Bruxelles, 5 gennaio 2005
Primo Congresso Mondiale di
Imam e Rabbini per la Pace
Sessione plenaria
Bismillah ar-Rahman
ar-Rahim
In nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso
Quattro mesi fa, alla vigilia dell’11
settembre, il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi ha voluto ricevere ufficialmente, per la prima volta
nella storia, una delegazione di musulmani italiani che avevano sottoscritto un
Manifesto contro il terrorismo e per la
vita.
Si è trattato del primo riconoscimento istituzionale
rivolto dal Capo dello Stato ad una rappresentanza islamica italiana meritevole
di essersi distinta efficacemente nella testimonianza pubblica della dignità
della persona umana e della sacralità della vita.
Il sacro dono della vita come esperienza conoscitiva di ogni creatura divina è alla base del concetto di valore
della persona umana. Ogni uomo e ogni donna hanno, in realtà, un valore innato
incommensurabile, frutto dell’incontro tra il miracolo della creazione e il
dono della vita.
Proprio questo incontro
straordinario tra la creatura e il soffio divino della vita permette alle
persone di essere l’espressione di una creazione che si rinnova in ogni
istante. Le persone sono così in grado di trarre beneficio dal progressivo e
costante sviluppo della tradizione spirituale e culturale e, allo stesso tempo,
contribuiscono, con le proprie specificità, alla scoperta di nuovi orizzonti
conoscitivi che arricchiscono il patrimonio sapienziale dell’umanità.
Il valore della persona umana da un punto di vista
religioso è quindi rappresentato proprio dalla coscienza di questa dinamicità
spirituale che permette ad ogni persona religiosa di riconoscere in se stessa e
nell’altro una nuova e costante occasione di conoscenza, di arricchimento
e di approfondimento intellettuale perché Dio è in noi come è in ogni nostro
interlocutore. Si tratta, di conseguenza, di riconoscere il nostro comune Creatore
isolando le tentazioni di coloro che vorrebbero assolutizzare la propria interpretazione culturale, etnica
o persino religiosa per fomentare ghetti esclusivi, confusioni dottrinali e
conflitti militari.
Anche all’interno della storia della comunità islamica non
sono mancati episodi nei quali alcuni saggi hanno saputo trovare il modo di
confutare le ardite argomentazioni dei letteralisti
bigotti dell’epoca per rinnovare un’apertura e una onestà
intellettuale che sapessero riorientare il dibattito
da una pretestuosa e ambigua provocazione ad un momento di convergenza e
ritrovata fratellanza.
La vera trasformazione dei rapporti con l’altro sarà più
efficace nella misura in cui ognuno di noi saprà trovare la chiarezza
comunicativa e la coerenza dottrinale per dialogare sia all’interno della
propria comunità che con le altre comunità, esercitando quella disciplina di un
confronto interiore ed esteriore, intrareligioso e
interreligioso, intraculturale e interculturale,
senza scadere nel banale relativismo.
Solo allora ogni credente potrà essere più consapevole del
valore di una coesistenza naturale e pacifica dove il
dialogo si trasforma in una comunicazione e in una partecipazione vissuta
caratterizzata da una sintonia e da un rispetto reciproco nel riconoscimento
della vera identità dell’essere umano.
In tempi dove le genti sembrano confuse tra le opposte
tendenze di esclusivismo integralista e di
sentimentalismo demagogico sarà necessario che i religiosi autentici, ebrei,
cristiani e musulmani e, in particolar modo, i rabbini, i sacerdoti e gli imam sappiano ritrasmettere con cura le chiavi di lettura
per la conoscenza della vera natura e funzione di ogni uomo.
Proprio con questa intenzione la CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana e l’IHEI (Institut des Hautes Etudes
Islamiques) in Francia hanno presentato qui a
Bruxelles il progetto di un Istituto di Ricerca e Formazione Euro-Orientale
alla Commissione per i Diritti dell’Uomo dell’Unione Europea.
Speriamo così che con il sostegno delle nostre istituzioni,
anche dopo questo storico primo congresso mondiale di imam e rabbini, si possa continuare concretamente, insieme,
a cooperare in un percorso euromediterraneo di scambi
per favorire quella naturale e qualificata partecipazione delle radici
spirituali dell’uomo alla costruzione della società civile del futuro.
