IL MANIFESTO, 27 dicembre 1998

 

Islam, quella religione che l’Italia non vuol vedere

 

Per molti aspetti il modo migliore per nascondere una cosa è, prima, quello di farla vedere in una prospettiva distorta e falsata, e poi, di metterla sotto gli oc­chi di tutti. Questa sembra essere la regola ap­plicata verso l’Islam. A questo punto si pos­sono anche moltiplicare i convegni, i dibatti­ti, le pubblicazioni, gli articoli relativi a quella che rappresenta ormai la seconda religione d’Europa, ma l’Islam continua ad essere “na­scosto”, confuso fra contraffazioni integrali­ste e vaghi esotismi spiritualisti, così vicino eppure sempre più sentito come lontano e “straniero”.

In condizioni normali il problema potrebbe essere risolto nel più logico dei modi, vale a dire interpellando i diretti protagoni­sti, a cominciare da quelli più vicini e più competenti ad illustrare dall’“interno” gli aspetti fondamentali dell’Islam.

Ma anche in questo caso la situazione è bizzarra: gli interlocutori preferiti sembrano, infatti, essere quelli che maggiormente incarnano i fantasmi della falsa religione del radicalismo ideologico e del terrore. Così si è creato un circolo vizioso in cui l’Islam viene conti­nuamente mescolato al suo peggiore nemico, vale a dire l’integralismo, triste creatura che si abbevera indifferentemente al fondamentali­smo americano del secolo scorso e alle dittature totalitarie di questo secolo. L’integrali­smo non ha nessun rapporto con l’Islam, né dottrinale né storico: rappresenta piuttosto il punto di arrivo di una serie di tentativi di strumentalizzazione della religione che han­no avuto l’avvio in epoca coloniale e che da allora non si sono mai arrestati.

L’Islam fa paura, eppure c’è da chiedersi se tale paura sia originata dal terrorismo, di cui si parla tanto, o dalla vera religione, di cui non si parla più. Effettivamente, in un’epoca così profondamente segnata dal secolarismo, uno dei “ritorni” più inattesi e dimenticati, almeno in Occidente, è proprio quello della pura e semplice religione, una religione ri­masta ancora orientale e “orientata” in una prospettiva effettivamente spirituale e uni­versale. Forse, è di questo che occorrerebbe ricominciare a parlare.

Vi è infatti il pregiudizio che l’Islam sia una religione “araba”, legata quindi alla vita e alla storia di un popolo che in Italia rappresenta per antonomasia il “diverso” e l’“in­comprensibile”. Quello che sconcerta è forse scoprire che l’Islam fin dalle sue origini è una religione universale, significato etimologico di “cattolico”, che si è diretta a tutti i popoli. Assieme al pregiudizio etnico è molto forte il pregiudizio linguistico e culturale; per essere musulmani, si pensa assolutamente obbliga­torio parlare l’arabo, vivere e pensare all’“araba”, convinzione condivisa purtroppo da molti ambienti integralisti. Invece, per quan­to la conoscenza dell’arabo classico sia certa­mente importante, non è assolutamente ne­cessaria, in quanto per le necessità rituali è strettamente indispensabile la conoscenza di alcune brevi formule, che costituiscono l’os­satura delle preghiere quotidiane, da pro­nunciare nella lingua sacra al Corano. La maggior parte dei musulmani quindi non parla l’arabo, anche perché gli arabi costitui­scono numericamente solo un quinto dei musulmani nel mondo.

A rigor di logica, quindi, l’Islam non solo non potrebbe essere definito come “a-cattoli­co”, ma nemmeno come “non-cristiano” poiché i musulmani, di tutte le raz­ze e di tutti i continenti, credono anch’essi nel Cristo, Spirito di dio nato dalla Vergine Maria e atteso alla fine dei tempi come annuncio dell’Ora della fine. Se ne è resa con­to anche la Chiesa che, su richiesta islamica, ha mutato la denomina­zione del “Segretariato Pontificio per i non cristiani” in quella più corretta di “Segretariato Pontificio per il dialogo interreligioso”.

