L’APPORTO DELLA TRADIZIONE ISLAMICA ALL’EUROPA E
AGLI EUROPEI
Dai tempi del cogito
ergo sum di cartesiana memoria, l’Europa, e con essa tutto l’Occidente, si
è incamminata sulla strada di una psicologia creativa che, oltre il tunnel
dell’illuminismo – che ha chiuso definitivamente le aperture verso l’alto – ha
condotto agli antri oscuri della dimensione psichica inferiore, per non dire
infernale, invertendo la realtà dell’uomo fatto a immagine e somiglianza di
Dio. Si è voluto fare dell’uomo – un essere che è solo come riflesso di
Colui che solo È – non soltanto un essere pensante o pensato, il cogitor
dei nuovi teologi, ma un pensiero che pretende di creare l’essere,
nell’accezione appunto del “penso, dunque sono”, anche se questa formula viene
intesa nel senso di poter provare, se non l’essere, perlomeno la propria
esistenza, la quale etimologicamente altro non è se non lo “star fuori” da ciò
che solo È veramente, l’essenza di ogni cosa, Dio.[1]
Da questa Europa, che
fino allora era riuscita a mantenere, nella fede cristiana originaria e ortodossa,
la disponibilità alla spiritualità contenuta nei messaggi divini precedenti e
in quello susseguente l’avvento cristico – e conseguentemente il reciproco
rispetto e la pacifica convivenza con i popoli che ne erano stati
particolarmente i destinatari – è nato questo nostro mondo occidentale moderno,
chiuso a ogni realtà trascendente o immanente e all’ordine teocratico
necessario alla costituzione di ogni vera civiltà tradizionale. Rispetto alle
civiltà tradizionali, l’“occidentalismo”, che si è esteso ormai in varia misura
non solo verso Ovest, costituisce l’unica eccezione o anomalia di fronte a
quella che dovrebbe essere la regola, la “norma” e così anche la normalità.
Solo ora, forse, dopo
i rovesci delle ideologie secolari e del missionarismo coloniale, delle pretese
egemoniche fondate sull’esclusivismo religioso o sulle tecnologie avanzate,
delle illusioni del progresso materiale e della società dei consumi e del
benessere, alcuni europei – a qualsiasi comunità religiosa essi appartengano,
sia effettivamente sia solo nominalmente, o che non vi appartengano affatto,
cosa che, purtroppo, costituisce la stragrande maggioranza dei casi –
cominciano a rendersi conto della superficialità delle loro presunte
appartenenze e della natura utopistica dei sistemi coniati al di fuori delle
religioni.
Ed ecco che
provvidenzialmente, proprio in questo momento, arrivano in Europa i fedeli, in
maggioranza orientali e africani, di quell’ultima rivelazione divina che per
secoli in Occidente era stata relegata a collocazioni etniche e
storico-geografiche, per non parlare del mancato riconoscimento ufficiale della
sua universalità, tuttora atteso, malgrado tutti gli sforzi fatti e le
testimonianze viventi date personalmente ai preposti delle gerarchie delle
altre religioni.
Ecco che i musulmani
d’origine vengono a portare in Europa non solo la testimonianza vissuta dei
principi comuni alle altre tradizioni abramiche e monoteistiche, ma anche
l’esempio della possibilità di vivere tale testimonianza in questi tempi della “grande
apostasia”, quelli dell’“abominio della desolazione”, perfino nei luoghi che
sono origine e preda dell’antitradizione e nei quali il dajjal ,
l’Anticristo, potrà tentare – secondo la parola evangelica – di “ingannare
anche gli eletti se ciò fosse possibile”.
