Prefazione all’edizione francese
Parigi, 16 novembre 1994
La presentazione
dei princìpi spirituali di una religione non è mai un’impresa facile, ma diviene
particolarmente delicata quando verte sull’Islâm e si indirizza al pubblico
occidentale che sembra nutrire a riguardo di quest’ultimo una paura tenace.
Certo, questa paura non è nuova: se ne possono seguire le tracce lungo tutta la
storia movimentata dei rapporti fra il Cristianesimo e l’Islâm. Tuttavia, a
fianco dell’immaginario popolare, le élite intellettuali e cavalleresche del
Medio Evo avevano perlomeno appreso, affrontandosi, a conoscersi e a stimarsi.
Dopo un lungo periodo di disprezzo, i “pensatori” occidentali, come peraltro il
grande pubblico, manifestano oggi invece verso l’Islâm una paura esacerbatasi
in un terrore confuso, quello dell’integralismo. In effetti, da una quindicina
di anni, l’Islâm sembra occupare il centro della scena mostrandosi soprattutto
sotto un sembiante aggressivo, una maschera deformata dalle ideologie di coloro
che pretendono servirlo, e l’asserviscono invece a giochi politici o a
interessi di parte. Ciononostante, dovrebbe essere ben chiaro che questa
immagine è solamente la caricatura dell’Islâm, e che la maggior parte dei
pretesi “problemi” che ruotano intorno alla sua realtà consistono in questioni
mal poste; infatti, se la chiave dell’integralismo si può ben dire geopolitica,
sociologica, o etnica, quella dell’Islâm è semplicemente e unicamente
spirituale.
La natura
essenziale della paura è quella di fondarsi soprattutto sull’ignoranza. Per
quanto inquietante possa essere, l’albero spinoso dell’integralismo islamico
non deve impedire di scorgere la ricca foresta dell’Islâm autentico, terza
religione originata dal monoteismo abramico. Il libro dello Shaykh ‘Abd al
Wâhid Pallavicini, che abbiamo il privilegio di riproporre al pubblico francese
in questa nuova edizione arricchita di numerosi nuovi contributi, riesce a
presentare l’Islâm sgomberando immediatamente il campo da tutta una serie di
pregiudizi e di malintesi divenuti purtroppo dei luoghi comuni, perché comincia
dal Principio: Dio solo.
Nulla è più
difficile da riscoprire che le evidenze dimenticate. Per comprendere ciò che è
l’Islâm, non occorre forse innanzitutto avere la conoscenza, non semplicemente
concettuale, ma vissuta, di ciò che è una religione? Senza dubbio sarebbe
meglio dire: di ciò che è la religione, dal momento che, per l’Islâm, la
religione è una. Infatti, come ci ricorda il libro dello Shaykh ‘Abd al Wâhid
Pallavicini, conformemente all’insegnamento coranico, tutti gli inviati di Dio
che si sono succeduti, a partire dal primo di loro, Adamo, giungendo attraverso
Abramo, Mosè e Gesù (su di essi la Pace) fino a Muhammad (çalla-Llâhu ‘alayhi
wa sallam),[1] ultimo
Profeta e “Sigillo degli Inviati” (che la Benedizione e la Pace di Dio siano su
di lui), hanno trasmesso un solo e unico messaggio, il richiamo alla conoscenza
e all’adorazione del Dio unico. Questa è, dice il Corano, la Tradizione
immutabile, dînu-l-qayyîmah. È questo il tema centrale del libro che mostra
come nella loro essenza metafisica i princìpi intellettuali e i valori
spirituali dell’Islâm sono identici a quelli del Giudaismo e del Cristianesimo,
come d’altra parte a quelli di tutte le altre tradizioni autentiche che,
originate da Dio, permettono all’uomo di ritornare verso di Lui. Vi è,
nell’Islâm, una prospettiva confessionale che gli è propria e costituisce la
sua specificità, e una prospettiva universale che condivide con le altre
tradizioni. Nella sua prospettiva universale, l’Islâm è – conformemente al suo
significato etimologico – la sottomissione totale, attiva e confidente nelle
Mani del Dio Unico, sì che ogni uomo che adori sinceramente Dio è un autentico
musulmano, a qualsiasi tradizione appartenga.
