L’Islam in Francia e
la Turchia in Europa
Yahya Sergio Yahe Pallavicini
Vice-presidente CO.RE.IS. Italiana
Il ministro francese Sarkozy viene eletto presidente del principale partito di
centrodestra e punta alla Presidenza della Repubblica. Anche i musulmani in
Italia seguono con interesse la carriera politica del ministro delle finanze francese uscente. Si tratta di uno dei pochi
uomini politici coerenti nel cercare istituzionalmente una soluzione che
permetta ai musulmani di Francia di essere riconosciuti a pieno titolo come
cittadini e rispettati nei loro diritti di libertà religiosa.
La laicità francese sembra infatti mettere in discussione alcuni suoi principi
storici. Fino a pochi anni fa, il fatto religioso veniva
rigorosamente confinato nella sfera esclusivamente privata in virtù di una
tendenza al laicismo che rischiava di discriminare la pratica e le espressioni
culturali di qualsiasi fede.
Gli ultimi tre ministri
dell’Interno della Repubblica francese si sono occupati attivamente dei culti e
in particolar modo dell’Islam, promuovendo una consultazione interistituzionale
e, successivamente, la costituzione di un Consiglio
Francese del Culto Musulmano, il quale avrebbe dovuto garantire un’efficiente
organizzazione dei musulmani in Francia. Purtroppo tale progetto rischia di
fallire a causa degli interessi “poco religiosi” ma prevalentemente politici
dei musulmani “nazionalisti”, che siano turchi o
algerini, o dei gruppi legati all’ideologia del fondamentalismo
o ancora, per citare il ministro Sarkozy, a causa
della difficoltà di “far emergere un Islam francese prima che un Islam in
Francia”.
Per arginare i rischi di ingerenze straniere o estranee alla religiosità,
l’attuale Presidente Chirac, in visita lo scorso fine
settimana in Libia, ha messo in guardia alcuni Stati arabi dal finanziare la
propaganda religiosa. Recentemente, l’ex Ministro
dell’Interno Sarkozy nel suo ultimo libro, intitolato
“La Repubblica, le religioni, la speranza” (ed. Cerf),
propone di modificare la famosa legge del 1905, che regola i rapporti tra Stato
e religioni, per introdurre la possibilità
del finanziamento pubblico alle moschee, mentre, all’inizio della scorsa
settimana, l’attuale ministro dell’Interno, Dominique
de Villepin, ha annunciato la creazione di una
Fondazione per l’Islam dedicata, particolarmente, alle moschee e alla
formazione degli imam.
I segnali che arrivano dalla Francia meritano di essere seguiti con interesse
proprio perché si comincia a delineare una proficua interazione tra realtà
politiche e istituzionali di paesi occidentali, e rappresentanze islamiche che
operano in ambito religioso e culturale, in grado di offrire all’Occidente la
conoscenza di un Islam qualitativo e reale. Forse la presenza in Occidente, e
ora anche in Italia, di comunità religiose islamiche costituite
da cittadini europei, contrasta i diffusi pregiudizi legati alla
valutazione etnica o geografica dell’islam. Per questo speriamo che in Italia
non si commetta l’errore di non considerare rappresentativa la principale
organizzazione di cittadini musulmani italiani e la loro funzione intellettuale
ed ecumenica.
Si tratta di considerare la
presenza degli attuali e dei futuri cittadini europei, prescindendo da
confusioni con emergenze immigratorie, attentati terroristici o interessi politici
ed economici di Stati esteri. Occorre studiare oggettivamente, senza faziosità
emotive, le possibilità concrete che permettano anche
ai musulmani d’Europa di coniugare la piena dignità dello loro fede con i
valori della cittadinanza. Una cittadinanza che si riconosce
all’interno della società interculturale, multietnica
e pluriconfessionale, e allo stesso tempo ancorata ai
principi di libertà religiosa e di fedeltà all’ordinamento giuridico vigente.
Tale integrità e chiarezza sembrano essere oggi garantite prevalentemente da
minoranze di cittadini musulmani europei, - siano essi italiani, francesi,
inglesi, spagnoli o russi - i quali non possono essere esclusi o discriminati
con il pretesto di dover accelerare, in modo artificiale, l’integrazione dei
soli immigrati in Europa. Diversamente una reale e qualificata integrazione
degli immigrati potrà esserci, almeno in campo religioso, solo quando si darà
visibilità, come punto di riferimento dottrinale e culturale, a una istituzione islamica occidentale, che sappia esprimere
la vera spiritualità e civiltà, secondo le sue prerogative universali di
apertura, onestà e rispetto. La presenza di musulmani europei potrà così
contribuire a costituire quel ponte tra Oriente e Occidente in grado di offrire
una rappresentanza qualitativa e istituzionale del vero Islam, scevro da
connotazioni ideologiche o particolaristiche, nel quale si possa
identificare anche la maggioranza dei musulmani d’origine. Quello che manca in
alcuni ambiti delle istituzioni politiche contemporanee, in Occidente come in
Oriente, è la realizzazione della naturale armonia che dovrebbe esserci tra una
laicità veramente coerente con i propri principi e l’espressione equilibrata
del pluralismo confessionale, che insieme rappresentano
il naturale antidoto ai totalitarismi di chi vuole prevaricare l’altro con il
proprio interesse o di chi vuole provocare soltanto lo scandalo.
Quest’ultimo, lo scandalo su un
piano di verbalismo emotivo, è quello che si vorrebbe generare utilizzando
persino in Parlamento espressioni come “Eurasia” - di
cui probabilmente non si conoscono nemmeno le origini ne
gli autori - per contrapporsi pretestuosamente ad una sapiente informativa
sulle “priorità strategiche” che potranno vedere l’ingresso della Turchia tra
gli Stati membri dell’Unione Europea. Una priorità oculata ed una strategia
politica tesa a verificare con intelligenza e serietà i nuovi scenari
dell’Occidente, dialogando con referenti affidabili che sappiano auspicabilmente contribuire alla costruzione spirituale,
morale e civile di vie di scambio e comunicazione tra Europa, Mediterraneo e
Medio Oriente, anche aldiquà del Bosforo.