La ikraha fid-din, dice il Sacro Corano, “non vi è coercizione nella
religione”; non si tratta certo di forzare il mondo alla fede, né di voler
convertire tutti gli uomini all’Islâm, anche se noi musulmani sappiamo che “la
religione presso Dio è l’Islâm”, inna-d-dina ‘inda Allahi-l-islâm. Noi
però vogliamo considerare la nostra fede non soltanto come l’ultimo richiamo
all’unicità di Dio: Asshadu an la ilâha illâ Allâh, bensì anche nel
senso della sottomissione alla Sua Volontà e alle Sue leggi, quelle date
dall’Unico e stesso Dio a tutti i popoli del mondo in epoche diverse, tramite
l’insegnamento dei Suoi Inviati fin dal tempo del primo uomo che è per noi il
primo Profeta islamico: Adamo (‘alaihissalam).
Asshadu anna
Muhammadan rasul Allâh, “attesto che
Muhammad è Inviato di Dio”, e se il Profeta (çallAllahu ‘alaihi wasallam)
era in effetti qabla-l-Adam, e cioè prima ancora di Adamo stesso,
secondo le sue stesse parole, allora per noi tutte quelle che vengono
comunemente considerate altre religioni, se ortodosse, non sono altro che le
comunità dei seguaci sinceri di tutti i Profeti islamici (‘alaihumassalam)
che hanno preceduto la venuta del loro “Sigillo” (kathm al anbyia) e
dopo il quale non ve ne è stato né ve ne sarà alcun altro, mentre attendiamo la
seconda venuta di Gesù, figlio di Maria, Seyyidna ‘Isa ibn Mariam (su di lui la
Pace), come “sigillo della santità” (khatm al wilaya), il quale, secondo
il sacro Corano, sarà l’“annuncio dell’Ora”.
Non si tratta nemmeno
di dover ritrasmettere una dottrina che nella storia di quattordici secoli si è
estesa provvidenzialmente a una determinata giurisdizione geografica che
comprende circa un miliardo di credenti. Essa resta pur sempre universale
perché indirizzata da Dio a tutti gli uomini della terra anche se non si è
estesa effettivamente a tutto il mondo, perché la relativamente esigua adesione
all’Islâm da parte degli europei, in confronto a quella degli abitanti degli
altri continenti, non dipende solamente dalla scarsa conoscenza dei suoi
principi e dall’opposizione delle altre istituzioni religiose, ma soprattutto
dall’aridità e dall’ostilità degli stessi occidentali moderni nei confronti di
una spiritualità orientale e di una dimensione sacrale della rivelazione divina
che erano ben presenti in origine anche nelle rivelazioni – anch’esse orientali
e orientate verso la realizzazione metafisica, la riunione con Dio – in cui
sono nati.
Non si può far
pronunciare la shahada a un europeo se questi non ha ancora ritrovato la
fede in Dio. L’iman anzitutto, poi, in sha Allâh, l’islâm
e finalmente l’ihsan, perché non si convertono gli uomini all’Islâm se
essi non si sono riconvertiti prima a Dio, così come noi non potremmo certo
dire “la ilâha illâ-l-Islâm”, “non vi è divinità se non l’Islâm”, invece
di dire: la ilaha illa Allâh; e se qualche europeo eccezionale ha potuto
anche parlare dell’unicità di Dio oltre che dell’unità trascendente delle
rivelazioni, noi dobbiamo verificare che coloro che oggi si avvicinano
all’Islâm abbiano ancora il senso dell’immanenza di Dio, della Sua presenza
spirituale anche in questo mondo e in noi stessi.
E non si tratta qui
solamente di appartenenti o meno ad altre religioni, ai quali l’esempio di ogni
vero musulmano praticante può far ritrovare la fede e la pratica rituale nella
propria comunità religiosa d’origine, ma si tratta anche di coloro che, fra gli
stessi musulmani europei di nascita, si siano “occidentalizzati” e che, forse
senza nemmeno accorgersene, abbiano adottato la mentalità, i modi e le
ideologie tipiche del mondo moderno, nella secolarizzazione e nella
dissacrazione della loro stessa fede, ridotta al livello di quella che oggi –
da parte dei fautori delle analisi psicologiche – viene chiamata la ricerca
dell’identità.