Ancora più difficile da comprendere per la mentalità occidentale è come una realtà re­ligiosa priva di un clero sacerdotale e di una istituzione ecclesiastica formale si sia potuta propagare in uno spazio che va dalla Spagna alla Cina e in un arco di tempo che abbraccia quattordici secoli di storia. Anche se può sembrare strano in un periodo in cui “musul­mano” sembra percepito come sinonimo di “ignorante”, in realtà la religione islamica è stata tramandata dagli intellettuali, tanto che, se l’Islam ha un carattere distintivo, questo risiede proprio nell’intellettualità. In tutta la storia islamica non un califfo o un sultano hanno potuto fare a meno del sostegno e del­la legittimazione da parte dei sapienti, degli intellettuali e dei santi, figure che spesso so­no coincidenti. Da sempre sono stati i centri intellettuali a rappresentare l’Islam a dispetto di tutti i rovesci e i cambiamenti politici av­venuti nei secoli.

In passato l’immenso mondo islamico era attraversato da una rete fittissima di universi­tà, di centri spirituali e di sapienti itineranti, che costituivano l’ossatura della religione e della garanzia della conservazione dell’orientazione sacrale. Oggi, dopo i profondi mutamenti degli ultimi secoli, i pochi centri rimasti sono il bersaglio preferito di dispotismi e integrali­smi, che devono cercare di eliminare ogni realtà intellettuale per poter tentare una più radicale strumentalizza­zione della religione. Magari tentando di costituire proprio in Europa uno “stato nello stato”, utopi­stico trampolino di lancio verso una riconquista del Medio Oriente.

Questo è il paradosso dell’Occidente: da una parte nutre un’ossessiva preoccupazione nei confronti di quello che in Africa e Asia è noto come il “terrorismo arabo”, dall’altra continua a con­cedere con naturalezza uno spazio fin eccessivo ai rappresentanti di orga­nizzazioni politicamente collegate con quel terrorismo.

Fortunatamente, oggi comincia a mettersi sempre più in luce un Islam europeo, che non vuol dire un Islam diverso o nazionale, ma semplicemente una presenza islamica che intende sottrarsi al gioco delle strumen­talizzazioni, rivendicando la possibilità di vivere da religiosi al di fiori dai condizionamenti ideologici. La stessa Francia sta rivedendo profondamente la sua politica interna, manifestando una minore passività e una maggiore responsabilità. Così, lo stesso Mini­stero degli Interni ha sottoposto a più stretto controllo le attività dei “Fratelli Musulmani”, dai quali storicamente derivano la mag­gior parte dei gruppi fondamentalisti.

Mentre la Francia sta impostando una po­litica basata maggiormente sui musulmani francesi, siano essi di origine algerina o sem­plicemente “indigeni”, l’Italia sembra chia­mata a fornire il possibile modello per i rapporti tra Stato e confessioni religiose. Le co­siddette “intese” sono infatti inserite tra i principi fondamentali del dettato costituzio­nale e rendono espliciti e trasparenti quegli accordi pattizi che molti stati hanno di fitto sviluppato. Infatti, anche paesi come la Fran­cia hanno avuto in realtà una intensa politica “religiosa”, a cominciare dal finanziamento della grande moschea di Parigi - vero gioiello di architettura islamica nel cuore d’Europa, inaugurata nel 1926 - fino alla promozione di “Consigli Nazionali”, come il Corif, nel 1989, e il Crmf, quest’anno, sempre più scollegati dalle realtà ideologiche e nazionali estranee alla religione.

