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SHAYKH ‘ABD AL WAHID PALLAVICINI

DEL CRISTO, DEL CRISTIANESIMO, DEL CORPUS CHRISTI E DELL’ANTICRISTO

 

 

Noi non siamo né scrittori, né uno di quei professori universitari di cui René Guénon diffidava. Il nostro libro, L’Islam interiore, non costituisce se non la raccolta di conferenze tenute nel corso di una quindicina di anni, talvolta già pubblicate in altri volumi o negli atti di convegni organizzati da associazioni e riviste alle quali abbiamo occasionalmente offerto la nostra collaborazione; come è il caso della presente pubblicazione. Ma se in uri altra rivista la recensione[1] del nostro libro ha dato origine a un dibattito che ha avuto termine solamente con la decisione da parte della sua direzione di non pubblicare ulteriori polemiche, accettiamo ben volentieri l’invito che ci è stato qui fatto da parte del Caporedattore aggiunto, il quale aveva già recensito L’Islam interiore in un precedente numero.[2]

Se ci riferiamo esclusivamente alle due ultime rivelazioni abramiche è perché, secondo noi, sono le sole a presentare un interesse pratico per la maggior parte degli occidentali ai quali si indirizza Connaissance des Religions. Per la stessa ragione prendiamo come punto di riferimento la figura di Gesù che è presente, sotto una forma differente, nelle due confessioni. Nel Cristianesimo, la dottrina dell’Incarnazione del Verbo nella Persona di Gesù, Primo Re e Primo Sacerdote, ha per conseguenza la successione apostolica dei ministri consacrati che costituiscono il clero della Chiesa, di modo che quest’ultima è chiamata appunto il “corpo di Cristo”.

Nell’Islam, il Verbo è incarnato nel Corano, “Parola di Dio”, Libro sacro trasmesso a Muhammad, il Sigillo dei Profeti, nel quale noi musulmani riconosciamo anche il Paraclito e lo “Spirito di Verità” del Vangelo di San Giovanni, e in tutta la Comunità Islamica la ummah, costituita da uomini consacrati dall’influenza dello Spirito Santo, Rûh al Quddûs, che fa di ciascuno di noi “il sacerdote di se stesso”.

Gesù é, nell’Islam, il solo Profeta nato da una vergine, la Vergine Maria, ricettacolo del Verbo divino, e come tale “eletta fra le donne”; allo stesso modo Muhammad è “eletto fra gli uomini”, Profeta illetterato, cioè intellettualmente “vergine”, per poter accogliere l’incarnazione del Verbo divino in forma di Libro. Questa stessa Incarnazione che, nella forma umana, è nel Cristianesimo la figura di Cristo, rappresenta, nell’Islam, lo “Spirito di Dio”, il “Sigillo della Santità”, “l’annuncio dell’Ora” atteso alla fine dei tempi.

Queste considerazioni riguardano le necessarie differenze fra le diverse espressioni delle dottrine teologiche relative al dominio exoterico, anche se queste ultime possono essere reciprocamente riconosciute come vere da parte dei credenti nelle rispettive fedi ortodosse, in una visione metafisica che sappia riconoscere l’unione delle tradizioni ortodosse nel loro unico vertice comune: Dio.

Questa è l’accezione autentica del monoteismo, inteso nel suo senso etimologico di Rivelazione divina dello stesso e unico Dio. Il monoteismo non è infatti la fede in un “unico”, qualunque esso sia, ciò che sarebbe “monolatria”; esso non è neppure la fede nel solo “proprio dio”, opposto ai pretesi “dei” delle altre religioni, ciò che costituirebbe di fatto un “enoteismo” o un “politeismo”, i quali non’ sono mai esistiti se non nell’immaginazione di alcuni storici delle religioni.

Ma, al di là di alcune recenti affermazioni che vorrebbero infiltrare anche la prospettiva tradizionale con concezioni di esclusivismo confessionale, non più limitato al dominio exoterico ma esteso anche a quello iniziatico, abbiamo rimarcato da parte di chi parla in modo dichiarato “contrariamente al Corano” o “contrariamente alla dottrina cattolica”, la concezione secondo cui la collocazione “del tutto eccezionale” occupata dal Cristo nella tradizione islamica, che emergerebbe dal nostro libro, si dimostrerebbe essere tale “per i Cristiani e per i Musulmani di origine cristiana, che portano in loro il Cristo”, come se ciò non fosse altrettanto vero per i musulmani che non sono “di origine cristiana”.