Così, la
diversità delle confessioni riflette soprattutto la diversità delle comunità
degli inviati, la cui successione si rende necessaria a causa dell’ipocrisia e
dell’orgoglio degli uomini, e della loro ricorrente infedeltà ai messaggi che
sono loro indirizzati. Allo stesso tempo, la molteplicità delle vie verso
l’Unico è anche un dono provvidenziale, poiché Dio, nella Sua misericordia, sa
adattare la Sua parola alle orecchie che l’ascoltano. Dio non afferma forse nel
Corano: “Noi non abbiamo inviato alcun messaggero se non con la lingua del suo
popolo, affinché lo illumini”?[2]
Così, i credenti delle autentiche religioni sono chiamati all’adorazione
dell’Unico, custodendo preziosamente la forma religiosa che è stata loro
provvidenzialmente donata, e a praticare, ciascuno sulla sua via, una santa
emulazione nelle opere rituali e spirituali. “Rivaleggiate fra voi nelle buone
opere. Voi tutti ritornerete a Dio, e allora Egli vi informerà sulle ragioni
delle vostre divergenze”.[3]
Nella prima
parte del suo libro, lo Shaykh ‘Abd al Wâhid Pallavicini attesta con una grande
chiarezza la funzione che l’Islâm, considerato nella sua duplice prospettiva
confessionale e universale, può esercitare nei confronti dei credenti delle due
antecedenti espressioni del monoteismo abramico, il Giudaismo e il
Cristianesimo. L’Islâm si presenta infatti come l’ultimo richiamo delle verità
eterne racchiuse nella Tradizione immutabile e testimonia così del deposito
sacro iniziale che è stato affidato all’uomo per mezzo della sua stessa
creazione a immagine di Dio. Il suo messaggio non è estraneo all’Occidente,
poiché attinge alla stessa Fonte della religione cristiana che, per il fatto di
aver predominato in Occidente per circa duemila anni, non è per questo, nei
suoi princìpi, meno “orientale”. Estranea a ogni istanza proselitista o di
propaganda, poiché “non vi è costrizione nella religione”,[4]
la funzione specifica dell’Islâm è quella di invitare gli uomini a una
riconversione costante a Dio, soprattutto quando essi hanno dimenticato gli
impegni spirituali che costituiscono il fine stesso della vita umana.
In effetti, il
mondo occidentale si è impegnato da diversi secoli nell’avventura singolare
della modernità che, se ha comportato sviluppi considerevoli su di un piano
materiale, ha provocato negli occidentali una progressiva negligenza delle
realtà spirituali, che rischia fortemente di dimostrarsi irrimediabile e
catastrofica. L’oblìo delle origini ha così ricoperto a poco a poco col suo
torpore tenebroso la nostra società materialmente sazia, ma spiritualmente
inquieta. Mentre tutte le altre civiltà sono costruite su princìpi
tradizionali, che manifestano in forme provvidenziali il deposito sacro della
Tradizione primordiale, la civilizzazione occidentale moderna si è incentrata
non su Dio ma sull’uomo, o più esattamente sull’individuo umano, esaltandone la
libertà, la ragione e il preteso potere sul mondo. L’uomo moderno ha creduto di
trovare il senso della propria vita in sé stesso, indipendentemente dalle
verità divine. Ora, le illusioni hanno finito per dissiparsi e le ideologie e
filosofie occidentali hanno finito per sfociare in una “constatazione”
terribile, quella dell’assurdità dell’esistenza umana. L’occidentale si crede
un realista, ma, restringendo la propria conoscenza e la propria azione al solo
dominio della realtà materiale, egli non è di fatto che un sognatore
sentimentale, agitato a volte dall’incubo della pretesa “angoscia metafisica”
che non è in realtà che l’angoscia dovuta all’assenza di un’autentica
prospettiva metafisica. L’Occidente, che è il luogo geografico della nascita
della civiltà moderna, ma anche il luogo simbolico della sparizione della luce,
ha ormai esportato le sue idee nel mondo intero. Le manifestazioni aggressive
dell’Islâm, che rivendica a sua volta e a suo modo la “modernità”, non sono che
i frutti amari di quelle stesse ideologie occidentali seminate in terra
d’Oriente: culto della nazione, dell’“identità culturale” o della rivoluzione
finalizzata all’utopica costituzione in questo basso mondo di una società
ideale che possa portare a tutti il benessere immediato.
