LA SICILIA, 29 novembre 2007
Lo spirito
dell’Islam del dialogo
L’imam non è né un agitatore politico che predica l’odio
né un erudito in teologia, è chi guida la preghiera dei fedeli. Ma per farlo
deve anche avere “senso di responsabilità sovra individuale” e “sincera
disponibilità a guidare i musulmani nel porre al di sopra dei propri orizzonti
personali l’unità della continuità e la Universalità di Dio”. È uno dei
passaggi in cui Yahya Pallavicini, cittadino italiano nato musulmano e
vicepresidente della CO.RE.IS.. (Comunità religiosa islamica in Italia), offre
precisazioni preziose sull’islam, e in particolare l’Islam italiano, nel suo
“Dentro la moschea” (Bur, pp. 520-10,80 euro. Introduzione di Marco Politi). Se
dunque l’imam non svolge lo stesso ruolo di sacerdote cattolico, non deve
necessariamente avere una laurea in arabo o in teologia. Ma non deve neanche
essere come certi predicatori che propagandano una “pseudocultura dell’odio”, e
“non hanno nulla di autenticamente islamico”. Quanto alla preparazione, gli
bastano “una buona competenza dei Corano, dell’arabo tradizionale, della lingua
italiana e del contesto sociale contemporaneo”. Per svolgere i suoi sermoni in
italiano dunque, a parte le formule coraniche e tradizionali prescritte per la
predica del venerdì. Ma anche per azzerare il rischio di una dimensione
religiosa “avulsa dalla realtà italiana”. “Gli imam d’importazione o assegnati
da organizzazioni internazionali islamiche o da istituti religiosi di governi
stranieri - osserva - rappresentano infatti un serio ostacolo alla
partecipazione attiva” alla vita del Paese.
Il
libro di Pallavicini membro della Consulta per l’islam e forte della esperienza
della stessa CO.RE.IS.. nella creazione di corsi per imam, si inserisce dunque
con posizioni nette nel dibattito in corso. Ricordando anche, fra l’altro, come
nel 1995 gli aderenti alla CO.RE.IS.. smisero di frequentare le preghiere
comunitarie dei centri islamici delle città in cui vivevano perché si era delineata
già allora “una distinzione tra religiosi e militanti politici”, tra “lo
spirito dell’islam” e l’“apologia islamista”. Ma l’imam della moschea al-Wahid
di Milano affronta anche altri temi di stretta attualità. Come il concetto di
musulmano “moderato”, che non vuol dire praticarsi ”sconti” sulla conformità
religiosa, bensì essere capaci di “convivere in pace” con le altre religioni. O
quello di “sharia” che non può essere imposta a nessuno, proprio “sulla base di
precise indicazioni del Corano e del Profeta”. Non vi è dubbio che la sharia
“sia un aspetto imprescindibile della dottrina islamica”, riconosce, ma le
sfide della modernità “hanno bisogno di risposte intellettuali e non
giuridiche”. Al contrario, prosegue, “fondare repubbliche islamiche, o creare
scuole islamiche o banche islamiche nei vari paesi europei produce in realtà
ghetti politici, educativi ed economici piuttosto che offrire il contributo di
una sensibilità islamica da integrare con sapienza nelle forme del mondo”,
Quanto all’Europa, vi è
per Pallavicini una triplice realtà: un Islam Europeo “delle ambasciate o delle
bandiere di una particolare nazione islamica” mossa dall’interesse strategico
di possedere una grande moschea nelle capitali dell’Europa cristiana; quella
dei centri islamici, i cui fondi servono prevalentemente per una rete di sedi
per promuovere un indottrinamento apologetico contro i valori dell’occidente;
infine “tutto ciò che rimane, vale a dire la maggioranza dei musulmani”,
“estranei alle strumentalizzazioni politiche e alle logiche integraliste delle
categorie precedenti. “Dentro la Moschea” raccoglie inoltre molte testimonianze
di imam e musulmani italiani, uomini e donne, una cinquantina di sermoni e due
interventi di Shaykh ‘Abd al-Wahid Pallavicini, che riconducono all’ispirazione
sufi della CO.RE.IS.. da lui fondata. Un’ispirazione mistica e metafisica che -
pur rappresentando la CO.RE.IS.. una minoranza sul milione di musulmani oggi in
Italia - indica ancora una strada maestra per il contributo tra monoteismi. Ma
anche, nel pensiero di Pallavicini, per un concetto di cittadinanza vivificato
da un’autentica esperienza religiosa e spirituale.