Intervento di Ahmad ‘Abd al Quddus Panetta alla sessione:
“Spazi etici di cura” del
XV WORKSHOP INTERNAZIONALE “CULTURA, SALUTE e MIGRAZIONE”
Titolo dell’intervento:
L’apporto
dell’Islam all’etica applicata alla medicina
“Cultura” dovrebbe essere
sinonimo di “conoscenza”, come peraltro “salute”, se, come insegnano tutte le
civiltà tradizionali, il male è sinonimo di ignoranza.
Naturalmente, non si intende
qui una conoscenza nozionistica, convenzionale e puramente teorica, ma
l’acquisizione di una reale penetrazione dell’essenza delle cose, le quali,
nella misura in cui le conosciamo realmente non possono più nuocerci in alcun
modo: «conoscerete la Verità e la Verità vi renderà liberi», afferma il Cristo
dei Vangeli.
Per restare nell’ambito
della storia dell’Occidente, questo era anche l’insegnamento di Socrate, per il
quale lo stesso dolore fisico si riduceva, in ultima analisi, a un falso
giudizio, a quello che Aristotele avrebbe poi definito un cattivo sillogismo.
D’altra parte, non si dice forse anche che “la vita è sogno?”.
Non vorrei, tuttavia,
addentrarmi in aspetti troppo ostici e “filosofici”, quali il mistero insito
nella nozione di soggetto cosciente, capace di percepire piacere e dolore;
cercherò quindi di attenermi più strettamente al tema “pratico” che mi sono
proposto. L’importante è però sapere che da questi problemi principiali dipende
strettamente la risoluzione di tutti quei problemi, spesso pseudo-problemi, nei
quali si dibatte la mentalità contemporanea.
“Cultura” è per noi anche
sinonimo di “civiltà”, ma cosa si intende veramente con questo termine ormai
divenuto per molti incomprensibile?
Tradizionalmente, civiltà
indica lo sviluppo su tutti i piani, compreso quello sociale, di principi che
trascendono la natura umana, archetipi che nella tradizione islamica sono
sinteticamente resi accessibili in primo luogo dalla Rivelazione coranica,
dalla quale derivano tutte le scienze tradizionali dell’Islam, e poi da tutte
le altre fonti e riti del corpus
islamico. Il fine principale di una civiltà è dunque quello di favorire la
crescita spirituale dei propri membri, che possono rinvenire le tracce
dell’intelligenza divina in ogni ambito di applicazione e nella misura delle
loro reali capacità. Ogni disciplina, scienza o arte tradizionale è un supporto
di contemplazione capace di ricondurre costantemente l’intelligenza dell’uomo
alla contemplazione dell’Unità totale, all’interno della quale si integra
armoniosamente.
Le scienze tradizionali non
scadono pertanto mai nel naturalismo, ma hanno sempre una connotazione
profondamente simbolica. Da questo deriva che non vi è un numero definito di
scienze legato a una naturale suddivisione della realtà, ma che le scienze e le
discipline tradizionali possono essere in numero realmente indefinito, come indefinite
sono le possibili situazioni capaci di indurre negli uomini un salto
conoscitivo. Una stessa verità può essere infatti attinta da uomini diversi in
modi completamente diversi, che non si lasciano rinchiudere nei limiti di un
sistema di pensiero.
Le scienze tradizionali sono
pertanto quanto di più lontano possa esservi da una concezione positivistica
del sapere: quest’ultima, infatti, considera la conoscenza dell’uomo come la
somma di varie discipline che indagherebbero i vari frammenti del puzzle dell’universo.
In realtà questi frammenti non esistono, ciò che corrisponderebbe a una sorta
di “atomismo percettivo”, tanto che le differenti civiltà hanno sviluppato
scienze completamente differenti e senza comune misura fra loro. Ogni scienza
tradizionale indaga quindi sempre il tutto, e non esiste un vero e proprio
oggetto materiale dalle quali prende le mosse. La medicina cinese è
completamente diversa dalla medicina ayurvedica o da quella ippocratica; non
esiste una fisica che confini con la chimica, la quale confinerebbe a sua volta
con la biologia e infine con la medicina. Nell’ambito della Tradizione, il
coordinamento fra le varie discipline avviene sempre per integrazione
conoscitiva e mai per mezzo di una sommatoria esteriore destinata a fallire, come
ben si può vedere proprio nella scienza moderna.