La vera identità di
ogni uomo è in Dio, nella sua possibile identificazione con Lui, in quella che
viene chiamata “la Suprema Identità”; ecco l’identità da ricercare, perché la
vera ricerca nell’Islâm è quella della Verità, quella Verità che è Dio stesso: Huwa
al Haqq; la ricerca dunque di Dio in questa nostra stessa vita, nella
penetrazione del Suo Libro Sacro, il Corano, al Qur‘an al Karim,
nell’imitazione dell’esempio del Suo Profeta (su di lui la Pace e la
Benedizione divine), l’uomo perfetto, al insan al kamil, la sunnah,
le tradizioni profetiche, nella sottomissione alla Sua legge, la shari‘a,
la testimonianza di fede, la preghiera, l’elemosina, il digiuno e il
pellegrinaggio alla Mecca.
Wa la dhikru-l-Lahi
akbar, “e certo il ricordo di Dio è
più grande”, si dice alla fine di ogni sermone (kotba); sì, il ricordo
di Dio è più grande, così l’invocazione del Suo Nome, quel dhikr e
quell’invocazione che un gruppo di europei musulmani per ore ha potuto recitare
nella grande moschea di Parigi durante la notte del Destino, laylatul Qadr,
la ventisettesima notte dello scorso mese sacro del Ramadan, quella notte in
cui è detto essere disceso tutto il Corano; e ciò è stato fatto di fronte alla umma,
la comunità islamica, che riempiva tutti gli spazi interni ed esterni di questo
santuario inaugurato settant’anni orsono dal santo algerino “del ventesimo
secolo”, lo Shaykh Ahmad al ‘Alawi, in nome del santo marocchino del XIX
secolo, lo Shaykh Ahmad ben Idris (r.adi Allâhu anhuma, Dio sia
soddisfatto di loro), facendo ritrovare così, con il ricordo delle pratiche
dell’infanzia e dell’adolescenza di alcuni fra gli astanti, anche quello della
purezza, dell’innocenza e della santità degli hunafa, i puri compagni
del Profeta (su di lui la Pace e la Benedizioni divine) nella Tradizione
Primordiale, la fitrah.
Dodici anni di
esperienza nel dialogo islamo-cristiano col Segretariato del Vaticano, detto un
tempo “per i non cristiani”, e oggi invece pro dialogo intra religiones,
ci hanno sempre fatto temere quelle conseguenze che abbiamo oggi davanti agli
occhi abbagliati dagli schermi televisivi: le difficoltà dei negoziati per la
pace nel medioriente mediterraneo e il successo di quelli per il riconoscimento
reciproco fra Israele e Vaticano.
Non serve, infatti, un
“accordo” forzato da mediazioni basate su concezioni pragmatiche fra preposti
di organizzazioni o di stati per dimostrare una vera volontà di pace, se questa
pace non è quella degli “uomini di buona volontà”, ossia se non si fonda sulla
giustizia, e se quest'ultima non è illuminata da una conoscenza effettiva.
Conoscenza anzitutto
della struttura ontologica dell’uomo, nel riconoscimento della triade
medievale, ma sempre attuale, composta da spiritus, anima, corpus, nonché
di quei principi fondamentali delle dottrine religiose che, anziché separarci,
dovrebbero unirci nella consapevolezza della verità di tutte le rivelazioni
ortodosse, a prescindere dalla diversità delle formulazioni teologiche.
Per realizzare la
pace, infatti, non bastano né la concezione di una fratellanza universale né il
richiamo a una comune discendenza spirituale fra quanti sono considerati, ed
erroneamente, i soli monoteismi, se fra loro non vi è prima di tutto il
riconoscimento reciproco dell’efficacia salvifica e spirituale di ogni forma
tradizionale, nella coscienza di una derivazione non solo da un comune
patriarca, ma, in primis, da uno stesso Principio, Dio che è l’Unico e
lo stesso per tutti noi.
