LA REPUBBLICA, 29 dicembre 2007

 

Benedetto XVI e i musulmani

 

Qualcosa di nuovo si muove nei rapporti islamo-cattolici. Benedetto XVI, nel discorso natalizio alla Curia ha espresso pubblico apprezzamento per l’invito al dialogo, che gli è venuto da 138 esponenti musulmani. Il cardinal Bertone, segretario di Stato vaticano, ha scritto loro una lettera aprendo la strada ad un confronto con lo stesso pontefice e il principe giordano Ghazi bin Muhammad bin Talal ha replicato a nome dei 138, sottolineando l’intenzione di cooperare per il bene del mondo nello spirito della rahmah coranica che corrisponde alla caritas cristiana.

Ma qualcosa deve soprattutto cambiare nella situazione dei musulmani in Italia dopo che questo dicembre ha visto l’ignobile accanimento del leghista Gentilini pro-sindaco di Treviso nel negare un posto qualsiasi per pregare – fosse pure un impianto sportivo privato - ai credenti dell’Islam. Calpestare un diritto costituzionale e predicare la sparizione dei musulmani, definiti come un cancro, può portare solo a incoraggiare le frange islamiche più estremiste soffocando lo sviluppo di un Islam italiano.

Proprio alla crescita di una prassi musulmana, pienamente inserita nella cultura italiana, è invece dedicato il libro Dentro la moschea (Rizzoli, pagg.516, euro 10,80) di Yahya Pallavicini, imam dell’unica moschea di Milano approvata ufficialmente dal consiglio comunale e rappresentante del principe Talal in Italia. Vicepresidente della Co.re.is. (Comunità religiosa islamica in Italia), membro della consulta islamica presso il ministero dell’interno, Pallavicini è figlio dello sceicco al-Wahid, italiano e maestro di sufismo nel nostro Paese con una spiccata propensione al confronto con le altre fedi e specialmente con il cattolicesimo.

Per la maggioranza degli italiani la moschea è un luogo esotico, ricordo di viaggi. Ma l’italiano, in fondo non sa nulla dell’Islam. Yahya Pallavicini prende per mano il lettore e lo porta, nel cuore di una moschea, mostrandocela nel suo momento essenziale: la recitazione della parola divina e il sermone che la illustra. I nomi degli imam possono apparire curiosi: ‘Abd al-Ghafur Masotti, Kamil ‘Abd as-Salam Siccardi, Salman ‘Abd-al Hakam Trotti, Yahya ‘Abd al-Ahad Zanolo. Invece sono musulmani italiani. Non vengono da fuori.

Vengono dall’interno della nostra storia. Sono frutto del gigantesco rimescolamento culturale, provocato dalle grandi migrazioni della globalizzazione. Ascoltiamo voci italiane in questo libro. Hamid, che nella sala parto di un ospedale si avvicina alla neonata Hanifa, stretta al petto della madre Aziza Nevone, e le sussurra all’orecchio la “chiamata alla preghiera” musulmana. Il prete, autorizzato dal suo vescovo, che ospita nella cappella funebre una liturgia della parola cattolica per i parenti di un defunto diventato “maomettano”, seguita dalla preghiera rituale islamica. Una donna italiana, che passa gradualmente dalla fede nell’unico Dio dei cristiani al riconoscimento che “Muhammad è il Profeta di questo Dio Unico”.

Sono storie vissute nelle nostre città e nei nostri paesi. Dentro la moschea ascoltiamo la parola del Corano. Sono tutte italiane le prediche che illustrano un testo sacro complesso, la cui interpretazione attraverso i secoli e le varie regioni ha conosciuto molte forme. Colpisce il continuo rivolgersi di Dio all’essere umano, incalzandolo quasi. Spesso sono richiami di grande tenerezza o inviti a un religiosità lontana dagli eccessi. Più volte si ritrovano tracce dell’Antico Testamento e del Nuovo. L’ex ambasciatore Mario Scialoja, rappresentante in Italia della lega musulmana mondiale, ha spiegato come è avvenuta la sua conversione: “Mi ha attirato il monoteismo rigoroso, assoluto, che ci accomuna all’ebraismo. E soprattutto che tra il fedele e il Signore il rapporto è diretto, senza sacerdoti ai quali confessare il peccato”.

In Italia l’Islam fa paura a molti. Un’inchiesta, condotta in vari paesi europei dal Financial Times nell’agosto 2007, mostra che il 30 per cento degli italiani considera la presenza dei musulmani una minaccia per la sicurezza nazionale, ma al tempo stesso una massa più grande, il 49 per cento, ritiene i musulmani bersaglio di “pregiudizi e critiche ingiustificate”. Nell’uno e nell’altro caso diventa essenziale favorire il dispiegarsi di un Islam italiano. Non si tratta - sottolineava il patriarca di Venezia Scola in una recente intervista a Repubblica - di puntare su un astratto “Islam moderato”, ma di confrontarsi con un “Islam di popolo” in un dialogo sulle istanze primarie di ciascuno: gli affetti, il lavoro, l’educazione, l’esperienza della nascita e della morte, il rapporto con Dio. Su queste basi cristiani e musulmani devono pazientemente conoscersi, interrogarsi, ascoltarsi. Yahya Pallavicini, con il suo libro, è protagonista di questo sforzo, il cui esito positivo interessa gli italiani di ogni credenza.