Guai, quindi, a dimenticarsi
che anche la medicina è una disciplina autonoma (sia metodologicamente che
eticamente) e non l’ancella di altre discipline che indagano le forme più
elementari della materia. La visione per la quale il grande sarebbe costituito
da parti più piccole, o il complesso da elementi più semplici, è ingenua e ha
già prodotto numerosi danni all’Occidente e al mondo intero. Sacrificare la
visione d’insieme a favore di simili pregiudizi spacciati per “metodo
scientifico” è decisamente unilaterale ed esclude come non scientifico
qualsiasi modello che non si fondi su questi stessi presupposti.
In altri termini, l’errore
non consiste nell’applicare un metodo nel quale si alternano i processi dell’analisi
e della sintesi, ma nell’assolutizzare questo metodo sulla base di pregiudizi
ingenuamente realistici. In questo modo, infatti, ci si rinchiude nei limiti di
un sistema e si diviene incapaci di considerare possibilità alternative che
pure si impongono a volte in modo inequivocabile. Nello stesso tempo, non è
solo il materialismo a rappresentare un pericolo per la medicina, ma anche la
New-Age e lo pseudo-spiritualismo; come scrive Guénon, infatti, gli occidentali
devono stare attenti alla seduzione dei fenomeni, in quanto passano facilmente
dal più gretto materialismo alle peggiori deviazioni eterodosse solo perché
hanno avuto modo di assistere a qualche fenomeno più o meno straordinario,
confondendo sempre con grande superficialità verità e fenomeni. Per questo è
necessario fondarsi su principi intellettuali immutabili che trascendono
l’ambito della natura e dell’uomo creato; [1]
i fenomeni non provano infatti nulla e sulla loro base si può sostenere tutto e
il contrario di tutto, come ben prova la storia dell’umanità.
Non è questa la sede per
sviscerare la delicata questione dei fondamenti metafisici della Conoscenza, e
mi limiterò solo a ribadire con forza che la pretesa di una conoscenza di
stampo positivistico fondata sui fenomeni è assolutamente illusoria, in quanto
la stessa percezione della realtà non può mai prescindere dalla visione di chi
la percepisce, e, pertanto, si basa sempre su elementi non empirici. Coloro che
sostengono che il metodo sperimentale avrebbe proprio la funzione di confermare
o falsificare una teoria, sono vittime della propria ingenuità, in quanto
questo genere di interazione con la Realtà è condannata a restare molto sulla
superficie delle cose e a non intaccare mai gli strati più profondi della
visione del mondo degli individui e
delle comunità che condividono convenzionalmente una certa visione delle cose.
L’orizzonte all’interno del quale si svolge l’esperimento escogitato per
sviluppare una particolare teoria e le sue possibilità di interazione con la
stessa rappresentano infatti una percezione realmente infinitesimale della
realtà nel suo insieme, e, come si è detto prima, la pretesa che la somma di
queste percezioni infinitesimali possa condurre prima o poi a una visione
d’insieme è totalmente illusoria. Quest’ultima è invece resa possibile solo da
un processo di integrazione che può
avvenire solo a livello puramente intellettuale (sovra-razionale) e grazie ai
supporti della Tradizione che ricollegano l’intelletto umano all’Intelletto
assoluto, cioè al vero Infinito.
