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La comunità e la famiglia nell’Islâm

Faridah Peruzzi Vincenzo

 

Per parlare degli aspetti più attuali dell’Islâm, senza allontanarsi troppo da una esposizione principiale delle tematiche, ho ritenuto di affrontare quegli aspetti che dessero il senso di come tale tradizione religiosa viene vissuta nella quotidianità, e cioè la comunità e la famiglia, con particolare attenzione verso quello che potremmo definire l’universo femminile.

La comunità è molto importante nell’Islâm perché essa è chiamata a svolgere il ruolo di garante dell’integrità del deposito tradizionale e di guida verso la sirata-l-mustaqim, la retta via. Ogni buon musulmano deve riferirsi alla comunità per verificare le proprie intenzioni e la propria dirittura, perché nell’Islâm non esiste, di regola, la gestione personale e isolata del proprio cammino spirituale; viene infatti detto che lo shaytân, l’avversario, colui che vuole dividere l’uomo da Dio, sta da solo e rifugge le persone accompagnate.

È bene allora capire che cosa si debba intendere per comunità.L’importanza e la funzione della comunità, la umma, come è chiamata in arabo sono legate alla nascita dell’Islâm.

La rivelazione del Santo Corano, infatti, discese nel cuore del Profeta Muhammad (s.’a.w.s.) in quanto rappresentante della comunità dei fedeli della quale incarnava sinteticamente le qualità.Il termine Umma deriva da Umm che significa madre. Questa etimologia sta a designare il significato peculiare di ricettacolo di santità nel senso di trasparenza totale al messaggio tradizionale, così come la madre diventa ricettacolo di purezza durante la gestazione poiché lo Spirito Divino si incarna in un nuovo essere, creato a immagine e somiglianza di Dio, che, non avendo ancora sviluppato le caratterizzazioni individuali tipiche della caduta dell’uomo, mantiene un’adesione quasi completa con il principio. E la madre in  questa particolare collocazione non può che aderire con tutto il proprio essere alla realtà miracolosa che si compie in lei, non avendo su di essa alcuna possibilità di interagire.

Così anche il Profeta, quando ricevette la rivelazione divina, incarnava queste qualità divenendo il modello della comunità dei fedeli. Lo stesso Profeta, infatti, proprio in riferimento a questa particolare funzione, viene definito con un attributo, Ummi, che deriva sempre dalla radice sopra menzionata e che significa vergine intellettualmente, per indicare quello stato di trasparenza alla grazia divina che lo caratterizzava.

La Umma, quindi, non si qualifica in base ad un criterio territoriale, etnico o per appartenenza formale alla tradizione religiosa, ma solo con riferimento agli attributi spirituali così mirabilmente incarnati dal Profeta dell’Islâm

È solo in questa accezione che la Umma può svolgere legittimamente la funzione di depositaria della rivelazione e di garante della sua fedele conservazione e trasmissione, nonché di guida spirituale, non più come collettività di singoli uomini, ma assurgendo ad entità superindividuale depositaria dei favori divini e interprete della Sua Volontà.

A conferma di ciò citiamo un versetto coranico contenuto nella Sura della disputa, dove viene così trasmesso:”O non vedi che Iddio conosce tutto quel ch’è nei cieli e quel ch’è sulla terra, e non vi sarà conciliabolo di tre che non abbia Lui per quarto, né di cinque che non abbia Lui per sesto, né di più o di meno ch’Ei non sia con loro ovunque si trovino”.

E, ancora, il santo Profeta ha affermato che la sua comunità non sarebbe mai stata d’accordo su un errore.

Viene, infatti, riconosciuta una sorta di infallibilità alle decisioni comunitarie della Umma, alla stregua di quanto nel Cristianesimo viene attribuito a certe disposizioni papali quando queste sono assunte ex catedra, Umma che, come abbiamo visto, è sovrapersonale, sovraterritoriale ed anche atemporale, cioè non si riferisce necessariamente ad un gruppo di persone identificato, ma a tutti coloro che in qualsiasi tempo si conformano alla tradizione con animo puro.La comunità quindi non va intesa necessariamente in senso numerico ma per la funzione che è chiamata a svolgere e per le benedizioni che da essa discendono, potendo essere costituita anche da poche persone.Ogni musulmano deve aspirare a fare parte di questa comunità in spirito e verità.

