LO SPIRITO TRADIZIONALE E L’OCCIDENTE
Una delle caratteristiche degli occidentali che li rende sempre più
impermeabili alla penetrazione delle influenze spirituali è rappresentata da una
facoltà immaginativa fortemente sviluppata e facilmente impressionabile. Lo stesso maestro occidentale, René Guénon,
ha dovuto chiarire quanto poco interesse questi aspetti di carattere “psichico”
potessero rivestire nei confronti della realizzazione d’ordine spirituale o
iniziatico, invitando chi fosse interessato a tale realizzazione ad “evitarli
spietatamente come ostacoli capaci di sviarlo dallo scopo unico cui tende[1].
Tuttavia lo sviluppo indefinito e inutile degli aspetti orizzontali dell’essere
umano non si manifesta solo in quei poteri “fenomenici”, che da sempre
rappresentano uno degli ambiti che attraggono la maggior parte degli
occidentali. L’instabilità mentale,
infatti, si riflette in forma ormai generalizzata, nella proiezione di un mondo
“immaginato”, quasi parallelo alla realtà.
Naturalmente conosciamo bene l’esistenza di un “mondo immaginario”,
espressione con la quale vengono tradotti nelle lingue occidentali i termini
dell’esoterismo islamico ‘âlam al khayâl e ‘âlam al mithâl, anche
se sarebbe più opportuno riferirsi in questo caso al “mondo delle apparizioni”
in riferimento al luogo in cui, in stato di veglia o di sonno, i profeti e i
santi ricevono l’“immagine” delle realtà intellettuali relative ai mondi
superiori. Nel caso in questione,
invece, ci riferiamo semplicemente all’immaginazione intesa nel suo senso
corrente, poiché si tratta propriamente di una facoltà comune e niente affatto
spirituale. D’altronde, si nota spesso
un’analoga confusione tra gli “stati spirituali” e quelli che possono essere
considerati solo degli “stati d’animo”; tale confusione tra psichico e
spirituale rappresenta in effetti uno degli errori ricorrenti degli occidentali
in genere.
Nell’ambito religioso questa tendenza si riflette in una esagerata
considerazione che hanno via via assunto gli aspetti più propriamente
“mistici”, al punto da costituire una vera e propria “religiosità illusoria” in
cui i contenuti intellettuali presenti nella dottrina, prima ignorati, vengono
sempre più “rispolverati” in forma ridotta e distorta, quando non nettamente
invertita[2]. Simili prospettive si sono “infiltrate”
profondamente nella mentalità occidentale.
Esse infatti inducono sottili condizionamenti, molto prossimi a ciò che
gli incantesimi rappresentano per la magia: d’altra parte Guénon ha chiarito
con la consueta efficacia come l’ambito magico e quello mistico siano molto più
prossimi tra loro di quanto si possa immaginare[3].
Non deve sorprendere quindi che anche quando gli occidentali cominciano a
interessarsi alla dimensione spirituale, per mancanza di discriminazione, sono
in realtà portati a trasporre in questo dominio ciò che è proprio invece del
misticismo: Solo una effettiva consapevolezza spirituale può in questo caso
fornire gli strumenti intellettuali necessari: purtroppo, come ha affermato il
maestro, “il deposito della conoscenza iniziatica non è più custodito realmente
da nessuna organizzazione occidentale”[4].