Dice Titus Burckhardt in un
passaggio di grande complessità e importanza: «San Tommaso d’Acquino scriveva:
“È profondamente errato ritenere che, riguardo alla verità di fede sia
indifferente che cosa si pensi del creato, purché si abbia una concezione esatta
di Dio…; poiché un errore sulla natura della creazione si riflette sempre in
una errata nozione di Dio”. Egli parla di “natura” della creazione, non di
questo o quello dei suoi aspetti, poiché la cognizione delle cose create è
indefinita. Una visione esatta del creato non può che riferirsi alla sua natura
totale, e questa sarà a sua volta conoscibile purché non si prenda in luogo del
tutto quella che è solo una sua parte, un settore definito da determinate
condizioni. A questo proposito sarà assai meno errato considerare la terra come
il centro dell’universo, o anche ritenerla piatta, che non ricondurre, per
esempio, la percezione sensoriale a un processo fisico, con ciò dimenticando il
“soggetto” che “vede” persino l’occhio e la vista stessa. Conoscere la natura
del creato significa percepirne integralmente la successiva gradazione che dal
corporeo si estende fino allo spirituale puro. Una volta compresi gli smisurati
gradi dell’esistenza, l’uomo si accorgerà altresì dell’unità esprimentesi nel
coordinamento dei diversi gradi fra loro: se spirito, anima e cose corporee non
fossero fra di loro coordinati, non vi sarebbe alcuna conoscenza; oggetto e
soggetto si scinderebbero; la connessione delle cose corporee sfuggirebbe a
qualsiasi logica; l’anima sarebbe irrimediabilmente rinchiusa nel proprio
sogno, e il mondo corporeo sarebbe inconoscibile, non solo parzialmente, bensì
nella propria essenza».[2]
Si tratta di verità
fondamentali, che permettono di salvaguardare l’integrità della scienza e la
sua inscindibilità dall’etica. Così, per fare un esempio strettamente in tema,
l’apporto della spiritualità alla medicina non può essere relegato all’ambito
di un conforto morale da dare ai malati o a quello di iniziative caritatevoli
da avviare sul piano sociale, verso gli immigrati o gli altri poveri, ma deve
poter intervenire anche e soprattutto nel merito della prassi medica e nella
scelta dei paradigmi scientifici, nonché orientare la ricerca in modo
umanamente e spiritualmente sostenibile.
È quindi fondamentale riprendere
le mosse da che cosa debba intendersi per salute e per malattia, sia sul piano
fisico che spirituale, senza confusioni e commistioni, senza cadere, come si è
detto, in concezioni eccessivamente materialistiche o pseudo-spiritualistiche.
Una volta ridefiniti questi aspetti, sarà finalmente possibile beneficiare
realmente e pienamente dell’apporto della spiritualità islamica alla cultura e
alla salute, sia sul piano personale che sociale.
Non è peraltro certo
possibile approfondire compiutamente tali aspetti in questa sede, e mi limiterò
solo ad accennare al fatto che la malattia non può essere considerata un
fenomeno puramente meccanico e bidimensionale, ma che vi sono vari piani in cui
essa può manifestarsi, pur mantenendo sempre ben distinti l’ambito naturale da
quello spirituale, in quanto l’essenza non si ammala mai, ma viene solo
offuscata la relazione fra quest’ultima e i vari “involucri” che formano
l’essere umano nella sua condizione manifestata.
Normalmente, tendono ad
ammalarsi gli strati più superficiali del composto umano a causa di squilibri
abbastanza semplici da rilevare, di natura nutrizionale o comportamentale;
molto spesso, poi, soprattutto al giorno d’oggi, la malattia è causata
dall’incapacità di gestire le emozioni e le forti sollecitazioni dell’ambiente,
e qui già diviene più complesso intervenire in modo opportuno. A tale
proposito, dirò solo, per inciso, che ogni supporto di tipo psicologico è
destinato a restare molto sulla superficie delle cose, in quanto solo
un’apertura di tipo conoscitivo può permettere di risolvere realmente queste
situazioni. Così, la religione ha precisamente la funzione di canalizzare la
tensione metafisica che si crea fra il piano di un’assimilazione ancora
imperfetta delle verità principiali e quello della realtà contingente. In altri
termini, non sono mai i principi a essere oggetto di discussione, trattandosi
di evidenze intellettuali, ma la capacità di accettare la realtà in modo
coerente con questi principi.