Messi di fronte
alla sparizione pressoché totale dei valori etici e all’apparire degli
integralismi, alcuni fra i nostri contemporanei evocano, in prossimità del
terzo millennio, il tema del ritorno del religioso e dello spirituale, senza
che si possa comprendere bene quel che con queste parole essi vogliano
significare. Vi è da temere, purtroppo, che il rimedio proposto non sia
peggiore del male che si vorrebbe così curare, dal momento che il ritorno in
questione si presenta piuttosto come il definitivo incamminarsi nei meandri di
un labirinto costituito dalle parodie della spiritualità. Inoltre, parlare di
un ritorno dello spirituale, come se lo spirituale possa scomparire e
riapparire alla stregua di una moda, non tradisce già di per sé un tragico
errore di principio? In verità, lo Spirito dimora inalterabile nel suo eterno
presente, al di là del dispiegarsi illusorio del tempo. Lo Spirito è immutabile
e proprio per questo intensamente più vivente della stessa vita. La sua
invisibilità è dovuta semplicemente alla cecità della nostra intelligenza e
all’indurimento del nostro cuore.
L’uomo moderno
adora il progresso al punto di credere che vi possa essere un progresso anche
nel dominio religioso, laddove la stabilità delle forme religiose traduce
simbolicamente l’eternità dello Spirito. Si annuncia con una precipitazione
sospetta l’emergenza di una Nuova Era caratterizzata da uno “spiritualismo”
tagliato a misura della mediocrità dell’individuo, liberato dai dogmi e dai
riti. In quel che è divenuto in Occidente il “supermercato della spiritualità”,
si moltiplicano le sette, denominate “nuove religioni” da coloro che dimorano
prigionieri degli approcci sociologici o psicologici della fede, laddove esse
sono le imposture di sciocchi o di presunti “illuminati”. Benché essi
pretendano di offrire a tutti la salvezza senza sforzo né sacrificio, questi
movimenti aprono di fatto la porta alle forze psichiche più sottili e
pericolose. Questa falsa spiritualità priva dello spiritus, lo Spirito che Dio
ha posto in Adamo al momento della sua creazione, dunque spiritualità senza
Dio, annuncia l’ultima bestemmia, quella dell’uomo animale divinizzato, che
evoca sinistre risonanze apocalittiche. Nella sua insostituibile opera, René
Guénon aveva già avvertito del fatto che dopo la fase della “solidificazione”
propria al materialismo e allo scientismo dei Lumi trionfanti e del XIX secolo
positivista e conquistatore, che ha avuto la funzione di impedire all’Occidente
la comunicazione con le influenze spirituali celesti, quest’ultimo avrebbe
finito per conoscere una “dissoluzione” in cui lo sgretolarsi di tali fallaci e
transitorie “certezze” gli avrebbe spalancato il baratro delle forze inferiori.