Non sono certo la
dottrina o il culto religioso, come ci si vorrebbe far credere oggi, a spingere
gli uomini gli uni contro gli altri, bensì sono invece questi ultimi che,
dimenticata la dottrina e la pratica religiosa, si combattono fra loro perché
dal punto di vista rituale non sono più praticanti, e da quello dottrinale sono
convinti che il “loro” Dio è il solo “vero”, e che non è lo stesso di coloro
che pertanto non gli appaiono più come fratelli, ma come estranei o avversari.
Di quest’ultima
aberrazione siamo forse più responsabili noi musulmani, che facendo nostre tali
concezioni rinunciamo alla nostra stessa testimonianza di fede, che si apre con
l’affermazione: la ilâha illâ Allâh, “non vi è divinità se non Iddio”,
negando altresì la verità della missione profetica che riconosce i fedeli delle
altre comunità religiose quali discepoli dei profeti islamici venuti prima di
Muhammad (çalla-Llahu 'alayhi wa çallam, su di lui la Pace e la
Benedizione divine), risalendo non solo fino ad Abramo, ma fino allo
stesso Adamo ('alayhuma as-salam), il primo profeta islamico. Per noi
infatti la luce profetica è unica e indivisibile, secondo quanto affermava il
Profeta con le parole “ero Profeta quando Adamo era ancora fra l’acqua e
l’argilla”.[2]
Ma non si possono
assolvere da questa responsabilità le comunità religiose preislamiche con il
falso pretesto che le rivelazioni successive non corrisponderebbero a quelle
annunciate nei loro libri sacri. Infatti, venti secoli dopo la venuta di Gesù ('alayhi
salam), e quattordici dopo quella di Muhammad (çalla-Llahu 'alayhi wa
çallam), non è più concepibile che queste comunità, ciascuna delle quali
composta da circa un miliardo di appartenenti non si riconoscano reciprocamente
come comunità di discepoli di Profeti ispirati dallo stesso unico Dio, quello
di Abramo e di Mosè ('alayhuma as-salam).
Considerazioni,
queste, che non devono ingenerare dubbi sulla verità della fede di origine, e
tantomeno spingere a convertirsi ai messaggi divini successivi. Al contrario,
pur mantenendo la propria integrità confessionale, e l’obbedienza alle
prescrizioni dottrinali e rituali che quest’ultima implica, si dovrebbe potere
anche riconoscere a Dio Onnipotente la possibilità di rivelarsi più volte in
tempi e luoghi differenti, in forme sempre necessariamente diverse, per
affermare Sé stesso quale unica Verità assoluta: Huwa al Haqq.
Solo muovendo da queste
premesse gli uomini potranno sentirsi davvero fratelli e considerarsi tutti
creature di uno stesso Creatore, scoprendo la fallacia di una sedicente
generosità umanitaria impostata su pregiudizi esclusivisti, elitari o
egemonici, che portano solo alla “tolleranza” e non già al “riconoscimento”,
con la malcelata speranza di convertire l’altro anziché se stessi a Dio. Per
tacere dell’illusione di riuscire a realizzare insieme un chimerico paradiso in
terra.
Ancor più relativi
appaiono i risultati ottenibili con gli accordi di cui si è detto più sopra,
specie se raggiunti fra rappresentanti non già di religioni, ma di stati che si
affrontano per spartirsi un territorio che andrebbe invece considerato quella
Terra Santa su cui Dio solo è Sovrano, e dove ricomparirà quel Messia che tutti
gli Ebrei, i Cristiani e i Musulmani ortodossi attendono ancora.
Come può il Vaticano
riconoscere lo stato di Israele e non anche l’effettività salvifica del
Giudaismo fino alla fine dei tempi, senza che per questo sia necessario
convertirsi al Cristianesimo? E come può Israele riconoscere il Vaticano
continuando ad ignorare la prima venuta del Messia, come se il Vaticano non
fosse altro che uno stato laico e il Papa un rappresentante politico come gli
altri?