Senza volere ritornare a questo riguardo su vecchie polemiche, ci serviamo di quest’esempio solamente per mostrare che, anche se si accetta la concezione di una Verità relativa a ciascuna delle religioni ortodosse, non si riesce ugualmente, in una visione tutta occidentale, ad accettarne anche la dottrina, se non a partire dalla propria collocazione confessionale. 5i arriva così a pretendere che l’influenza cristica e la Sua presenza nell’Islam debbano in qualche modo derivare esclusivamente da quelle che sono “originarie” del Cristianesimo e che solo “i musulmani di origine cristiana” hanno per questa ragione potuto conservarle anche dopo la loro conversione all’Islam. Non si tratta certo qui dell’errore ricorrente presso gli specialisti delle religioni comparate, che fa risalire le espressioni delle dottrine religiose a delle “prese a prestito” operate sulle rivelazioni precedenti, ma dell’identificazione del Cristo con il Cristianesimo, quindi di quest’ultimo con la Chiesa cattolica o con la Chiesa ortodossa, in seguito ancora di entrambe queste ultime con le loro gerarchie clericali, e, infine, come oggi possiamo constatare, con individui che non sono neppure più i “rappresentanti autentici di una Tradizione”, quegli stessi di cui René Guénon diceva, più di quarant’anni fa, che “il loro modo di pensare non differisce più sensibilmente da quello dei suoi avversari”.[3]

Se qualcuno ci è stato riconoscente per aver evocato il Dio metafisico che non è né ebreo, né cristiano, né musulmano, ma che Solo È, non dobbiamo però dimenticare che noi, invece, per “essere” veramente, abbiamo bisogno della religione e dobbiamo essere ebrei, cristiani o musulmani, ancora bisogna riconoscere che il Cristo non è venuto, e che il Messia non verrà, solamente per i cristiani, e che, se alcuni cristiani di origine sono divenuti musulmani, ciò è avvenuto proprio anche in suo nome.

E se i Vangeli riportano che il Cristo ha inviato agli apostoli, dopo la sua Resurrezione, lo Spirito Santo (Gv 19, 22), è per mezzo di questo stesso Spirito Santo, Rûh al Quddûs, nella forma dell’angelo Gabriele il quale ha trasmesso il Verbo divino che si è fatto Libro nel Santo Corano, che sono consacrati tutti i musulmani, i quali credono in Gesù come “Spirito di Dio”, Rûh Allâh, e ne attendono la seconda venuta. In altri termini, il Gesù dell’Islam non deriva dal Cristianesimo ma, al contrario, è precisamente quest’ultimo ad aver avuto origine dal Cristo, così come il Cristo viene da Dio, e come la Parola di Dio del Santo Corano ne contiene e ne trasmette la Presenza, quella di uno spirito di Dio non incarnato.

Si tratterebbe ora di domandarsi se questa “incarnazione non umana” dello Spirito di Dio nel sacro Corano, manifestazione del Verbo per la tradizione islamica, non abbia potuto essere a un certo momento provvidenziale di fronte a una possibile degenerazione del “Corpo di Cristo” in quanto istituzione ecclesiastica, e come antidoto a una umanizzazione della figura spirituale di Gesù che, facendone dimenticare la Natura divina, potrebbe “ingannare persino gli eletti se ciò fosse possibile”, secondo l’espressione evangelica che si riferisce a chi certamente non avrà alcuna natura divina e che dovrà venire prima del Cristo.

Se è importante saper distinguere. tra il Cristo e il’ Cristianesimo è proprio perché è molto attuale il, pericolo che, da parte cristiana, cercando di difendere a ogni costo il “Corpo di Cristo’ insieme all’Occidente, di cui ci si considera i figli fedeli, invece di considerarsi tutti come fedeli “figli di Dio”, non si finisca per prendere non solamente l’Anticristo per il Cristo, ma anche il Mahdi stesso per l’Anticristo, o ancora, da parte islamica, l’Anticristo, chiamato dalla Tradizione islamica “l’ingannatore” (ad-Dajjâl), per il Mahdi o per il Cristo, o il Mahdi per il Cristo stesso.

Contrariamente a queste tendenze, noi tutti dovremmo sforzarci di vedere al di là del simbolo della ruota che contiene i raggi che conducono tutti allo stesso centro, e al di là dei piani inclinati che conducono alla sommità della piramide, la congiunzione delle dimensioni orizzontale e verticale della croce in quella spirale unica, dal duplice movimento ascendente e discendente, che rappresenta la Tradizione primordiale nel suo “dispiegamento” ciclico.

