Fiera internazionale del libro di Torino
Domenica 8 maggio 2005
L’uomo e la
competizione: la religione
La testimonianza islamica e il
proselitismo islamista
Yahya Sergio Yahe Pallavicini
Le prossime olimpiadi invernali che si svolgeranno a Torino sembrano favorire questo incontro sull’uomo e la competizione per cercare di chiarire se e in che modo la religione o i religiosi interpretano la rivalità nella vita.
Buona parte dei musulmani conosce un versetto del Sacro Corano dove Dio si rivolge ad ebrei, cristiani e musulmani invitandoli a gareggiare nelle buone opere. Questa “gara” rappresenta di fatto l’unica competizione che abbia un significato profondo per lo sviluppo di ogni uomo e donna di qualsiasi religione.
La natura della competizione tra credenti si basa infatti sulla finalità della “gara”, che deve appunto corrispondere al perseguimento delle buone opere, opere dove il bene deve prevalere in noi, nella nostra comunità come in altre, senza rivalità ma piuttosto permettendo ad ogni fedele di aprirsi alla maieutica tradizionale dell’emulazione. È con questo spirito di emulazione che i credenti possono competere, riconoscendo di volta in volta, nei propri sforzi come in quelli degli altri, il valore di questa disciplina religiosa e di questa tensione spirituale. Sarà proprio questa prospettiva a permettere ad ogni religioso di riconoscere con onestà e oggettività i segni del bene che si manifestano nelle varie opere. E, soprattutto, la visione e la verifica delle buone opere da parte dei credenti sinceri favorirà il riconoscimento dell’azione del Sommo Bene, il Bene Supremo che non appartiene a nessuno in esclusiva o in forma assoluta e che coincide con Dio stesso.
Si tratta quindi per un musulmano di aprirsi al valore del confronto intra e inter religioso come possibilità di verifica e di arricchimento del proprio carattere, della propria fede e della propria partecipazione all’incommensurabilità della scienza divina, per beneficiare della bontà delle opere di ogni credente.
Ogni opera buona contiene un beneficio a diversi livelli e non si esaurisce solamente sul piano orizzontale della sua forma specifica o della sua apparente funzionalità: una gara di corsa campestre tra un ebreo, un cristiano e un musulmano non avrà un valore solo per chi “vince”, ma potrà rappresentare per tutti un insegnamento di resistenza e di velocità, di pazienza e di determinazione, di fede e di speranza. Spetterà all’istruttore religioso valorizzare ogni aspetto della vita attribuendo il giusto significato all’insieme delle concause che fanno di un fedele anche un atleta qualificato, completo e vincente. L’importante è non aderire alla psicosi della vittoria ad ogni costo cosa che non può che generare la crisi dello sconfitto e la conseguente perdita della motivazione di ogni opera e di ogni azione in questo mondo.
Da un punto di vista religioso ogni atto deve necessariamente essere compiuto con un’intenzione, un metodo e uno scopo chiaro, quello di tendere verso il bene, e deve comportare uno sforzo, una preparazione, una coerenza e infine una conoscenza di se stessi che coincide con la conoscenza del proprio Signore. Solo conoscendo Colui che è il Bene supremo, sapremo agire per il bene e farne beneficiare anche il prossimo.
La scienza sacra
è precisa e non prevede azzardi né vaghezze, pena la caduta in una competizione
che, anziché essere orientata verso
L’apporto della religione alla relazione tra l’uomo e la competizione consiste nel ridare all’uomo il ricordo della sua natura spirituale e della funzionalità delle esperienze con il prossimo, che non possono limitarsi superficialmente a mere contingenze sportive, sociali, professionali o familiari, ma devono veicolare la sete per la conoscenza della Verità e la ricerca di un perfezionamento personale senza presunzione né protagonismi. Sono purtroppo questi ultimi vizi, la presunzione e il protagonismo individuale, ad aver “viziato” lo spirito della convivenza naturale tra le persone, in una gara senza esclusione di colpi, tesa alla vantata supremazia della propria forza, cultura o forma confessionale.
