LA REPUBBLICA, 21 febbraio
2008
La verità Quella assoluta è di Dio, il dio del
monoteismo da cui derivano diverse forme teologiche
Le donne Non c’è differenza con l’uomo di
fronte a Dio Il burqua? Solo una cosa tribale
False paure La maggior parte dei religiosi vuole
solo vivere in pace secondo le leggi.
Si incontrano oggi pomeriggio alle 16 e 30 a Palazzo Ducale, il rabbino capo di Genova, Giuseppe Momigliano, l’imam Abu Bakr Moretta della Co.re.is. (Comunità religiosa islamica) della Liguria e Shaykh ‘Abd al Wahid Pallavicini che della Co.re.is. è il presidente nazionale. Dopo il saluto del vicepresidente della Regione, Massimiliano Costa e di Giorgio Devoto, assessore alla Cultura in provincia, insieme con Rocco Buttiglione, invitato come filosofo, discuteranno di “Fraternità e implicazioni interculturali”, terza tappa, di una serie di incontri tra il Co.re.is e l’Assemblea rabbinica italiana. Per dimostrare che avere fedi diverse non significa non poter condividere obiettivi uguali, a partire dalla pace. Nel mondo e tra le religioni. Fraternità, appunto. È ‘Abd al Wahid Pallavicini, il capo spirituale della Comunità islamica, ricevuto da Papa Giovanni Paolo II a Assisi, a aver voluto questo giro di confronti. Nelle città, come Genova, dove per la moschea non si riesce a trovare una soluzione pacifica, con ribellioni della gente che teme dietro l’Islam il pericolo degli estremisti, dei terroristi. Accade, spiega il maestro, perché la fratellanza non riesce più a parlare direttamente al cuore delle genti. Di ogni religione. Nato da una nobile stirpe lombarda, che ha dato papi e cardinali alla chiesa cattolica, ‘Abd al Wahid Pallavicini, 82 anni, si converte all’islam nel 1951, il 7 gennaio, il giorno in cui muore René Guénon, il pensatore francese che lui considera il suo maestro di metafisica. L’avvicinamento alla nuova confessione è graduale, Pallavicini lascia gli studi di medicina, viaggia molto, vive per anni in Asia e in Africa. Finché trova la sua “tariqa” la via contemplativa, che gli consente di diventare il predicatore di un Islam moderato, che cerca l’incontro con le altre confessioni monoteiste, che riesce a vivere in Italia in tranquillità, con il massimo rispetto per le leggi. Nasce così la Co.re.is. e adesso lo shaykh, che in arabo significa maestro, spiega perché fraternità è un obiettivo possibile.
Maestro Pallavicini, lei sostiene che ci può essere il dialogo
inter religioso.
«Mi ricollego alla metafisica di
Guénon. Lui ha sperato non solo in un dialogo tra uomini, ma nel principio
della verità trascendente, che si rivela in luoghi e modi diversi, a seconda
dei tempi della storia. Perché la parola rivelare può voler dire velare
nuovamente, come Mosè che prima ha dovuto velarsi gli occhi per non essere
accecato dalla luce divina, e poi ha dovuto velare, celare, la verità al popolo
ebraico. La verità assoluta è di Dio, il dio unico del monoteismo da cui sono
derivate forme teologiche diverse. Per farci capire con un esempio più
semplice, è come pensare a tanti colori messi in un circolo rotante, diventano
uno solo, il bianco. Lo stesso si può dire per le religioni monoteiste».
Lei, nato in una nobile famiglia cattolica, perché ha scelto il
monoteismo dell’Islam?
«La forma islamica è la più recente, arriva
dopo l’ebraismo e il cristianesimo. Così, aderendo a una forma posteriore, si
parte dalla tradizione in cui si è nati e si accetta quella successiva. Noi
pensiamo che dopo l’Islam non ci saranno altre rivelazioni, se non la seconda
venuta di Cristo che per noi è un profeta e spirito di dio, per gli ebrei un
sacerdote, mentre per i cristiani Gesù è il figlio di Dio che si è fatto Dio
lui stesso».
Oggi l’Islam di alcuni fa paura, l’Islam del fanatismo, del
terrorismo. Domina la diffidenza, non la fraternità
«Non strumentalizziamo la religione a
fini politici, noi discutiamo con gli ebrei tra fratelli, gli uomini si
combattono perché non sono più religiosi, altrimenti si riconoscerebbero come
figli dei due figli di Abramo. Non si deve neppure identificare l’Islam con gli
arabi, sono il 20 per cento dei musulmani. Preghiamo in arabo perché per noi è
la lingua sacra, come l’ebraico lo è della Torah. I cristiani non ne hanno
bisogno: il mezzo nel quale Dio si è manifestato a loro è una persona, il
figlio, quindi possono pregare in tutte le lingue».
L’Islam moderato lascia molti increduli. La gente, a Genova, ha
paura di una moschea da costruire, per esempio.
«Mio figlio è l’Imam della moschea che
si costruirà a Milano, ricorda, e con ragione, che l’Islam è uno solo ed è cosa
diversa dalle comunità. Così c’è l’islam delle moschee volute dai paesi arabi
che cercano punti di riferimento per la loro politica estera, c’è l’islam
ideologico che è stato trasformato in un nuovo estremismo. E poi c’è la
maggioranza dei religiosi che non fanno politica, italiani e musulmani, che
vogliono vivere in pace, nel rispetto delle leggi, come i nostri fratelli
ebrei».
È il vostro concetto di fraternità?
«È l’unico possibile, di questo
discuteremo».
L’Islam con le donne è severo, le vela, le considera esseri
inferiori.
«Non c’è differenza tra uomo e donna di
fronte a Dio. Quello che può suscitare una certa curiosità è che l’oriente è
rimasto più secolarizzato, rispetto all’occidente che mette l’accento sull’individualismo.
Perciò si nota la differenza tra i costumi».
Il burqua non è una curiosità.
«Sono cose tribali non religiose, noi dobbiamo ricordarci che siamo tutti fratelli. Dobbiamo dialogare. Lo faremo oggi, a Genova».