Buon Natale, anche ai musulmani

 

Yahya Sergio Yahe Pallavicini

Vice-Presidente della CO.RE.IS. Italiana

 

 

In un recente articolo di Magdi Allam su Il Corriere della Sera venivo presentato come “un imam italiano illuminato” che metteva in evidenza i limiti culturali di alcuni musulmani che non riconoscono il valore del Natale, dimenticando essi stessi che, anche nella dottrina islamica, la nascita di Gesù rappresenta l’evento straordinario di un uomo che nasce dalla vergine Maria, esempio di pietà e devozione spirituale anche per i musulmani.

 

È probabilmente opportuno ricordare l’esperienza storica dei primi musulmani immigrati in Abissinia, governata allora da un re cristiano, e di come questi stessi esuli, perseguitati dai loro parenti arabi pagani, trovarono non solo rifugio ma soprattutto il conforto di una sintonia fraterna tale da far commuovere il re cristiano mentre ascoltava la narrazione dei musulmani di alcuni passi del Sacro Corano che si riferiscono alla figura di Maria.

 

Basterebbe rinnovare ancora il richiamo del Profeta Muhammad in merito alla funzione provvidenziale di Gesù, la cui seconda venuta come “annuncio dell’ora” accomuna quei musulmani e quei cristiani che ancora credono nell’aldilà e nel giudizio universale e non si lasciano completamente abbagliare dalle suggestioni di questo mondo, dalle apparenze materiali o dalle mode effimere.

 

Purtroppo ora ci troviamo a denunciare un altro limite culturale “reciproco” espresso da parte di coloro che, con alcuni atteggiamenti “buonisti”, vorrebbero interpretare il multiculturalismo come un appiattimento che sfocia in un “relativismo culturale” dove simboli, linguaggi, valori e virtù vengono confusi nella presunta morale di una favola profana.

 

Si arriva così a sostituire “Gesù” con “virtù”, o il crocifisso con il laicismo, o i musulmani in Italia con i tunisini di Mazara del Vallo, mancando di rispetto alla dimensione del sacro presente in tutte le religioni, dimenticando il valore della costruzione storica e culturale della propria e altrui identità nazionale e inventando emotivamente un nuova edizione della “storia” di Cappuccetto Rosso che dovrebbe rappresentare l’alternativa a quella del Natale. Tutto questo esprime quanto di più diseducativo si possa concepire, per “non turbare la suscettibilità infantile” degli studenti non cristiani in Italia, con un abuso dell’autonomia scolastica che rischia di essere un’autonomia dall’uso sensato dell’intelligenza.

 

Diventa quindi necessario ricordare che la laicità della scuola pubblica non presuppone una connotazione confessionale ma nemmeno anticonfessionale. Si tratta infatti di favorire negli studenti l’apprendimento del contributo storico, culturale e scientifico di tutte le confessioni, affinché i giovani sappiano distinguere tra la vera religiosità, le sue applicazioni sapienziali e la falsa religiosità, quella che degenera nel fanatismo. Proprio un corretto discernimento sui principi e sulla pratica delle religioni potrà permettere agli studenti di riconoscere e rispettare le diverse manifestazioni rituali o festive di ogni comunità religiosa senza essere indotti a confusioni o sensi di partecipazione forzata o proibita. Parallelamente non possiamo decontestualizzare l’insegnamento scolastico dal preciso momento storico e culturale nel quale l’Italia si trova in questo periodo, occultando il contributo specifico e diffuso che il cristianesimo ha ritrasmesso nello sviluppo della società italiana. Al contrario, la conoscenza di questa relazione potrà costituire un esempio per tutti i religiosi di come, almeno in Italia, la dimensione spirituale e quella civile si dovrebbero integrare armoniosamente favorendo una crescita della cultura e del dialogo interculturale aperto ed onesto.

 

Non si tratta quindi di rimuovere i crocefissi, né di aggiungere i simboli di tutte le religioni nelle aule scolastiche ma di conoscere e rispettare la storia di un popolo del quale si fa parte e nel quale si potrà garantire il proprio apporto spirituale, culturale, politico ed economico, senza omologazioni artificiose, né ghetti contrapposti.

Per quanto riguarda i tunisini di Mazara del Vallo, sarà probabilmente più naturale imparare gli usi e i costumi tradizionali del popolo italiano, senza creare confusioni tra Natale e Ramadan dove l’uso bigotto di una reciprocità rischia di ridurre il vero confronto interculturale ad uno scambio commerciale di festività, senza sapere veramente né chi, né che cosa e perché festeggiamo, in modi e tempi diversi, lo stesso Dio, Creatore dei cieli e della terra e di tutto ciò che esiste.