Questo spiega ai nostri occhi come abbiano potuto svilupparsi tendenze
misticheggianti anche all’interno degli ambiti iniziatici, che, per
definizione, dovrebbero essere i più estranei a tutto ciò che pertiene alla
“mistica” e all’ambito “psichico” in genere. In particolare, ci vorremmo
soffermare sulla sempre più marcata propensione ad assumere un atteggiamento
“solitario”, nel quale si ricercherebbe la base per un eventuale raddrizzamento
tradizionale e per una ipotetica realizzazione spirituale. Così come i mistici
sono generalmente in disaccordo con le organizzazioni religiose alle quali
dovrebbero appartenere e nelle quali stigmatizzano, spesso con ragione, i segni
di una evidente degenerazione, così si vorrebbe inquadrare sotto questa stessa
prospettiva il difficile legame con organizzazioni iniziatiche nelle quali sono
evidenti le diminuzioni e persino le “deviazioni”, legame che si è fatto, lo
comprendiamo, sempre più difficile da sostenere soprattutto per chi abbia
conoscenza degli insegnamenti ritrasmessi da René Guénon: “Gli esempi di simili
deviazioni sono fin troppo numerosi; quante associazioni, che avrebbero potuto
svolgere una funzione molto elevata (se non puramente intellettuale, perlomeno
confinante con l’intellettualità) se avessero seguito l’indirizzo originario,
sono invece andate rapidamente degenerando in questa guisa, fino a ritrovarsi a
procedere in senso opposto alla primitiva direzione, di cui tuttavia continuano
a portare i segni, ancora ben visibili per chi sa capirli! In questo modo è
andato totalmente perduto, fin dal XVI secolo, tutto ciò che era stato
possibile salvare dell’eredità lasciata dal Medioevo; per non parlare poi di
tutti gli inconvenienti secondari: ambizioni meschine, rivalità personali e
tutte quelle altre cause di dissidio che fatalmente sorgono all’interno di
gruppi così costituiti, soprattutto se si considera che bisogna per necessità
tenere conto dell’individualismo occidentale”.[5]
La prospettiva dei “solitari” è estremamente ambigua. Essi non si
considerano effettivamente “dentro” le comunità iniziatiche e non partecipano
veramente, qualora fosse ancora possibile, alla messa in pratica del metodo
spirituale. D’altra parte, essi non si pongono nemmeno “fuori” dalle
organizzazioni, con le quali mantengono un legame che, non potendo essere
spirituale, necessariamente è psichico e sottile. Spesso tale atteggiamento è
così radicato che nemmeno l’inserimento in una organizzazione regolare e
completa riesce a scalfire il mondo illusorio che l’individuo si è creato.
Queste ambiguità alla lunga proiettano un’ombra sulle stesse concezioni
dottrinali che vengono anch’esse diminuite in una prospettiva individuale e
sentimentale. È noto che il mistico rifugge la vita del mondo ed anche quella
comunitaria poiché entrambe lo “distraggono” dallo stato di passività e di
abbandono che caratterizza propriamente il misticismo. In una prospettiva
iniziatica, il punto di vista profano appare effettivamente come illusorio, ma
non per questo viene ricercato il “distacco” dalla realtà; lo stesso principio
della “realizzazione spirituale” indica piuttosto la rottura del velo dell’illusorietà
e la presa di coscienza della Realtà. Le lingue sacre esprimono con maggiore
chiarezza questa prospettiva: in arabo ad esempio il nome di Dio al Haqq
indica contemporaneamente “la Verità” e “la Realtà”: la realizzazione, tahqiq,
è effettivamente una “verificazione”, nel senso della conoscenza della Verità
della Realtà. Così, se “quasi sempre il mistico è troppo facilmente ingannato
dalla sua immaginazione”[6],
nell’esoterismo autentico il rigoroso metodo spirituale conduce normalmente a
un sempre maggiore “Realismo”. È evidente a questo punto che i “solitari”
occidentali costituiscono purtroppo una vera e propria parodia di coloro che
nella tradizione islamica sono chiamati gli afrad, vale a dire i
“singolari”. Conoscendo il fascino che questa realtà poteva esercitare sugli
occidentali, Guénon più volte è intervenuto per chiarire che la loro funzione è
assolutamente eccezionale, in quanto si rende necessaria soltanto “in
circostanze che rendono impossibile la trasmissione normale, per esempio in
mancanza di qualsiasi organizzazione iniziatica regolarmente costituita”[7],
circostanze che nel mondo attuale sono a dir poco improbabili. La realtà
spirituale degli afrad, termine che viene tradotto con “singolarità” per
mancanza di espressioni migliori, rappresenta in effetti una stazione
particolare di “prossimità” a Dio, in cui particolari esseri possono essere
elevati ad uno stato di compenetrazione nella Presenza divina, l’Unica,
l’Assoluta, e per questo essere considerati veramente “singolari”. È Dio che ha
eletto Se stesso alla “singolarità” e alla “disparità”, mentre appare veramente
“titanica” la pretesa di chi volesse eleggersi “solitario” da solo.