Questo ci permetterebbe di realizzare, nell’intuizione intellettuale, conformemente all’insegnamento del Maestro di cui invocheremo in seguito l’autorità, la verità dell’espressione ciclica dell’Unità delle rivelazioni che, una volta “discese” al livello dell’uomo fisico, ritrovano lo slancio per una “risalita” verso la metafisica pura. Quella metafisica pura che costituisce l’essenza anche dell’Incarnazione di Cristo, il quale ha indicato agli uomini come “elevare il proprio Spirito al di sopr a di se stessi”, secondo le parole di un Santo musulmano del XX secolo, ciò che d’altra parte è identico alla verità contenuta in una tradizione ortodossa secondo la quale, “se Dio si è fatto uomo è perché l’uomo si faccia Dio”.

Nella conclusione del suo scritto “A proposito di conversioni”, che costituisce il dodicesimo capitolo di Iniziazione e Realizzazione Spirituale, René Guénon compie la seguente affermazione: “da un punto di vista generale noi possiamo dire che chiunque . abbia coscienza dell’unità delle Tradizioni, che sia per una comprensione semplicemente teorica o a maggior ragione per una realizzazione effettiva, è necessariamente, per ciò stesso, ‘inconvertibile’ a qualsiasi cosa”.[4]

Di conseguenza, la chiave della pretesa “conversione” di René Guénon dal Cristianesimo all’Islam . deve essere ricercata nel dogma fondamentale di tutta la sua opera: la coscienza dell’unità delle Tradizioni nella metafisica, la quale “non è né orientale né occidentale”, Verità assoluta da cui derivano tutte le Rivelazioni che sono state date da Dio agli uomini.

In effetti, se noi abbiamo veramente coscienza dell’unità delle Tradizioni e della dipendenza dell’uomo da Dio, non possiamo seriamente pensare né a “fare una scelta” fra Tradizioni che non rappresentano se non i differenti raggi di una stessa ruota, e che pertanto conducono tutti allo stesso centro, né a prendere un’iniziativa individuale in un dominio che non rileva che dall’accettazione della Volontà divina.

Non possiamo dimenticare la collocazione spazio-temporale nella quale Dio ci ha posti al momento délla nostra nascita, e non possiamo quindi rifiutare la Tradizione nella quale siamo nati e di cui portiamo in noi i segni, pretendendo di negare le conseguenze dell’irruzione del sacro nel mondo, indirizzata a un certo popolo in un momento determinato della storia dell’umanità. Così dobbiamo accettare la necessità di restare nel quadro di una particolare Tradizione. Se riconosciamo la validità attuale di tutte le vere Tradizioni, in quanto uomini abbiamo però bisogno di beneficiare del supporto dogmatico e rituale di una - e una sola - delle Tradizioni viventi. Ciononostante, se René Guénon riconosceva la validità di tutte le religioni fino alla fine dei tempi, perché, ci si domanda, non è rimasto cristiano e ha aderito all’Islam? Con le sue stesse parole, tratte dall’articolo già menzionato, “risponderemo che ciò è dovuto soprattutto alle condizioni dell’epoca attuale nella quale, da una parte, certe Tradizioni sono, di fatto, divenute incomplete ‘dall’alto’, ovvero quanto al loro lato esoterico, che i loro rappresentanti ufficiali arrivano talvolta persino a negare più o meno formalmente e, d’altra parte, accade troppo spesso che un essere nasca in un ambiente che non è in armonia con la sua propria natura e che di conseguenza non è quello che gli conviene realmente e che può permettere alle sue possibilità di svilupparsi in modo normale, soprattutto nell’ordine intellettuale e spirituale”.[5]

Aggiungeremo subito che il fatto che alcune Tradizioni siano divenute “incomplete dall’alto” non significa che lo Spirito si sia ritirato da esse, ma solamente che esse non mantengono più quei supporti strutturali che possono far beneficiare di una trasmissione, di un metodo e di una maestria, le tre condizioni che René Guénon richiedeva da ogni organizzazione iniziatica legittima. Questo stato di fatto lo ha spinto a scrivere nel 1935 un articolo troppo presto dimenticato che ha per titolo: “Esistono ancora possibilità iniziatiche nelle forme tradizionali occidentali?”, e che è apparso nel numero 435 degli Etudes Traditionnels del gennaio-febbraio del 1973.

