c’è molto da lavorare, i musulmani in Europa, anche quelli non nati nel nostro continente, nella grande maggioranza hanno assimilato i valori di libertà d’espressione e di coscienza”.

La questione del velo viene talvolta vista come una sfida ai costumi occidentali.

“Non dobbiamo pretendere, per dare una patente di integrazione, che si accettino situazioni incoerenti con la propria identità religiosa. Non si può chiedere di onorare il whisky per essere buoni europei. Oppure dire: se ti togli il velo sei integrata, altrimenti no. L’integrazione si fonda sui valori, non sul conformismo a un modello unico. Aggiungerei: libertà non è libertinaggio, consumismo e materialismo non debbono diventare obbligatori”. Cosa propone?

“Bisogna investire sugli intellettuali, intesi come mediatori fra la comunità dei fedeli e i valori dell’Occidente, per tradurre i principi religiosi islamici nella vita moderna”.

Ci sono governi, però, che in nome dell’islam vietano alle donne persino di guidare l’auto.

“Bisogna rimettere ordine nei fattori che sono la causa della crisi nell’Oriente islamico, nei rapporti con la modernità, la laicità, la democrazia, il dialogo con ebrei e cristiani nell’ambito dell’ecumenismo, una visione della politica che non sia tribale o addirittura maschilista. Mediatori intellettuali musulmani capaci di comunicare e sinterizzare questi vari piani in maniera ordinata, possono aiutare le nuove generazioni di musulmani in Europa, ma anche dare un segnale alle società islamiche del Mediterraneo e del Medio Oriente”.