Un simile atteggiamento costituisce un ulteriore impedimento a cogliere
il contributo autentico che possa venire da parte di coloro che detengono
effettivamente un’autorità, certo non di carattere personale, bensì realmente
spirituale e intellettuale. La naturalezza con cui un orientale è portato a
riconoscere l’autorità spirituale rappresenta ciò per cui maggiormente egli
differisce da un occidentale, anche se le “rivoluzioni etniche”, di cui Guénon
poteva avere solo intuizione, ne stanno offuscando l’evidenza. La maestria, in
effetti, costituisce un elemento imprescindibile dell’ambito iniziatico e si
manifesta su di un piano assolutamente intellettuale, quindi impersonale e
universale; la sfrenata ricerca della “singolarità”, da una parte, o del “culto
personale”, dall’altra, costituiscono uno dei maggiori impedimenti al
riconoscimento di tale funzione. Questa attenzione invertita per gli aspetti
individuali è anche alla base di molte deviazioni che avvengono in seno anche
alle organizzazioni di origine orientale, nelle quali le tecniche propriamente
iniziatiche, come l’invocazione dei nomi divini, vengono messe in secondo piano
rispetto a particolari elementi secondari, come l’influenza che possa derivare
dalla contemplazione del volto del maestro. Se questa, in principio, si fonda
su di una base tradizionale, quantunque simbolicamente molto più elevata di
quella che generalmente viene espressa, è evidente che l’utilizzo che ne viene
fatto oggi sia perfettamente in linea con la generale tendenza moderna
all’individualizzazione.
Lo stesso atteggiamento nei confronti di Guénon è emblematico: a volte
lo si vuole considerare un semplice “autore letterario”, a volte un modello
“personale” da imitare superficialmente e illusoriamente. In tal modo si
trascura da una parte l’impersonalità della dottrina espressa dal maestro,
dall’altra il fatto che egli, fin da giovane e fino alla fine della vita, si
sia inserito come musulmano in una confraternita contemplativa, I abbia seguito
un regolare maestro, ed abbia partecipato ad una comunità tradizionale per
raggiungere la quale, in mancanza di analoghe realtà tradizionali in Occidente,
dovette trasferirsi al Cairo. Il fatto che nelle organizzazioni di mestiere in
genere la figura dell’autorità spirituale non sia immediatamente visibile[8],
ha forse permesso che si arrivasse ad infiltrare la mentalità tradizionale con
concezioni “democratiche” in realtà contrarie ad ogni vera gerarchia spirituale
ed al principio stesso di ogni organizzazione iniziatica. Proprio in questo
spirito “democratico”, con tutto quello che rappresenta, potrebbe risiedere in
in definitiva il favore che tali organizzazioni rivestono ancora agli occhi
degli occidentali. Anche in questo caso si assiste allo sviluppo indiscriminato
di illusioni che ribaltano completamente il significato della realtà
tradizionale. Mettendo in discussione la stessa funzione delle gerarchie
spirituali, l’atteggiamento di ricerca spirituale “solitaria” raggiunge
purtroppo un ultimo nefasto risultato, quello cioè di rendere addirittura
inoperanti le influenze spirituali, poiché chi si “isola” viene meno a quella
realtà comunitaria che, in questi tempi ultimi, è l’unica garanzia tanto di una
possibile “unione” quanto di una effettiva “forza” spirituale operante. A
questo può essere accostato il significato delle parole del Cristo: “Quando due
o tre saranno riuniti in nome mio, io sarò in mezzo ad essi”. In una via
regolare, infatti, il lavoro iniziatico di una comunità riunita attorno ad un
Maestro è in grado di “richiamare” la “presenza” di influenze spirituali che
rappresentano effettivamente la “Maestria” nel senso veramente universale del
termine.