In questo articolo René Guénon esamina il caso “di un essere che si trova accidentalmente in un ambiente al quale è realmente estraneo per natura, e che, in seguito, potrà trovare altrove una forma più adattata a quest’ultima. Aggiungeremo che tali eccezioni devono, in un’epoca come la nostra, in cui la confusione è estrema in tutte le cose, incontrarsi più frequentemente che in altre epoche in cui le condizioni sono più normali; ma non diremo nulla di più, poiché questo caso, in somma, può sempre essere risolto con un ritorno dell’essere al suo ambiente reale, ovvero a quello cui rispondono di fatto le sue affinità naturali”.

René Guénon risponde in seguito alla questione che dà il titolo all’articolo: “Le sole organizzazioni iruziatiche che abbiano ancora un’esistenza certa in Occidente sono, nel loro stato attuale, completamente separate dalle forme tradizionali religiose, ciò che, a dire il vero, è qualcosa di anormale; e, inoltre, esse sono talmente diminuite, se non anche deviate, che non si può quasi, nella maggior parte dei casi, sperare di ottenere nulla di più che un’iniziazione virtuale. Gli occidentali devono ciononostante necessariamente prendere atto di queste imperfezioni, oppure indirizzarsi ad altre forme tradizionali che hanno l’inconveniente di non essere fatte per loro; ma resterebbe da sapere se coloro che hanno la ferma volontà di decidersi per quest’ultima soluzione non provino per ciò stesso di far parte del numero di quelle eccezioni di cui abbiamo parlato”.

D’altra parte, la nascita di un uomo “accidentalmente in un ambiente al quale egli è per sua natura realmente estraneo” non deve essere riferito a una determinata Tradizione, ma al fatto che quest’uomo possa essere ancora orientato verso la dimensione metafisica, che è sempre presente in Oriente, dal quale provengono attualmente tutte le tradizioni. Questa dimensione sembra fare difetto; non a una Tradizione particolare, ma, nel suo stesso principio, all’Occidente moderno.

È d’altronde in Oriente, e nelle dottrine indù, che René Guénon ha attinto i dati metafisici di cui le Tradizioni abramiche non sono certo sprovviste. La formulazione propria all’advaita era probabilmente la più adatta alle esigenze e al linguaggio degli intellettuali occidentali ai quali René Guénon doveva indirizzarsi. Ciò nonostante, per la sua adesione personale, in vista non solamente di un ritorno ai principi tradizionali, ma di una realizzazione metafisica, René Guénon non si è indirizzato all’Induismo, che avrebbe potuto soddisfare le esigenze che abbiamo menzionato sopra, perché ha dovuto considerare alcuni fattori dei quali noi stessi abbiamo dovuto valutare il peso.

Occorre innanzitutto tener conto del fatto che noi siamo nati in una Tradizione con la quale non abbiamo avuto alcuna intenzione di “rompere”, come ci è stato sovente rimproverato, per “convertirci” a qualcosa d’altro. Se vi è stato un cambiamento di forma, è per convergere (cumvertere) in una “trasformazione interiore” che, dice René Guénon, “implica al tempo stesso una ‘riunione’ o una concentrazione delle potenze dell’essere e una sorta di ‘rivolgimento’ per il quale questo essere passa dal pensiero umano alla comprensione divina”.

Questa “conversione al centro”, per servirci del linguaggio militare, al centro stesso dell’uomo, nel suo cuore che è il ricettacolo della Presenza divina, ci ricorda l’immagine già ricordata del cerchio i cui raggi rappresentanti le Tradizioni convergono, anch’essi, verso il punto centrale, simbolo del Dio unico, lo stesso per tutte le religioni.

Pertanto, anche se Dio irradia dal centro verso tutta la circonferenza e garantisce la salvezza a coloro che si mantengono sui raggi, può accadere che, “nell’attuale fase del Kali-Yuga, si producano inconvenienti inevitabili” dice René Guénon, come il fatto che qualcuno di questi raggi non conservino la struttura completa di canalizzazione della luce che potrebbe ricondurre l’uomo fino al centro.

Nello stesso tempo; la situazione di un uomo a un certo punto della circonferenza gli rende indispensabili i supporti spirituali che ha ricevuto con la nascita e di cui non potrà negare l’importanza nel suo itinerario verso Dio. Non potrà accettare, per il suo cammino spirituale, che una via completa che includa quelli stessi supporti spirituali, che saranno sempre presenti in lui come sono presenti in una tradizione altrettanto valida della sua Tradizione d’origine, ma posteriore a quest’ultima.