L’orientamento spirituale
dell’uomo determina infatti necessariamente una polarizzazione gerarchica delle
cose, e la malattia, dell’anima o del corpo, è in quest’ottica solo uno dei
processi concomitanti a questa rimessa in asse delle cose. A tale proposito è
significativo che spesso la medicina moderna operi per impedire un tale
processo, e proprio perché esso mantiene, anche se alla lontana, una portata di
ordine conoscitivo. Così, un approccio esclusivamente sintomatico e palliativo
finisce spesso per far abortire quello che resta di una partecipazione
simbolica a un processo pur sempre conoscitivo. Alcuni giungono a voler
impedire lo stesso sviluppo delle malattie esantematiche dei bambini, che
rappresentano invece vere tappe formative necessarie alla crescita e allo
sviluppo dell’uomo corporeo.
Naturalmente, occorre
insistervi, fra i processi della malattia corporea e lo sviluppo spirituale vi
può essere a volte analogia, ma mai identità. Questa è anche la ragione per la
quale alcuni possono beneficiare in forma trasfigurata di alcune esperienze legate
alla malattia fisica, mentre altri, più immaturi e incapaci di compiere questa
integrazione, ne possono avere persino un danno in termini spirituali.
In
conclusione, l’Occidente vive oggi più che mai una sorta di schizofrenia fra
“buone intenzioni di cui – come dice il proverbio – è lastricata la strada che
conduce all’Inferno”, incarnate da un generoso volontariato, e interessi di
gruppi industriali o di lobby scientifiche. Questa forma di ipocrisia non può
tuttavia condizionare chi opera nel settore, senza per questo condurlo a forme
di scontro o di rivendicazione ideologica. L’uomo spirituale deve saper sempre
riconoscere il marchio del male, penetrato purtroppo all’interno delle
strutture e della prassi istituzionale, ma deve anche sempre saper mantenere la
consapevolezza che Dio è più grande e che l’opposizione al sistema non
rappresenta che l’altra faccia dello stesso male. Occorre quindi testimoniare
la Verità e sensibilizzare gli operatori verso modalità più efficaci di
reazione, che né si oppongano in forma polemica, né gettino la spugna di fronte
all’apparente ineluttabilità della diffusione di certe pratiche dannose e poco
intelligenti.
Non si possono quindi
rimandare certi sforzi a un ipotetico futuro nel quale finalmente il
legislatore avrà epurato le leggi dalle attuali imperfezioni. L’uomo spirituale
opera hic et nunc, in ogni istante,
incoraggiando il bene e scoraggiando il male, con determinazione e distacco.
Questo è l’Insegnamento dell’Islam ortodosso.
La spiritualità non vive
infatti di astrazioni, né di situazioni ideali, ma offre il proprio apporto
all’interno delle situazioni concrete, siano esse pratiche o dedicate alla
chiarificazione dei principi che devono orientare l’azione, come mi auguro di
aver contribuito a fare qui oggi.
Ai nostri tempi mancano
infatti entrambi questi apporti. È pertanto per noi necessario che si creino
anche in campo medico sia occasioni di approfondimento principiale, o se
vogliamo epistemologico della medicina, che sappiano beneficiare dell’apporto
dei religiosi e dei ricercatori religiosi, sia che si approfondisca proprio la
natura di quello “spazio etico” che deve dimorare inviolato anche nella prassi
quotidiana e malgrado ogni meccanica applicazione delle leggi e dei protocolli.
Come si è detto, questi due
aspetti del lavoro non sono in realtà distinti e distanti fra loro, ma
coesistono strettamente. In effetti, così come la disumanità di certa presunta
ricerca scientifica e di certe prassi protocollari si respira fino al capezzale
stesso del malato, così l’amore per la Verità, che dovrebbe auspicabilmente
tornare a orientare la ricerca e la prassi medica, non mancherebbe di animare,
come avveniva in passato, proprio anche la carità al capezzale dei pazienti.