Si può affermare che questa “presenza” si manifesta in qualunque modo
all’intersezione delle “linee di forza” che vanno dall’uno all’altro di coloro
che vi partecipano, quasi la “discesa” di essa venisse sollecitata dalla
risultante collettiva che si produce in questo punto determinato e che le
fornisce un adeguato supporto”[9].
Stupisce particolarmente, quindi, che un
atteggiamento radicalmente negativo nei confronti delle autorità e delle
comunità spirituali stia prendendo piede anche all’interno di alcuni ambienti
islamici presenti in Occidente. Sembra quasi che, invece di costituire quel
necessario apporto dall’Oriente, ci si preoccupi di “occidentalizzarsi” nel
senso deteriore del termine. Eppure lo stesso Guénon aveva richiamato che “solo
in Oriente si possono trovare gli esempi a cui converrà ispirarsi”[10].
Se “una rigenerazione dell’Occidente s impone”[11],
i ripetuti accenni di Guénon all’“influenza della civiltà islamica in
Occidente”[12], sono
chiare indicazioni per chi voglia intendere, anche perché la civiltà islamica è
ciò che v’è di più simile a quel che sarebbe una civiltà tradizionale
occidentale”[13]. E’ quindi
nell’Oriente spirituale, non certo in quello geografico, che si potrebbe
ritrovare il senso autentico della dottrina, della metodologia magistrale e
della funzione comunitaria, cui i “solitari” vorrebbero contrapporre un’azione
dissolutrice.
“Il risultato della pratica del dhikr [14]
è quindi inseparabile dalla perfetta fratellanza degli iniziati, e chi si
dedica all’“incantazione” perviene al grado della Futuwwa (la nobiltà
spirituale), poiché egli si occupa sempre degli altri (confratelli). (...)
Procuratevi, o fratelli, la comprensione di una scienza che è la salvaguardia
vostra e di tutti noi: non provocate scissioni tra i gruppi di iniziati, anche
se fossero essi stessi a fomentarle!”[15].
Come ci ha riportato Guénon, affinché determinate possibilità si
manifestino in Occidente, è necessario che coloro che partecipano al dominio
iniziatico, “prendano coscienza della loro qualificazione”[16],
ossia rendano operative in loro stessi le influenze spirituali ricevute con
l’iniziazione, arrivando a costituire effettivamente una “élite spirituale”,
tramite la quale si dovrà effettuare il necessario “raddrizzamento”. Molte sono
le mistificazioni che mirano specificamente a creare confusioni e ad impedire
questo processo di “raddrizzamento” e, tra queste, svolgono un ruolo preminente
le “correnti psichiche”, a cui partecipano i “solitari” i “mistici” e gli
“anonimi”. Ad esse è da attribuire anche quel particolare mondo illusorio che
impedisce agli occidentali, pur nella consapevolezza di una crisi evidente, di
riconoscere nella realtà gli strumenti e le organizzazioni tramite le quali
potere uscire da tale dimensione illusoria. Tre anni prima di morire, Guénon
aveva pubblicamente segnalato le particolari e difficili condizioni in cui si
trovavano gli occidentali.
“Le probabilità che una reazione che provenga dall’Occidente in quanto
tale sembrano diminuire ogni giorno di più, giacché quel che di tradizionale
rimane in Occidente è sempre più contaminato dalla mentalità moderna, e di
conseguenza sempre meno atto a costituire un solido fondamento per una tale
restaurazione; cosicché, senza escludere nessuna delle possibilità che ancora
possono esistere, pare più che mai verosimile che l’Oriente[17]
debba intervenire più o meno direttamente, nel modo da noi esposto”[18].
Queste considerazioni che costituiscono l’“Aggiunta del 1948” al volume
“Oriente e Occidente”, si richiamano espressamente all’ultima delle possibilità
indicate precedentemente dal maestro, l’unica in cui è giustificabile un
intervento “diretto” dell’Oriente.
“È solo nel caso in cui l’Occidente si mostrasse definitivamente
impotente a ritornare ad una civiltà normale che potrebbe essergli imposta una
tradizione estranea (...) per giungere a tale estremo occorrerebbe che
l’Occidente avesse perduto anche le ultime vestigia di spirito tradizionale, ad
eccezione di una piccola élite, senza la quale, non essendo neppur più in grado
di accogliere la tradizione estranea, esso precipiterebbe inevitabilmente nella
peggior barbarie”[19].