Di fronte a
questi errori, che si rivestono di forme sempre nuove, occorre più che mai
sapere di che cosa si parla. Con grande esperienza, lo Shaykh ‘Abd al Wâhid
affronta, in quella che costituisce una seconda parte del libro, le questioni
relative alla vita spirituale, nei loro aspetti dottrinali e pratici. Egli
ricorda in particolare l’importanza dell’intellettualità sacra nel seno delle
religioni, che ha per fine la penetrazione delle dottrine metafisiche, ovvero
la conoscenza dei princìpi universali, eterni e immutabili. Questa
intellettualità, che non ha nulla a che vedere con gli sviluppi mentali e
logici dei filosofi moderni, deve illuminare, con la conoscenza dottrinale, il
cammino della fede e la pratica dei riti. In effetti, l’ortodossia dei dogmi e
delle pratiche rituali, che permette di distinguere fra le religioni autentiche
da una parte, e le eresie e le sette dall’altra, si fonda, in primo luogo,
sulla verità dei princìpi metafisici che ne costituiscono il nocciolo. Senza
l’indispensabile discernimento reso possibile dalle dottrine tradizionali, i
punti di riferimento vengono a mancare e il viaggiatore rischia di perdersi. A
cosa serve la politura dello specchio del cuore per liberarlo dalle passioni,
dai desideri e dalle paure, se questo specchio non è correttamente orientato
verso la Fonte della Luce? In tempi in cui assistiamo a un pullulare di
“tecniche spirituali”, si possono anche ricordare le parole molto decise del
Cristo, “chi non raccoglie con me, disperde”. Senza una corretta orientazione
metafisica, la fede si riduce a una semplice questione sentimentale, i riti e i
simboli degenerano rispettivamente in cerimonie e in metafore, e gli slanci
devozionali si disperdono nelle lotte mondane, per non parlare appunto del caso
in cui la pratica spuria o sincretica di alcune “tecniche” può condurre a forme
ancor più gravi e sottili di dispersione.
Ciononostante,
occorre insistere sul fatto che la conoscenza teorica della dottrina metafisica
che è contenuta nel seno di ogni religione, se è più che mai necessaria
all’uomo per evitargli di perdersi in vie traverse, non è sufficiente alla sua
salvazione. Solo la conoscenza effettiva della verità conta, una “conoscenza
sovrarazionale, intuitiva e immediata”, secondo i termini usati da René Guénon[5]
che aggiunge: “la conoscenza teorica la quale non è ancora che indiretta e in
un certo senso simbolica, non è che una preparazione, d’altronde
indispensabile, della vera conoscenza” poiché “è la presa di coscienza
effettiva degli stati sovraindividuali che è l’oggetto reale della metafisica,
o, meglio ancora, che è la conoscenza metafisica”.[6]
È per questo
che, se l’opera di Guénon costituisce un prezioso strumento di discriminazione
in un mondo in cui le parole hanno largamente perduto il loro senso, nelle
pagine che seguono, lo studio dottrinale è soprattutto inteso come un richiamo
pressante a un’azione autentica, cioè fondata sulla contemplazione. La messa in
opera dell’insegnamento di Guénon, come quella di ogni altro studio libresco,
non deve essere perseguita sulle vie della critica letteraria, delle glosse e
delle ricerche erudite, ma su quella del ritorno sincero e totale alla
spiritualità, vissuta all’interno di una forma tradizionale. Lo studio
dottrinale delle religioni deve condurre alla messa in pratica degli
insegnamenti appresi, nel quadro della religione autentica che è stata
provvidenzialmente data a ciascuno con la nascita. L’adesione a una forma
religiosa costituisce il solo fondamento stabile su cui costruire, con l’aiuto
di Dio, la propria vita spirituale e assicurarsi la propria salvezza.
Tuttavia, la
piena realizzazione delle realtà spirituali non è attuabile, in questa vita, se
non da parte di una minoranza qualificata, che unisca alla vocazione il
coraggio di incamminarsi, e sappia accettare, dopo l’iniziazione che segna
etimologicamente l’inizio del cammino, di dover aggiungere alla pratica
religiosa quella della disciplina interiore e contemplativa corrispondente,
quando quest’ultima sia ancora presente. A questo proposito, Guénon si serve
dei termini “exoterismo” ed “esoterismo”. Ogni altro approccio all’esoterismo –
che consista nel volerlo distaccare dal proprio exoterismo, o nell’innestarlo
su di un exoterismo differente, attuando così una delle varianti del
sincretismo, o ancora nel colorarlo di occultismo, di esotismo, di ricerca dei
poteri magici – è destinato a fallire. La vita spirituale deve infatti
rispettare regole ontologiche che nulla hanno a che vedere con la costruzione
di chimere a misura delle tendenze individuali di ciascuno. Nondimeno, quel che
sembra più far difetto all’uomo contemporaneo è l’aspirazione a “elevare il
proprio spirito al di sopra di sé stesso”, per riprendere le parole di un santo
musulmano algerino, lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî,[7]
la cui particolare benedizione spirituale ha permesso all’esoterismo islamico,
il taçawwuf o sufismo, di fare il proprio ingresso in terra occidentale.