La civiltà di un essere umano
in una prospettiva religiosa si misura in merito al suo livello di apertura e di onestà intellettuale nel sapersi
relazionare con i vari interlocutori con intelligenza e rispetto, consapevole
del valore del proprio patrimonio spirituale e culturale senza per questo
motivo voler prevaricare la natura dell’altro, assolutizzando
la propria esperienza personale, nazionale o confessionale. Si tratta in altre
parole di rendersi disponibili ad un confronto sincero e ad un arricchimento
che si può ricevere dalla conoscenza degli itinerari particolari che la vita di ogni persona esprime con la propria storia e specificità,
senza scadere in un relativismo antropologico o in un qualunquismo sociologico.
Bisogna aprire se stessi alla
virtù dell’intelligenza, la sola qualità che sappia trovare i modi e i
contenuti per una comunicazione efficace nei confronti del prossimo, allora le
qualità particolari di ogni interlocutore verranno
valorizzate dalla scoperta di una nuova visione della realtà che è ben diversa
dall’idea e dall’immagine che uno si era fatto dell’altro per ignoranza
culturale o convenienza psicologica.
Allora chi è l’altro? A questa
domanda un rabbino ebreo giustamente rispondeva: l’altro non esiste. Se un credente cerca Dio, egli non potrà vedere nell’altro
che la manifestazione in forma diversa di quella stessa divinità che ha dato
origine a tutta l’umanità. Fermarsi a contemplare la forma dell’altro
corrisponde in qualche misura a distrarsi dalla visione di Dio. Allo stesso
modo il Sacro Corano ci ricorda di “saper riconoscere i segni
di Dio in noi e fuori di noi”[1],
vale a dire anche nell’altro. L’altro in questo senso rappresenta sempre
uno strumento di conoscenza e di richiamo ad un ordine di realtà spirituale in quanto partecipa come ognuno di noi dello stesso miracolo
della creazione; egli è un’altra
creatura dello stesso Dio che può aiutarci a “conoscere meglio noi stessi e il
nostro Signore”[2].
Per un musulmano la ricerca
dell’unità, la conoscenza della propria identità e la realizzazione
dell’integrità dipendono direttamente dalla capacità di comunicare con gli
altri. La mancanza di comunicazione non è meno grave di una cattiva
comunicazione dove i due interlocutori pur non avendo inizialmente l’intenzione
di disputare fra loro fanno prevalere un modo di comunicare che si rivela non
solo inefficace ma anche controproducente. Spesso si crea un’irreversibile
contrapposizione formale, dove in nome della lingua, del comportamento o di
un'infinita casistica di coinvolgimenti esteriori, psicologici o sottili nessun interlocutore è più in grado di superare le
barriere di un confronto individuale impostato su basi competitive, dove la
comunicazione del contenuto è subordinata al riconoscimento della propria
superiorità personale e all’inevitabile inferiorità dell’altro.
Sarebbe opportuno piuttosto
riscoprire il metodo più naturale del vero dialogo tra persone “civili”, senza
esasperare schemi o sensazioni ed evitando soprattutto di fermarsi alla prima
impressione superficiale dell’altro, ai pregiudizi storici e preconcetti
culturali che troppo spesso sono il risultato di un reciproco atteggiamento
sbagliato.
Conoscere
e comunicare con l’altro, vuol dire aprirsi ad un processo di verifica non
comparativa ma caratteriale, dove le qualità di entrambi sono messe a confronto
per imparare insieme a crescere e migliorare la propria relazione con il mondo. Con
questa priorità, le forme esteriori, verranno
apprezzate come colorazioni particolari legate alla storia di una persona o
all’itinerario di un popolo, ma non sostituiranno né dovranno mai velare o
oscurare la comunicazione di una sintonia essenziale o meglio spirituale tra
gli esseri umani.
Favorire la possibilità di
questa sintonia profonda che lega in principio e in pratica ogni persona
all’altro, senza scadere in un melting pot da
fratellanza sincretistica o da villaggio globale, corrisponde a fortificare e arricchire il proprio
carattere senza perdere la consapevolezza delle differenze provvidenziali che
caratterizzano ogni forma nel piano della manifestazione divina. Al contrario
le specificità religiose e culturali hanno sempre tratto un indiscutibile
beneficio dal dialogo spirituale tra creature e dal confronto intellettuale tra
credenti, esprimendo ciclicamente, in diversi momenti storici, un’autentica
civiltà e una coesistenza pacifica.
Si tratta ancora una volta di
riconoscere l’identità, l’unità e l’essenza del Creatore nelle molteplici
differenze e nell’infinita varietà delle forme e delle apparenze delle cose
esistenti nell’Universo.
Yahya Sergio Yahe
Pallavicini
Vice-Presidente
CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica)
Italiana