In Italia la volontà di prendere decisamente le distanze da ogni stru­mentalizzazione della religione è rappresentata emblematicamente dalla costituzione della Comu­nità Religiosa Islamica Italiana (CO.RE.IS.), nome che, attraverso il pleona­smo prodotto dall’accostamento di “religioso” e “islamico”, rievoca la purezza della tribù del Profeta Muhammad, i Quraish. Pur rappre­sentando la maggior parte dei cittadini italia­ni musulmani, e, per “interessi”, tutti i mu­sulmani presenti nel nostro paese, spesso ac­cade che la CO.RE.IS. costituisca la parte na­scosta, o che si vorrebbe nascondere, dell’I­slam in Italia. Vi è come un pudore nazionale che invita a non mescolare insieme i due ag­gettivi “italiano” e “musulmano”, quasi fos­sero inconciliabili o contraddittori. È questa la prospettiva falsata che si vorrebbe far pren­dere all’Islam in Italia: un islam immigrato, accolto, assunto, nazionalizzato, politica­mente strumentalizzato, ma pur sempre “straniero”.

Eppure la CO.RE.IS. da tempo rappresenta la comunità musulmana italiana nei grandi incontri islamici internazionali che annual­mente si tengono in Egitto, Maroc­co e Arabia Saudita. Non a caso l’I­sesco - vale a dire l’organismo reli­gioso ed educativo dell’Organizza­zione della Conferenza Islamica (Oci), il secondo organismo internazionale dopo l’Onu, che riunisce 56 paesi islamici - ha sottoscritto un accordo bilaterale con la CO.RE.IS. nel 1997 per la rappresen­tanza della dimensione educativa ed intellettuale dell’Islam in Italia. Da quello stesso anno la CO.RE.IS. è entrata a far parte del Comitato Nazionale dell’Educazione Interculturale del Ministero della Pubblica Istruzione, che sta stabilendo le linee di riferimento per la formazione dei docenti italiani, sempre più all’avanguardia in una dimensione interculturale e interreli­giosa che supera finalmente l’egemonismo eurocentrico che tanta parte ha ancora nella nostra cultura. Solo la cultura può infatti combattere l’ignoranza e le sue tristi conseguenze politico-sociali. In questa prospettiva la CO.RE.IS., infatti, sta definendo un accordo bilaterale con uno dei maggiori centri intel­lettuali del Magrheb, l’università di Zaytuna. L’obiettivo è quello di costituire un’Accademia di studi islamici, a Milano, in cui si pos­sano apprendere direttamente da docenti islamici, in massima parte europei, gli aspetti più importanti e universali della civiltà isla­mica. Come dire l’Oriente in Occidente.

Così, nell’ultimo paese al mondo ad avere una vera e propria Moschea, piano piano l’I­slam sembra poter uscire dal nascondiglio per mostrare il suo volto, sfaccettato, ma sostanzialmente unitario. Probabilmente lo avevano già compreso i rappresentanti istitu­zionali del passato quando, nel 1974, avevano riconosciuto il Consiglio Islamico Culturale d’Italia, (Cici), che amministra la Mo­schea di Roma, in base alla legge dal 1929. Tale legge, ancora oggi vigente per le confes­sioni senza intese, regola le rappresentanze delle confessioni, quindi dovrebbe individuare, secondo la vecchia interpretazione ec­clesiastica, gli interlocutori esclusivi per cia­scuna confessione: ma il Cici non può rappresentare da solo l’Islam in Italia, poiché nel suo consiglio di amministrazione siedono gli ambasciatori di una parte dei paesi islamici, e gli ambasciatori non possono sottoscrivere un accordo di diritto “nazionale”. L’Islam in Italia sembra quindi segnato da un destino di pluralità, a dispetto dei sogni egemonici dei movimenti panarabi e delle esuberanti indi­vidualità attirate dal potere personale.

Proprio per evitare che le intemperanze dei singoli e le grossolanità delle organizza­zioni integraliste venissero prese a pretesto per evitare un’intesa con la comu­nità islamica - mentre è già stata stipulata con cristiani, ebrei e, in questi giorni, buddisti - nel luglio di quest’anno la CO.RE.IS. ha inoltra­to alla presidenza del Consiglio un testo che, con parere unanime dei giuristi, evita un contrasto tra legge islamica e diritto dello stato. Nella speranza che venga a cadere la per­cezione di ogni forma di contrasto tra l’Islam e l’Italia.