Come si può parlare di
“Serbi, Croati e Musulmani” come se questi ultimi costituissero anch’essi una
etnia, anziché rappresentare – secondo l’etimologia del loro nome – tutti
coloro che sono sottomessi alla volontà di Dio? E del resto “islamici” e non
già islamisti, come purtroppo sono certi musulmani, andrebbero considerati
tutti coloro che sono sottomessi al Dio unico, nel rispetto delle Sue Leggi e
dei Suoi Inviati, e che appartengono alle comunità che noi chiamiamo “genti del
Libro”.
Ci si chiede cosa
facciano le religioni per la pace. A ben guardare sembra proprio che le
religioni, o per dir meglio coloro che parlano a nome di esse, quando non si
facciano strumento ai fini di una guerra che si osa chiamare “santa”, non si
occupino che di “non belligeranza”, e trascurino invece il loro scopo supremo:
la salvezza dell’anima e la conoscenza di Dio.
Ciò che le strutture
religiose dovrebbero fare per la pace è cercare secondo il detto evangelico il
Regno di Dio e la Sua Giustizia; la pace verrebbe così ottenuta “in sovrappiù”,
come un dono divino e la partecipazione alla Sua Pace. Si scoprirebbe così che
la pace che Dio dà non è quella che dà il mondo, ma infinitamente di più.
Non si propugna certo
alcuna forma di sincretismo religioso, né un qualche ecumenismo per riunire le
religioni, le sette e perfino le ideologie atee sul piano delle concezioni
della semplice morale laica e della “non violenza”. Si tratta invece di
riconoscere reciprocamente la verità sacra delle dottrine rivelate e la
necessità delle pratiche rituali specifiche, senza rinunciare alla propria
identità religiosa, perché tutte conducono alla conoscenza di Dio e all’attesa
degli stessi avvenimenti escatologici.
Per approdare alla
scopo, a Dio piacendo, avvertiamo in Europa il bisogno reale di far conoscere
meglio l’Islâm. Abbiamo il sentore che, nel vuoto spirituale delle nostre
società occidentali, sia gli intellettuali che il grosso pubblico ricerchino
un’informazione sui principi e sui valori dell’Islâm, che rifugga da discorsi
stereotipi.
Queste sono le ragioni
per cui abbiamo creato a Milano, a Roma e a Parigi l’Associazione
Internazionale per l’Informazione sull’Islam e la CO.RE.IS. Italiana. L’idea
generale è di utilizzare a questo scopo le moderne competenze professionali nel
campo dell’editoria e dell’informazione. La nostra Associazione si sforza di
presentare l’Islâm nella sua unità e diversità, rigettando interferenze
politiche o ideologiche, in quanto religione di conoscenza, di amore e di
perdono, ferma nei suoi principi dottrinali, ma aperta all’intesa “dall’alto”,
in nome del Dio unico, il Clemente, il Misericordioso, con le altre religioni.
A questo si tende
testimoniando un passato di convivialità pacifica fra le diverse forme
religiose, e un esempio attuale di spiritualità vissuta nel mondo moderno dai
membri musulmani della CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana.
Vorremmo insistere
sulla realtà eccezionale di questa Comunità costituita da musulmani europei,
che cercano di testimoniare una vita spirituale inserita nella vita di ogni giorno,
dando così prova dell’universalità dell’Islâm.
Ringraziando tutti
coloro che vorranno sostenerne i progetti, formuliamo a tutti i presenti i più
fervidi auguri di Benedizione e di Pace vera.
[1] L’etimologia di esistere, dal latino ex-stare, richiama in modo evidente l’illusorio “stare fuori [del Principio]” che caratterizza l’essere contingente.
[2] In questo hadîth, più volte citato, è evidente il riferimento alle due nature, divina e umana, di ogni Inviato divino. Anche Adamo è infatti Profeta, il primo dell’Islâm, ma in tale contesto il Profeta Muhammad si identifica alla nur muhammadiya, alla “luce profetica” increata, mentre Adamo simboleggia la natura creata del primo uomo.