Il messaggio
intellettuale e spirituale del libro che presentiamo acquista tutta la sua
ampiezza anche a causa della personalità del suo autore. Non osiamo parlare qui
di originalità poiché, nel dominio della spiritualità, nessuno è originale se
non colui che sa essere originale attingendo alla fonte stessa dello Spirito.
Cattolico nato all’interno di una celebre nobile famiglia italiana, ‘Abd al
Wâhid Pallavicini si è convertito all’Islâm nel 1951, l’anno della morte di
René Guénon di cui prese il nome islamico – ma si vedrà nel libro in che senso
occorre intendere tali “conversioni”.[8]
Soggiornò lungamente in Oriente dove si impregnò profondamente dell’esempio
della tradizione islamica vivente e divenne maestro in una confraternita
contemplativa, quella che si chiama in arabo una tarîqah, un “sentiero”,
organizzazione in cui si pratica il sufismo. Le confraternite islamiche si
trovano essere in effetti le depositarie di un insegnamento e di un’influenza
spirituale che risale al Profeta stesso, ma che vengono rinnovati,
rivivificati, dai santi di cui portano i nomi. Il sufismo costituisce il cuore
dell’Islâm e non può essere in alcun modo separato dall’adesione ai fondamenti
della legge islamica né dalla pratica dei suoi riti e della sua legge. René
Guénon aveva aderito a una branca della confraternita Shâdhîliyyah, che nacque
nel XIII secolo per conservare l’eredità spirituale dello Shaykh Abû-l-Hasan
ash-Shâdhîlî. La confraternita cui ha aderito lo Shaykh ‘Abd al Wâhid – fondata
alla fine del XVIII secolo dallo Shaykh marocchino Ahmad Ibn Idrîs – pur
presentando caratteristiche molto differenti per quanto riguarda le formule
rituali, direttamente rivelate al suo fondatore da al Khadir, costituisce dal
punto di vista della filiazione spirituale un’altra branca della Shâdhîliyyah.
La grande figura
dello Shaykh Ahmad Ibn Idrîs, un “santo enigmatico”, per riprendere il titolo
della prima e unica biografia su di lui apparsa in una lingua europea,[9]
ha avuto un’influenza considerevole sull’Islâm del XIX e del XX secolo, in
Egitto, in Sudan e nell’Africa orientale; l’irradiarsi della sua influenza ha
raggiunto le frontiere orientali del mondo islamico e i suoi discepoli hanno
fondato confraternite importanti. Nondimeno, la straordinaria trasparenza
spirituale del santo, che si evince dalle testimonianze dei suoi contemporanei,
e la penetrazione sintetica dei suoi scritti dottrinali e spirituali, recano in
sé i segni di una funzione che non si lascia identificare interamente a quella
di fondatore di un nuovo ordine – e il fatto che furono soprattutto i suoi
discepoli a dare inizio a grandi organizzazioni contemplative pare confermarlo.
Il santo si presentava come il testimone della via muhammadica, la via
spirituale che si rifà più direttamente al modello donato dal Profeta stesso,
nella perfezione dei suoi aspetti esteriori e interiori. Occorre meditare su
questa convergenza provvidenziale fra la discriminazione intellettuale
dell’opera intellettuale di René Guénon e la trasparenza spirituale dello
Shaykh Ahmad Ibn Idrîs, in questi tempi in cui la confusione mentale e
l’opacità individuale sembrano dominanti.