In questo modo la gara non ha più i crismi di una ricerca di superamento e di conoscenza del bene, ma assume i connotati di un’imposizione della propria presunta superiorità su tutti gli altri, identificando se stessi, la propria interpretazione culturale e la propria identità confessionale con l’unica espressione superiore alla quale tutti dovrebbero conformarsi o adeguarsi. La malizia di una tale prospettiva parte spesso dall’induzione di un “senso di colpa” o “complesso di inferiorità” che equivale ad una impossibilità di partecipare alla gara per una presunta mancanza delle qualificazioni necessarie. Tali qualificazioni coincidono con una serie di condizioni e contingenze che sono l’espressione di un sistema mentale frutto della modernità consumistica e dell’emancipazione del pensiero da qualsiasi principio tradizionale.
In effetti, la società dei consumi sembra formare non tanto degli atleti, ma dei prodigi della tecnica, persone spesso incapaci di relazionarsi con dignità e rispetto nei confronti dei genitori, dei colleghi o della gente “comune”, ma perfettamente a loro agio nello “star system” dei preparatori atletici, dei giornalisti e della mondanità “V.I.P.”. Il pericolo maggiore consiste nell’identificare lo scopo della competizione con un esasperato tecnicismo, dove la finalità non è più la conoscenza, né la disciplina, né la gara, né la vittoria, ma la realizzazione di una sensazione di virtuosismo creativo, perfezionismo individuale e idealismo narcisistico avulso dalla realtà.
Purtroppo queste deviazioni hanno contaminato anche alcuni membri delle varie comunità religiose e assistiamo così alla diffusione del fondamentalismo integralista, promosso da alcune persone che, anziché cambiare se stesse, vorrebbero imporre con arroganza e violenza il cambiamento del mondo e dell’umanità, con l’utopia filantropica di convertire tutti tramite l’uso della propaganda coercitiva, all’unica vera concezione della religione: la loro.
Cogliamo questa opportunità per ribadire nuovamente che certe correnti, minoritarie nel mondo islamico ma particolarmente insidiose tra le nuove generazioni, basano la “loro religione” sulla strumentalizzazione errata e faziosamente mal compresa di alcune parti della dottrina, che vengono decontestualizzate ed enfatizzate ad arte per creare una rivendicazione di potere alternativo e assolutista. La loro lotta alle istituzioni e alla società contemporanea si basa sull’analisi della corruzione dei valori, dimenticando che essi stessi sono colpevoli di corrompere la dottrina religiosa e i religiosi per promuovere una ribellione e un disordine che rappresentano uno scandalo per ogni vero musulmano e un attacco alle radici dell’identità spirituale dell’Islam.
Desta una crescente preoccupazione il nuovo travestimento di questi islamisti ideologizzati, che non sono riusciti ad essere legittimati dall’aggressività di una propaganda demagogica e tentano dunque ora la conquista del sistema democratico, basandosi sulla logica dei numeri e indossando gli abiti del riformismo e il linguaggio convenzionale della “moderazione”. Non ci sorprenderemmo di vedere come le loro arti di trasformismo possano portarli in breve tempo a partecipare persino ai movimenti di relativismo culturale o di moralismo pseudo-religioso, pur di arrivare al potere. È proprio l’ambizione del potere su questo mondo a muovere il proselitismo o l’esclusivismo, mentre i veri religiosi, ebrei, cristiani e musulmani, mantengono la loro fede nell’Onnipotente e proprio perché vivono integralmente i principi della propria religione non si combattono, ma si rispettano fraternamente e gareggiano insieme nelle buone opere. La vera competizione è tra i religiosi e gli idealisti fanatici, tra gli atleti onesti e quelli disonesti, tra le forze del bene e quelle del male. Ma Dio è più Sapiente.
Yahya Sergio Yahe Pallavicini
Vice-Presidente CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana