LA PROVINCIA, 28 marzo
2008
Mi è stato chiesto di scrivere
un breve articolo in memoria di René Guénon, del quale si torna a parlare in
questi giorni anche a Como, grazie all’iniziativa della Libreria Meroni, che ha
organizzato una presentazione dell’Autore intitolata: “René Guénon: dall’opera
alla messa in opera”. Vi potrà forse apparire fuori tema o narcisistico, ma per
introdurvi all’opera di quello che considero il mio Maestro non posso che
parlarvi di me stesso; come potrei infatti ritrasmettere realmente il senso dei
suoi insegnamenti se non testimoniando di come questi ultimi hanno
profondamente influenzato il mio essere e la mia vita?
Come molti già sapranno, la mia
entrata nell’Islam è avvenuta proprio 57 anni fa nel giorno in cui il grande
metafisico francese moriva al Cairo (7 gennaio 1951), cosa di cui io non ero
certo al corrente, ma che una volta saputa mi ha fortemente colpito e
responsabilizzato. Non solo, infatti, sono entrato nell’Islam grazie ai suoi profondi
insegnamenti dottrinali e assumendone, su consiglio di Titus Burckhardt, lo
stesso nome islamico, ‘Abd al Wahid (il servitore dell’Unico), ma addirittura
la mia rinascita spirituale coincideva con la sua dipartita da questo mondo.
Aveva tutto ciò un senso nei piani di Dio?
Una cosa è certa, nonostante la
giovane età, mi dovetti presto rendere conto che, per quanto trasparente fosse
stato l’insegnamento del Maestro, l’inguaribile orgoglio degli occidentali
conduceva molti a convertirsi all’Islam e a ricercare un ricollegamento alle
confraternite iniziatiche più per un desiderio di affermazione personale che
per la sincera aspirazione ad abbandonarsi con fiducia alla Volontà
dell’Altissimo. Compresi quindi che la lettura dei libri non bastava, e che per
dare un seguito all’insegnamento di Guénon non si trattava certo di
scimmiottarne l’ineguagliabile profondità dottrinale.
Il timore di deviare dalla retta
via, come sempre più vedevo accadere intorno a me ad altri che pure
dichiaravano di volere seguire le orme del Maestro, mi condusse quindi a
concentrarmi sull’essenziale, cioè sull’acquisizione di quelle virtù
tradizionali che i biografi dello Shaykh ‘Abd al Wahid Yahya Guénon gli
attribuiscono unanimemente – così come ne hanno ancora fresco il ricordo gli
ultimi anziani suoi confratelli del Cairo che lo hanno conosciuto – ma di cui
invece ben poco traspare dalle riviste di studi tradizionali che sono sorte in
Europa e in America su ispirazione più o meno diretta dell’Autore e della sua
opera.
Mi sforzai di penetrare il senso
profondo della dottrina applicata, quella che traspariva dal comportamento di
tutti i Maestri, di tutte le tradizioni, che il mio lavoro in giro per il mondo
mi permetteva di avvicinare, i quali non erano per nulla propensi ad affrontare
discussioni di natura dialettica e intellettuale, anche se la loro infinita
penetrazione della dottrina era evidente; era come se nuotassero nella Verità:
perché allora parlarne?
Compresi dunque che la vasta
opera di Guénon era solo una fase preparatoria per permettere alle menti
occidentali di accostarsi all’insegnamento della Tradizione vivente, ma che in
alcun modo vi si sovrapponeva né poteva sostituirlo. Se il suo linguaggio
magistralmente adattato ai tempi è divenuto una trappola per alcuni, che hanno
voluto farne il proprio filosofo d’elezione, è solo a causa del personalismo
occidentale, che non riesce a liberarsi dall’idolatria delle forme individuali.
È infatti difficile rendersi pienamente conto di quanto l’incomprensione della
vera natura del Cristianesimo abbia reso la maggior parte degli occidentali
incapaci di squarciare il velo grossolano dell’umanesimo, della psicologia e
del sentimentalismo, per cogliere gli insegnamenti della Tradizione al di là
delle persone che possono occasionalmente avere la funzione di ritrasmetterli.
Così, per molti le parole finiscono per rappresentare una gabbia da cui solo la
morte può liberarli, ma quando ciò avviene è troppo tardi per iniziare un
cammino realmente spirituale.
Mi rallegro quindi per il titolo
scelto per questa nuova celebrazione a Como di quello che è a tutti gli effetti
“un santo musulmano del XX secolo” (titolo di un volume che celebra un altro
grande santo, lo Shaykh algerino Ahmad Al ‘Alawi): “dall’opera alla messa in
opera”. Guénon ha infatti dedicato molto spazio, in opere come Oriente e Occidente e La Crisi del Mondo Moderno, al modo in
cui il recupero di una coscienza tradizionale avrebbe dovuto trasformare anche
l’ambiente occidentale, malgrado la secolarizzazione e al di là di qualsiasi
pretesa di voler salvare il mondo. Ciò ha dato origine, come sempre in
Occidente, a molti dibattiti, ma pochi si sono sforzati di operare per
comprendere realmente ciò che il Maestro volesse dire, e sono caduti in sterili
dibattiti su una serie di problemi mal posti, che spaziano dal possibile
raddrizzamento del Cristianesimo all’islamizzazione forzata dell’Occidente,
dalla salvaguardia dell’identità occidentale alla teorizzazione di un elitismo
sprezzante verso il mondo, che rischia di confondere realizzazione spirituale e
realizzazione personale.
In realtà, come ogni vero
Maestro, lo Shaykh ‘Abd al Wahid Yahya Guénon ha sempre insistito sulla ricerca
della Conoscenza, e quando anche solo una briciola autentica di quest’ultima
torna a essere accessibile, le possibili ripercussioni sul mondo esteriore non
sono solo “incalcolabili” (come lui stesso dice), ma, soprattutto, non possono
essere racchiuse in etichette esteriori, qualunque esse siano.