In effetti, a parte le difficoltà che René Guénon stesso aveva considerato a proposito dell’impossibilità di divenire indù quando non si è nati nel sistema della caste di questa civiltà, e a parte i problemi legati all’adozione di una Tradizione così lontana dalla nostra, si potrebbe veramente ignorare l’avvenimento storico della venuta del Cristo? Si potrebbe dimenticare la sua presenza in noi, anche tenendo conto del fatto che, per l’Induismo, tutti i fondatori delle religioni sono degli avatara, così come essi sono, per l’Islam, tutti degli Inviati? Se non si può accedere a un esoterismo che con l’appartenenza all’exoterismo corrispondente, è realmente concepibile che un cristiano si faccia ebreo al fine di divenire cabalista?

Deve essere ben chiaro che noi non vogliamo in alcun modo mettere in dubbio la validità di queste Tradizioni che comportano un carattere etnico, né la loro capacità a condurre, non solamente alla salvezza, ma anche alla realizzazione spirituale gli uomini che vi sono nati. Tuttavia riteniamo che non sia possibile ignorare né il luogo né il momento della nostra collocazione umana, né la successione storica delle rivelazioni divine. Come abbiamo già visto, queste sono indirizzate a certi uomini, in un dato momento della storia e in una determinata giurisdizione, secondo l’azione della Provvidenza che offre così loro i mezzi più propizi alla loro vita spirituale.

È per questo che, mantenendo la coscienza dell’unità delle Tradizioni, René Guénon, nella sua ricerca della via metafisica e nella sua collocazione ontologica, non ha potuto ignorare né la venuta del Cristo nel mondo, ciò che rileva dalla sua tradizione d’origine, né la Rivelazione coranica, che d’altronde include i messaggi di Mosè e di Gesù (su di loro la Pace) e prepara, con ciò stesso, la venuta del Messia, la seconda venuta di Gesù per i cristiani e per i musulmani.

L’adesione di René Guénon all’Islam non tiene solamente conto delle possibilità iniziatiche e dei supporti rituali propri alle organizzazioni esoteriche che in esso sono ancora viventi. Essa prende anche atto del fatto storico costituito dalla venuta di una nuova Tradizione, l’ultima, che comprende, senza opporvisi, la Rivelazione cristiana, permettendo così l’attesa, alla fine del ciclo, dell’avvento escatologico comune a tutte le religioni abramiche e la congiunzione con l’Induismo, retaggio più diretto della Tradizione primordiale.

Malauguratamente assistiamo ancora oggi alla risorgenza di attacchi contro una tale chiarezza di pensiero e una tale ampiezza di vedute. A imitazione delle critiche rivolte dai suoi detrattori, o anche da suoi sedicenti discepoli, a colui che fu giustamente chiamato “la bussola infallibile e la corazza impenetrabile”, questi nuovi attacchi provengono significativamente al tempo stesso dai partigiani delle Tradizioni precristiane e da quelli di un preteso “nuovo integralismo cristiano” .

Personalmente, non abbiamo visto mezzo migliore, per tenerci lontano dalla polemica e per entrare finalmente nel dominio dell’azione, che quello di istituire un Centro di Studi Metafisici dedicato appunto a René Guénon. Il Centro, costituito grazie all’incontro di uomini appartenenti a differenti Tradizioni, uniti nel comune orientamento metafisico, ha per fine la riscoperta della dimensione religiosa originaria. Si tratta anche di un antidoto a quell’ecumenismo di base, o ancora “a buon mercato”, che vorrebbe riunirci tutti in un tempio unico, un moralismo umanitario, un esperanto religioso, un sincretismo universalista, per giungere a costruire quel “parlamento delle religioni unite” che alcuni sembrano auspicare, regno dell’Anticristo, nell’oblio dei dogmi e delle leggi che ci sono state dettate da quel Padre unico in nome del quale solo possiamo sentirci fratelli. Al contrario, è solo nell’ortodossia e nella pratica, nell’incontro al vertice metafisico, in Dio stesso, che noi vediamo la possibilità di prepararci, ciascuno seguendo il proprio cammino, al riconoscimento del vero Cristo.

 



[1] La recensione cui si fa riferimento è apparsa sul n° 61, di settembre-ottobre-novembre 1995, della rivista francese Vers la Tradition, mentre il dibattito è continuato fino sul n° 65.

[2] Connaissance des Religions, n° 41/42.

[3] Iniziazione e Realizzazione Spirituale, Ed. Studi Tradizionali, Torino.

[4] Ibid.

[5] Ibid.