Il primo nucleo comunitario è rappresentato, infatti, dalla famiglia, nella quale i suoi componenti, assumendo le caratteristiche spirituali anzidette, possono trovare la fonte di ogni ispirazione divina. L’uomo e la donna, riuniti nel vincolo sacro del matrimonio, possono realizzare un esempio di vita spirituale e divenire il ricettacolo delle benedizioni Divine.È nella vita quotidiana e quindi nella famiglia che, perseguendo il cammino di purificazione verso Dio, si testimonia la propria conformità ai principi tradizionali, ed è in essa che tale trasparenza si rende necessaria, in considerazione della responsabilità che si assume verso i propri familiari. Il ruolo di moglie e quello di madre, per parlare al femminile, non possono essere assolti legittimamente se non ci si riferisce a dei principi giusti, e cioè ai principi Divini che la donna deve incarnare, testimoniandoli con il proprio esempio quotidiano, affinché i suoi familiari possano trarre da esso un insegnamento, specialmente per quanto concerne i figli, rispetto ai quali la donna assume il ruolo  che è forse il più importante della sua esistenza.

Ecco che la famiglia diventa quindi il primo anello della trasmissione tradizionale. È proprio nella quotidianità, infatti, che il fanciullo assorbe la religione. E questo compito fondamentale di trasmissione viene svolto proprio dalla madre, non solo perché è la persona che rimane maggiormente a contatto con i propri figli, ma anche per la sua natura ontologicamente passiva e stabile che la rende il ricettacolo ideale di un deposito tradizionale che viene in tal modo tramandato fedelmente, mantenendo così tutta la sua valenza ed efficacia spirituale.

Le madri rivitalizzano con l’esempio vissuto la tradizione, comunicandone la vera essenza. L’insegnamento orale rappresenta, infatti, lo strumento preferenziale di trasmissione, laddove l’apprendimento attraverso i testi rischia spesso di tradursi in formalismo, letteralismo e farisaismo.

È per questo che si dice che l’Islâm migliore è quello delle madri.

La madre si trova in questa veste nella necessità di trascendere se stessa e incarnare quel modello di virtù, quell’archetipo celeste di cui è il lontano riflesso.

Il mondo è infatti lo sviluppo delle qualità divine comprese sinteticamente nel principio. Ogni aspetto dell’esistenza, pertanto, è il riflesso della grandezza divina di cui mantiene l’essenza. Ed è proprio questa essenza che noi uomini decaduti dobbiamo riuscire a fare trasparire per conferire dignità effettiva alla nostra vita e a ciò che in essa siamo chiamati a svolgere affinché si realizzi il fine della creazione: la conoscenza di Dio.

Il mondo, quando fu creato, riproduceva l’armonia e la bellezza di Dio. La degenerazione del mondo, conseguenza necessaria del distacco dal Principio, ha alterato questo ordine e offuscato la trasparenza della creazione.

L’uomo però tramite la religione può ricostituire l’ordine primordiale, riattualizzando quel modello di purezza divina. Ecco quindi che i ruoli che Dio ci ha attribuito in questa vita possono diventare dei supporti spirituali per un processo di purificazione e di elevazione al Principio poiché ogni aspetto di questa vita è per noi una grande occasione spirituale.

Nello svolgere il suo ruolo di madre e di moglie, la donna può riscoprire le qualità divine insite nella manifestazione incarnandole essa stessa e riattualizzando così quel modello celeste di cui è un riflesso.

Tale finalità può essere raggiunta attraverso l’imitazione di modelli di santità presenti nella tradizione di appartenenza. E, per quanto riguarda il modello femminile, vi è una figura molto importante comune sia all’Islâm che al Cristianesimo: la Vergine Maria, o come si dice nell’Islâm, Saidda Maryam.

la Vergine Maria è molto venerata nell’Islâm, e rappresenta l’unica immagine ammessa in questa tradizione. Si narra, infatti, che quando il Profeta entrò nel Tempio della Mecca, dopo la sua riconquista, distrusse tutti gli idoli in esso eretti, ma, in segno di riconoscimento, stese le sue mani protettrici sull’immagine della Madonna con in braccio il bambino Gesù.

Di Maria si parla in molte parti nel Corano, ove si narrano anche aspetti sconosciuti alla religione cristiana. Nella Sura della famiglia di ‘Imrân, Maria viene descritta come una bambina che sin da piccola presentava caratteri di grande eccezionalità, tant’è che venne allevata nel tempio dal Profeta Zakariyyâ, proprio per custodire ed alimentare le sue qualità. Ogni giorno l’anziano si preoccupava di portare il pasto a Maria ma trovava che a ciò era già stato provveduto, e, alla domanda su chi avesse provveduto, Maria rispondeva che era stato il Signore. E questo era il segno della grande purezza di Maria che la rendeva in perenne contatto con Dio dal quale riceveva direttamente il cibo come simbolo anche di quel nutrimento spirituale di cui si alimentava.

La Vergine Maria rappresenta il modello perfetto di donna e di madre, pura espressione delle qualità femminili dell’accettazione, della pazienza e della dolcezza, priva di caratterizzazioni personali che possano limitare l’universalità di tale figura. Di essa colpisce l’estrema sobrietà e nel contempo la grande forza che la rende il riferimento per  qualsiasi esempio.

La grande levatura spirituale di Maria è assolutamente riconosciuta nell’Islâm dove viene riportato che il profeta Muhammad affermò che nel giorno del giudizio avanti a lui marcerà nelle schiere delle persone pure Saida Maryam e questo per confermare la posizione al vertice assunta nella gerarchia  spirituale.

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, infatti, nell’Islâm la donna ha le stesse opportunità spirituali dell’uomo.

Si dice, infatti, che Dio creò l’uomo e la donna da un’unica anima, il che sta a significare l’uguaglianza essenziale che essi hanno davanti a Dio. È solo sul piano manifestato che uomo e donna assumono connotazioni diverse e quindi funzioni e posizioni differenti in conformità della loro natura e dei ruoli che sono chiamati a svolgere. Ma ciò non ha alcuna rilevanza dato che il fine vero della creazione è la possibilità della conoscenza divina e in quest’ottica le modalità previste per realizzare tale scopo sono assolutamente indifferenti, perché sono viste dal fedele semplicemente come degli strumenti che la misericordia di Dio ha dato agli uomini per ricollegarsi a Lui.

Questo mondo, infatti, è solo un passaggio e costituisce per tutti noi l’opportunità di accedere a delle possibilità superindividuali. In questa visuale la cosa migliore che possiamo fare è quella di utilizzare al meglio ogni strumento che ci viene concesso.

Per tale motivo la rivendicazione di posizioni o di funzioni diverse da quelle che la Tradizione conferisce, non solo non ha alcun senso, ma costituisce addirittura un comportamento antispirituale, perché viene svolto in alternativa a quella che deve essere la vera ricerca su cui ogni credente è impegnato, ossia la purezza spirituale.

Non c’è spazio per affermazioni personali o compiacimenti dell’anima che, al contrario, non devono essere assecondati per progredire sul cammino spirituale.

Nell’Islâm, quindi, la donna ha effettivamente una posizione diversa dall’uomo che funge nei suoi confronti da intermediario tra quest’ultima e Dio. La natura ontologica di principio attivo dell’uomo gli conferisce uno slancio intellettuale, mentre la donna, a sua volta, funge da equilibratrice e stabilizzatrice dell’uomo, rivestendo un ruolo complementare e non meno importante di quello maschile.

L’uomo a cui la donna deve ubbidire è del resto l’uomo sottomesso a Dio e cioè colui che esercita le virtù della sincerità, della giustizia e della pazienza, e che, in quanto tale, non è altro che il trasmettitore della volontà di Dio la quale è accessibile agli uomini attraverso l’esercizio della intellettualità, cioè quella funzione super razionale che mette in comunicazione l’uomo con Dio.

La sottomissione a Dio rappresenta dunque l’attributo che meglio esprime e sintetizza l’atteggiamento del fedele che si esprime, in riferimento alla donna,  con l’ubbidienza al marito, mentre per l’uomo si esplica direttamente.

Il termine stesso Islâm significa sottomissione.

Tale attributo, che deve riguardare principalmente l’interiorità, si riflette nel fedele anche esteriormente con l’assunzione di determinati comportamenti o atteggiamenti.

È ciò che accade ad esempio per quanto concerne l’hijâb, il velo femminile, che tanto colpisce gli occidentali.

La copertura del capo, infatti, è un gesto dal simbolismo profondo che manifesta il timore, la devozione e l’ubbidienza a Dio.

L’occultamento dei capelli simboleggia, inoltre, l’abbandono delle limitazioni connesse all’esistenza e quindi esprime la tensione verso il superamento della propria individualità per il raggiungimento del Principio.

Non è un caso che la Vergine Maria (‘a.s.), di cui abbiamo parlato prima, venga sempre raffigurata con il capo coperto, così come in generale le sante, in segno, in questi casi, di una perfezione realizzata.

Anche il rito del Grande Pellegrinaggio termina, infatti, con la rasatura dei capelli che simboleggia il riassorbimento della molteplicità nell’Unità e cioè il termine del viaggio verso Dio di cui il Pellegrinaggio rappresenta il percorso.

Il capo coperto e l’abito tradizionale, che consiste sia per le donne che per gli uomini in vesti a tunica dai colori sobri, esprimono lo stemperamento delle caratteristiche individuali e l’assunzione di un modello di purezza angelica che tali abiti evocano e simboleggiano.

E poiché il simbolismo non è semplicemente un modo di esprimere una realtà, ma questa realtà stessa che appartenendo ad un ordine sovrasensibile non avrebbe altro modo di manifestarsi in forma intellegibile se non attraverso il simbolo stesso, ecco che la conformità ad esso permette al fedele di accedere e partecipare a delle realtà di ordine superiore che costituiscono una linfa e un’anticipazione di stazioni spirituali di cui è composto il percorso di santità che è il cammino di avvicinamento a Dio.

Tale cammino può assumere forme diverse a seconda delle persone, tuttavia esistono delle condizioni o modalità comuni a molti. Una di queste è costituita dal matrimonio che viene visto nell’Islâm come un supporto spirituale molto importante.

La complementarità tra uomo e donna conseguente alla loro comune origine ed i sacrifici e le limitazioni che una vita in comune impongono, costituiscono, infatti dei grandi aiuti spirituali.

La moglie trova nel marito lo slancio spirituale tipico della natura maschile, mentre il marito trova nella moglie la costanza, la stabilità e l’intuizione spirituale della natura femminile.

L’assunzione da parte di ciascuno di essi dei propri ruoli e attributi tradizionali riporta ordine e armonia nella famiglia espressione di realtà principiali di cui divengono interpreti benedetti.

Il matrimonio rappresenta così la via dell’amore spirituale, dove cioè il coniuge diventa lo specchio di Dio, e l’amore per lui il riflesso dell’amore Divino.

È questa infatti l’unica vera molla che ci muove e che può dare stabilità ai nostri impulsi, si tratta solo di riconoscerlo.

L’uomo è attratto ontologicamente dal Principio da cui discende e verso il quale tende, tutto il resto è un’illusione in cui l’uomo decaduto è sprofondato senza riuscire più a comprenderlo.

L’attrazione tra uomo e donna non è altro che l’attrazione per Dio che si riflette nelle creature le quali rispondono a questo impulso senza più riconoscerlo.

E queste affermazioni, oggi forse così scioccanti, mi danno il destro per accennare brevemente, al fine di rendere i discorsi fatti più comprensibili, al cosiddetto matrimonio combinato dei tempi passati.

Tale forma di unione coniugale aveva una sua legittimità e valenza spirituale ben precisa, solitamente ignorata in occidente.

Vi sono state società, infatti, ove la conoscenza di Dio era lo scopo unico dell’esistenza dell’uomo che era ben consapevole del significato della vita e dell’opportunità spirituale che questa rappresentava.

In tale ottica veniva visto anche il matrimonio, e le forme di sentimentalismo che oggi velano la realtà delle cose dandone una visione illusoria erano pressoché sconosciute o quantomeno riconosciute come tali.

Ciò che un marito o una moglie si augurava maggiormente era che la propria sposa o il proprio sposo incarnasse al meglio le Qualità divine che gli erano proprie affinché essi potessero reciprocamente contemplare Dio l’uno nell’altra ed essere aiutati nell’ascesi spirituale.

In quest’ottica nessuno meglio dei familiari, già provati dalla loro esperienza e a conoscenza delle caratteristiche dei propri figli, poteva effettuare una scelta felice e valutare la trasparenza della persona che intendeva designare.

Gli sposi si univano in Nome di Dio e in tale Nome conducevano la vita coniugale, e in tal modo Dio effondeva su di loro la Sua grazia.

L’amore per l’altro in quanto riflesso dell’immagine Divina e quindi di qualità perenni e immutabili anziché l’amore per le caratteristiche individuali, mutevoli e periture, rendeva questi legami solidi e sereni perché conformi ad una realtà effettiva.

Tradizionalmente inoltre i figli non erano obbligati ad accettare la scelta dei genitori anche se normalmente ciò non accadeva, a conferma di quanto detto.

Secondo la tradizione, infatti, la prima qualità che deve essere ricercata nella persona da sposare è la fede e subito dopo la bontà di carattere, intendendosi con tale attributo tutte le qualità tipiche del genere a cui si riferiscono: la pazienza, la dolcezza, l’ubbidienza e così via se è una donna; la virilità, la giustizia, la sottomissione a Dio se è un uomo.

La funzione di guida che l’uomo deve svolgere nei confronti della donna gli conferisce una grande responsabilità spirituale davanti a Dio al quale deve rispondere anche del comportamento della sua sposa.

Si dice infatti che le colpe di una donna dipendano spesso dagli errori del marito. E in ciò vi è una ragione profonda.

La donna infatti è ontologicamente attratta dall’uomo per il fatto di essere stata creata da una sua parte, così come l’uomo è sospinto verso Dio per essere stato da Lui creato. Questo “movimento” naturale si ricrea ogni volta che l’uomo riassumendo le funzioni e gli attributi suoi propri ristabilisce quell’ordine naturale riflesso della creazione Divina.

Se l’uomo non riesce ad attuare quest’armonia, anche la donna allora avrà maggiori difficoltà a riassumere la propria posizione ed a sottomettersi docilmente alla guida del marito.

Quello che è importante capire, comunque, è che tradizionalmente ciò che conta è il fine e di conseguenza non vi deve essere nessun attaccamento o pretesa individuale, ma solo lo slancio per attuare ciò che è meglio per noi e per i nostri figli in vista della vita eterna dopo la morte.