Tuttavia, tale “piccola élite” dovrebbe avere una relativa autonomia ,
poiché occorrerebbe tener presente alcune considerazioni in merito alla
difficoltà di relazioni tra organizzazioni orientali e l’Occidente. Una volta
cambiate però le condizioni, tramite questa élite appartenente ad una
tradizione “estranea”, le regolari relazioni possono riprendere.
“Possiamo affermar questo: mai nessuna organizzazione orientale
costituirà delle “filiali” in Occidente; né, almeno finché le condizioni non
saranno completamente cambiate, alcuna organizzazione orientale potrà avere
relazioni con qualche organizzazione occidentale, qualunque essa sia, giacché
essa potrebbe averne soltanto con un’élite costituita conformemente ai veri
principi”.[20]
Non potendo contare su di una “reazione che provenga dall’Occidente” e
nemmeno su di semplici “filiali” di organizzazioni orientali, viene così
lasciata aperta la possibilità che una comunità iniziatica composta da
occidentali possa costituire in Occidente un centro iniziatico, se Dio vuole,
aderendo ad una tradizione “estranea”. La questione è delicata. Infatti, René
Guénon, dieci anni prima di stabilirsi definitivamente al Cairo, era portato ad
affermare, come abbiamo già citato, che, quantunque la civiltà islamica sia
“ciò che v’è di più simile a quel che sarebbe una civiltà tradizionale
occidentale (...) certamente nella massa degli occidentali esiste molto più
odio per tutto ciò che è islamico che per quanto concerne il resto
dell’Oriente”[21]. Oggi è più
che mai evidente che si sono realizzate quelle “nuove condizioni” e le
“rivoluzioni etniche”, indicate da Guénon, che hanno portato alla presenza di
una comunità islamica in Occidente che è, e sarà, per quanto illusorie possano
essere le proiezioni statistiche, sempre più significativa. La presenza di una
comunità islamica, pur se in buona parte composta da immigrati, costituisce il
naturale contesto all’interno del quale poter operare in Occidente una
effettiva “azione generalizzata”[22]
di natura spirituale, che è una delle condizioni per poter sperare in un
“raddrizzamento” tradizionale. Sono questi “fatti nuovi” a costituire il
presupposto per l’adesione da parte di una “piccola élite occidentale” ad una
tradizione, come quella islamica, che è “estranea”, non tanto ad una specifica
geografia sacra, quanto piuttosto alla mentalità occidentale sempre più
“moderna” e quindi inadatta “a costituire il fondamento per una restaurazione”
tradizionale. Guénon, infatti, all’inizio del secolo e nella speranza di una
“iniziativa” dell’Occidente, aveva distinto la funzione degli “intermediari
orientali” e quella di una élite inserita in una forma tradizionale
“occidentale”:
“Coloro che hanno assimilato direttamente l’intellettualità orientale
non possono pretendere di avere un compito diverso da quello di intermediari (e
non possono) prendere l’iniziativa di un’organizzazione, iniziativa che, se
venisse da loro, non sarebbe veramente occidentale”[23]
Da allora gli eventi sono precipitati ad un ritmo sempre più
incalzante. È così che già nel 1948, al maestro risultava evidente, e lo
sarebbe ancor più adesso, la necessità di un intervento più o meno “diretto”
dell’Oriente, vale a dire la necessità che le due differenti funzioni, quelle
di “intermediari” che hanno aderito a una tradizione orientale e di
rappresentanti dell’“élite intellettuale occidentale” sia pur distinte, si
risolvessero in un certo senso nel loro principio superiore. Solo in questo
senso si può concepire la riunione di queste due funzioni, cosa che ricorda la
riunione di Autorità spirituale e Potere temporale prevista per i tempi ultimi
e non, invece, in artificiose doppie appartenenze ad organizzazioni considerate
le depositarie in esclusiva del dominio exoterico l’una ed esoterico l’altra
che vengono individuate come collocate rispettivamente ed esclusivamente in
Oriente e in Occidente. La presenza di una comunità islamica in Occidente,
impensabile solo fino a qualche decennio fa, costituisce una evidenza di fatto,
in un certo senso già anticipata dalle ultime parole dell’“Aggiunta” ad
“Oriente e Occidente”:
“Approfitteremo infine di quest’occasione per aggiungere che siamo più
che mai inclini a considerare lo spirito tradizionale, in quanto ancora
vivente, come rimasto intatto unicamente nelle sue forme orientali. Se
l’Occidente possiede ancora in se stesso i mezzi per ritornare alla propria
tradizione e restaurarla pienamente, sta ad esso provarlo. Nell’attesa, siamo
obbligati a dichiarare che finora non abbiamo rilevato il minimo indizio che ci
autorizzi a supporre che l’Occidente, abbandonato a se stesso, sia realmente in
grado di portare a termine questo compito, qualunque sia la forza con cui si
imponga ad esso l’idea della sua necessità.”[24]
Gli aderenti a questa tradizione “estranea”, quindi, potrebbero oggi
trascendere il ruolo che René Guénon indicava come quello di “intermediari” fra
organizzazioni iniziatiche dell’Oriente e dell’Occidente, per costituire essi
stessi l’auspicata élite intellettuale fondata sull’appartenenza ad una
comunità mediatrice, con un carattere universale. Ogni cambiamento di
condizione contingente infatti è necessario ma non sarebbe sufficiente ad avere
riflessi generali se non fosse sostenuto da una condizione interiore che
costituisca un reale ricollegamento con l’Universale né orientale, né
occidentale - trascendendo i limiti stessi della condizione formale.
Una semplice “filiale” di un’organizzazione iniziatica islamica
orientale non raggiungerebbe effettivamente l’obiettivo, come d’altronde
risulta evidente se si considera il fallimento dei molti tentativi in tal senso
che si sono succeduti dalla morte di René Guénon a oggi. Ancora meno possono
essere considerate efficaci le presunte “relazioni” tra l’Oriente e
l’Occidente, condotte sulla base di un sincretismo o di quella che abbiamo
chiamato una “doppia appartenenza”. Al contrario, determinati “adattamenti”
devono essere condotti dall’alto, come è regola nelle organizzazioni
tradizionali, ed è particolarmente significativo che essi abbiamo potuto
prendere appoggio sulla rivivificazione e sul sostegno di specifiche influenze
spirituali, le quali, non a caso, sono le stesse che hanno avuto un ruolo
determinante nell’ispirazione della stessa opera dello Shaykh `Abd al Wahid
Yahya, René Guénon. Inoltre, gli adattamenti necessari per una tale opera di
“raddrizzamento” non possono che appoggiarsi sullo stesso “rinverdimento”
spirituale che ha condotto all’espressione guenoniana delle dottrine
tradizionali in un Occidente in cui, da secoli, “il deposito della conoscenza
iniziatica non è più custodito realmente da nessuna organizzazione”. In
effetti, l’Islam, in quanto “forma ultima dell’ortodossia tradizionale per il
ciclo attuale”[25], svolge una
funzione escatologica che Guénon collega a quella dell’“arca”, tanto più che
l’Islam non è veramente “estraneo” all’Occidente, non solo in quanto
storicamente per molti secoli la Spagna e la Sicilia sono state islamiche, ma
soprattutto in virtù del fatto che, ultima tradizione del ciclo, l’Islam è
realmente “universale”, quindi non è né orientale, né occidentale,
conformemente alla parola di Dio:
“A Dio appartiene l’Oriente e l’Occidente. Egli guida chi vuole sulla
retta via. Per questo vi abbiamo istituito quale comunità mediatrice affinché voi
siate testimoni dì fronte agli uomini e il Messaggero di Dio sia testimone di
fronte a voi”.[26]
Comincerebbe così a manifestarsi la realtà indicata dall’hadith
profetico: “La gente dell’ovest (gharb) continuerà a dedicarsi al Vero
fino all’Ora estrema”. Finché in Occidente quei pochi che possono essere
richiamati ai principi dello Spirito tradizionale, non si sveglieranno dalle
illusioni, si rischierà di mettere costantemente a repentaglio la presenza
delle realtà spirituali che sono state provvidenzialmente preposte a fornire
gli elementi essenziali per la costituzione di quell’“arca” destinata a
resistere agli eventi dei tempi ultimi e a varcare la soglia del mondo venturo.
Anche se tutto quanto concerne l’escatologia deve rimanere custodito dal velo del
“mistero”, non di meno dovrà essere necessariamente la conseguenza dei principi
metafisici che anzi dovranno manifestarsi in tutta la loro immediatezza. Ecco
quanto dice in proposito René Guénon: “Questo raddrizzamento dovrà d’altronde
essere preparato, anche visibilmente, prima della fine del ciclo attuale; ma
non potrà esserlo che da colui che, unendo in sé le potenze del Cielo e della
Terra, quelle dell’Oriente e dell’Occidente, manifesterà al di fuori, in pari
tempo nel dominio della conoscenza e in quello dell’azione, il doppio potere
sacerdotale e regale conservato attraverso le epoche, nell’integrità del suo
principio unico, dai detentori nascosti della Tradizione primordiale. (...) I
“misteri del Polo” (el asrâr el-qutbaniyah) sono sicuramente ben custoditi.”.[27]
[1] René Guénon; Considerazioni sulla via
iniziatica, Capitolo XXII, Basaia, Roma, 1988, p. 204.
[2] Non sapremmo come altrimenti definire la sempre maggiore commistione tra rappresentanti cattolici e vecchie e nuove eresie orientaleggianti.
[3] Cfr. ibidem, cap. I e II.
[4] René Guénon, Il Re del Mondo, Adelphi, Milano, 1977, p. 83.
[5] René Guénon, Oriente e Occidente, Cap. “Costituzione e compito dell’élite”, Torino, 1965, p. 191.
[6] René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, cap. II, cit. p. 36.
[7] René Guénon, Iniziazione e realizzazione spirituale, Torino, p. 286-7.
[8] Cfr. René Guénon, Iniziazione e
realizzazione spirituale, Cap. “Lavoro collettivo e presenza spirituale”
Cit.
[9] Ibidem, p. 195.
[10] René Guénon, Oriente e Occidente, cit. p. 193.
[11] Ibidem, p. 179.
[12] Il saggio, che porta lo stesso titolo, presente nella raccolta di scritti sull’esoterismo islamico, non fa che riferirsi a considerazioni che si sviluppano in tutta l’opera di Guénon.
[13] René Guénon, Oriente e Occidente, cit., p. 223.
[14] Il dhikr, “ricordo” o “menzione” dei nomi divini, costituisce l’elemento centrale della pratica esoterica islamica. La ripetizione di formule rituali, lo japa-yoga degli indù, è considerato in tutte le tradizioni il metodo più adatto per gli ultimi tempi. La frase, ricorrente nel Corano, wa la dhikru-Llahi akbar, “e certamente il ricordo di Dio è il più grande”, va intesa, infatti, in tutti i suoi significati.
[15] Shaykh Muhammad at-Tâdilî, ad-dînu-n-nasîha, La vita tradizionale è la sincerità, II.
[16] René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, cit. p. 358.
[17] Più avanti lo stesso maestro chiarisce di intendere Oriente e Occidente come l’opposizione di “due punti di vista e non semplicemente quella di due termini geografici”.
[18] René Guénon, “Aggiunta del 1948”, alla fine del volume Oriente e Occidente, cit., p. 250.
[19] Ibidem,p. 218.
[20] Ibidem, p. 195.
[21] Ibidem, p. 223.
[22] Ibidem, p. 195.
[23] Ibidem, p. 197.
[24] Ibidem, p. 251.
[25] René Guénon, “I misteri della lettera Nûn”, in Simboli della scienza sacra, Adelphi, Milano, 1975, 145.
[26] Corano, II, 142-143.
[27] René Guénon, Considerazioni sulla via iniziatica, cit. XL, 337.