Di ritorno in
Italia, lo Shaykh ‘Abd al Wâhid ha avuto il merito di trasmettere l’influenza
spirituale che aveva ricevuto, costituendovi il nocciolo di una zâwiyah –
termine che designa la sede di una confraternita contemplativa – composta di
musulmani di origine europea. L’esistenza di questa zâwiyah testimonia la
possibilità di vivere in Occidente, malgrado l’aridità spirituale dei tempi
moderni, la fede islamica nei suoi aspetti esteriori come nella sua realtà
iniziatica e contemplativa, pur conducendo una vita familiare normale ed
esercitando una professione. Dal momento che non vi è monachesimo nell’Islâm, i
contemplativi hanno il dovere di partecipare al consesso umano. La vita
quotidiana, lungi dal costituire un freno alla vita spirituale, diviene allora
uno dei mezzi del cammino verso Dio.
Coloro che
conoscono lo Shaykh ‘Abd al Wâhid sanno che egli dà l’esempio di un inserimento
sincero e profondo nelle dimensioni esteriore e interiore della tradizione
islamica, che gli permettono di trasmettere un messaggio di spiritualità e di
intellettualità viventi, all’opposto di ogni forma di erudizione quantitativa.
Egli rappresenta una di quelle ultime voci che sanno ancora testimoniare, con
determinazione e discriminazione, della realtà spirituale dell’Oriente in un
Occidente che ha largamente dimenticato il gusto della fede. Più che di una
raccolta di testi che fornirebbero un insegnamento teorico o speculativo, il
libro dello Shaykh ‘Abd al Wâhid ha la vocazione di essere, innanzitutto, un testo
operativo, che desidera provocare in coloro che lo vorranno leggere in questa
prospettiva una certa presa di coscienza, grazie anche alla schiettezza e alla
trasparenza dell’autore che ha incarnato nella sua vita l’esortazione coranica:
“E crea per me un linguaggio di verità, destinato agli uomini degli ultimi
tempi”.[10]
Si noterà, di conseguenza, che esso è impregnato di una maieutica particolare,
poiché i testi che vi sono proposti hanno costituito in un primo tempo la base
di interventi e di testimonianze offerte nelle circostanze più svariate, in cui
si affrontavano tematiche relative alla vita spirituale, al dialogo
interreligioso, o in occasione di convegni nazionali e internazionali
organizzati sia in ambito accademico sia in quello di importanti istituzioni
pubbliche e private.
In effetti, lo
Shaykh ‘Abd al Wâhid è stato incaricato, per diversi anni, di mantenere le
relazioni fra il Centro culturale islamico d’Italia e il Segretariato vaticano
per il dialogo fra le religioni. A questo titolo, egli ha partecipato a
numerosi incontri e convegni interreligiosi, segnatamente allo “storico”
incontro di Assisi organizzato dal Papa nel 1986. Si troveranno gli echi della
sua presenza a queste manifestazioni nella terza parte del libro. In questo
contesto, l’attenzione particolare dello Shaykh nei confronti del Cristianesimo
non ha, naturalmente, nulla a che vedere con una qualunque forma di
sincretismo, contro il quale si potranno trovare, nelle pagine del libro, la
critica e la condanna più nette. Al contrario, essa si spiega col fatto che lo
Shaykh si è trovato a doversi esprimere principalmente davanti a un pubblico
composto da cristiani, anche se taluni di questi non si riconoscevano più come
tali. Lo Shaykh ‘Abd al Wâhid non ha cessato di invitare i credenti delle
grandi religioni autentiche a comprendere che la loro vicinanza ha ormai
assunto un senso escatologico, e che il “dialogo” fra le religioni deve
costituire un’anticipazione del loro incontro in Dio. Egli ha sempre operato,
con molto coraggio, affinché questo dialogo non resti un semplice scambio
diplomatico di formule convenute, ma si elevi fino al suo vertice metafisico
che solo ne fonda la legittimità. È un luogo comune quello di richiamare al
fatto che le religioni non devono essere strumentalizzate per la guerra. Per
contro, ci è più difficile accettare che queste non debbano altrettanto essere
strumentalizzate per la “pace”, semplicemente perché la loro utilità
provvidenziale va ben al di là di questo mondo. Non si tratta di cercare di
costituire una condizione di non belligeranza tutta convenzionale e provvisoria
fra uomini che non possono vantare di religioso se non una semplice adesione
formale alla tradizione, ma di guidare coloro che sono sinceri alla conoscenza
eterna e beatifica di Dio.
Lo Shaykh ha
costantemente ricordato, nel corso di questi anni di testimonianza e di
predicazione, che cristiani e musulmani attendono insieme la seconda venuta del
Messia, l’Unto, Gesù Cristo o, per servirci dei termini propri alla tradizione
islamica, Sayyidunâ ‘Isâ al-Masíh (su di lui la Pace). Alle soglie
dell’escatologia, il riconoscimento della figura del Cristo che verrà
costituisce la questione centrale. Senza cercare la polemica, lo Shaykh
denuncia lo stato di deriva in cui si trova l’insegnamento dottrinale sul
Cristo nell’ambito dell’attuale teologia cattolica, al punto che l’uomo Gesù –
inteso in forma umana e solamente umana – finisce per velare Dio invece di
rivelarLo, rischiando così di preparare il terreno per la venuta di colui che
precederà il Cristo, l’Anticristo o l’Ingannatore, per servirci ancora dei
termini della tradizione islamica. Certo, cristiani e musulmani sembrano essere
in disaccordo sulla figura del Cristo, Figlio di Dio per gli uni, Parola e
Spirito proveniente da Dio per gli altri. Nondimeno, è anche detto che coloro
che sapranno vegliare e tenersi fermamente, con la loro ortodossia dottrinale,
alla “corda di Dio”, potranno riconoscerlo il giorno dovuto. L’Islâm interiore
spinge il Cristianesimo a riscoprire la propria dimensione metafisica, che egli
sembra aver abbandonato a vantaggio di impegni temporali, secolaristi e
umanitari. È in questa sola dimensione, riconoscendoci infine come fratelli
fatti a immagine dello stesso e unico Dio e votati alla Sua conoscenza, che noi
potremo trovare “dall’alto” la Pace autentica che è, per noi musulmani, un nome
di Dio.
Il termine di questa escatologia universale
resta un mistero conosciuto da Dio solo: “In verità, è presso di Dio che si
trova la scienza dell’Ora”.[11]
Per contro, noi siamo tutti sicuri che conosceremo un giorno la nostra
escatologia personale, ed è per questa scadenza che conviene prepararci. Ci è
dato attualmente di vivere lo Spirito in una forma tradizionale, poiché la
Provvidenza sa aprire a ciascuno un cammino, anche se questo diventa ogni
giorno più difficile da trovare. Non sarebbe certo un successo di poco conto se
questo libro riuscisse a risvegliare in qualcuno dei suoi lettori la volontà di
mettersi in cammino.
[1] “Su di Lui la Grazia unitiva di Allâh e la Sua Grazia pacifica”. L’adab (il codice di comportamento tradizionale) vuole che ogni qual volta venga menzionato il nome del Profeta esso sia fatto seguire da queste parole di benedizione. Altre formule vengono tradizionalmente impiegate in occasione della menzione del nome di altri Profeti, Santi o defunti.
[2] Corano XIV, 4.
[3] Corano V, 48.
[4] Corano II, 256.
[5] La Métaphysique orientale,
Editions Traditionnelles, Paris
[6] Ibidem
[7] La biografia dello Shaykh Ahmad al ‘Alawî, nato nel 1869 a Mostaganem e morto nel 1934, è stata scritta da Martin Lings ed è intitolata Un santo sufi del ventesimo secolo: lo Shaykh Ahmad al ‘Alawî, tr. it., Edizioni Mediterranee, Roma 1994.
[8] In particolare si veda il capitolo intitolato “René Guénon musulmano: conversione o convergenza?”
[9] R. S. O’Fahey, Enigmatic
Saint: Ahmad Ibn Idrîs and the Idrisi Tradition, Northwestern University Press,
Illinois 1990.
[10] Corano, XXVI, 84.
[11] Corano XXXI,34.