Università di Torino il 12 febbraio 2007

 

“Rappresentanza e cittadinanza: quale partecipazione

e quale esercizio dei diritti dell’Islam?”

 

Per individuare chi possa essere più rappresentativo dell’Islam in Italia, bisognerebbe anzitutto definire che cosa si intende per Islam stesso. L’Islam, nel suo significato etimologico e coranico di “sottomissione alla Volontà di Dio”, costituisce una Rivelazione divina dell’unico Dio di Abramo e comporta pertanto l’adesione alla testimonianza di fede che afferma: “non vi è Dio se non Iddio (tale il significato della parola Allah, “Il Dio”, l’Unico e lo stesso per tutti gli uomini, e naturalmente lo stesso anche per le Rivelazioni precedenti del monoteismo abramico, e cioè l’Ebraismo e il Cristianesimo) e Muhammad è il Suo Profeta”.

Questa testimonianza che costituisce il primo pilastro dell’Islam comporta naturalmente anche l’adesione e l’impegno a praticare gli altri quattro pilastri, costituiti da preghiera, elemosina, digiuno e pellegrinaggio, e, pertanto, la fede nella dottrina e l’ubbidienza alla Legge sacra, cioè l’ortodossia e l’ortoprassi, al di fuori di ogni esclusivismo confessionale, relativismo o ancora sincretismo di forme tradizionali diverse.

Per molti di noi della CO.RE.IS. l’adesione all’Islam è avvenuta per una conversione dal Cattolicesimo e ha pertanto comportato lo studio e la preparazione necessaria a questa verità rivelata posteriormente al Cristianesimo, e il conseguente obbligo formale della pratica rituale, cosa che ci era naturalmente familiare anche nella nostra precedente collocazione nella confessione cristiana cattolica.

Consideriamo dunque quest’ultima, come l’Ebraismo, una precedente Rivelazione dello stesso Dio, e ne manteniamo il rispetto dei simboli, tanto da essere stati invitati per una cerimonia alla Sinagoga di Milano, cosa che abbiamo ricambiato ricevendo i rappresentanti della Comunità ebraica nella nostra costruenda Moschea di via Meda a Milano.

Il nostro Vice Presidente è un musulmano di nascita, cittadino italiano di padre italiano e, come Imam, Consigliere del Ministro dell’Interno nella Consulta per l’Islam italiano; è inoltre neo-Presidente del Consiglio Superiore per l’Educazione in Occidente dell’ISESCO, la più prestigiosa organizzazione del mondo islamico per l’educazione, la scienza e la cultura.

Mantiene inoltre stretti rapporti con le autorità religiose di molti Paesi islamici, ed è stato insignito dal Presidente della Tunisia Ben ‘Ali del premio letterario per il 2005 quale autore del miglior libro – L’Islam in Europa – per la trasmissione della conoscenza della religione islamica in Occidente, considerata come una componente essenziale della spiritualità europea a fianco dei più alti valori laici e civili.

Come Presidente della CO.RE.IS. Italiana, la Comunità Religiosa Islamica Italiana, trovo più opportuno in questo contesto trattare del tema dell’“Intesa”, del quale vorrei anzitutto chiarire alcuni aspetti fondamentali, forse ovvii per gli esperti, ma non sempre conosciuti da tutti. L’intesa viene sancita fra il Governo Italiano e l’Islâm, considerato quale religione al pari del Cristianesimo e dell’Ebraismo, religioni che, nelle loro intese, sono state rappresentate, l’una dalla Chiesa cattolica e l’altra dall’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia. Era ovvio che in Italia fosse la Chiesa cattolica a rappresentare il Cristianesimo, unica religione identificabile con una specifica istituzione, e che fosse altresì facile riunire le comunità ebraiche che hanno in comune, non solo la religione, ma anche l’etnia e la storia del loro popolo.

Diverso è il caso dell’Islâm che essendo universale, come il Cattolicesimo – in quanto entrambe queste religioni si indirizzano a tutti i popoli della terra e comprendono nelle loro comunità etnie e origini diverse – non può essere identificato con delle regioni geografiche né con i confini di nazioni o con particolari istituzioni. Tuttavia, l’intesa con lo Stato Italiano può essere sancita soltanto con cittadini italiani, e la CO.RE.IS. Italiana, che specifica la qualifica di “religiosa” nella sua denominazione, è l’organizzazione islamica che, fra quelle presenti sul suolo nazionale, raccoglie il maggior numero di italiani di nascita, religiosi e musulmani. Non vorrei però limitarmi a una valutazione quantitativa, sulla quale insistono invece alcune altre organizzazioni, ma asserire che i musulmani della CO.RE.IS. sono i più vicini alla dottrina originaria dell’Islâm, dall’approfondimento della quale è scaturita la loro conversione, cosa che li rende gli uomini più adatti per una trasmissione sapienziale, rigorosa, feconda e adattata ai tempi e ai luoghi.

Nell’Islam ortodosso sono infatti i sapienti, quali “eredi dei profeti”, a costituire fin dai tempi della Rivelazione gli unici autorizzati a interpretare i principi e a rappresentare la Comunità. Inoltre, i musulmani della CO.RE.IS. Italiana, che sono nella totalità cittadini italiani di nascita, sono, per questo stesso fatto, ligi, come tutti i buoni cittadini, ai princìpi dell’ordinamento dello Stato Italiano, che resta sempre il loro, anche se essi sono, o sono diventati, musulmani.

L’essere musulmani non dovrebbe infatti comportare l’adesione a tendenze fondamentaliste, anche se queste sono attualmente presenti in alcuni Stati sedicenti islamici, dei quali gli immigrati possano essere originari, né tanto meno la sponsorizzazione o la contestazione della loro politica. La religione non può essere strumentalizzata ai fini dell’egemonia ideologica o di un potere personale, tramite la clericalizzazione di una Rivelazione che non ha clero, né tanto meno una qualsiasi religione può venire demonizzata al fine di poter giustificare un’eventuale pulizia etnica.

Noi sappiamo che l’Islâm impone per legge ai musulmani di conformarsi all’ordinamento dello Stato ospitante, sia questo il loro o quello d’adozione, anche qualora tale Stato non sia ufficialmente islamico, diciamo ufficialmente perché si pone anche qui la questione di sapere chi sia veramente “islamico” nell’accezione etimologica del termine. Ma ciò di cui siamo sicuri è il fatto, invece, che la nostra adesione sincera all’Islâm non ha in alcun modo alterato la nostra identità di cittadini italiani, e possiamo pertanto costituire, per i nostri correligionari immigrati, l’esempio di chi è già naturalmente “integrato”, grazie a una vera integrità religiosa, scevra da ogni pretesa integralistica, sia questa di natura ideologica o campanilistica.

Oggi che l’Italia fa ormai parte dell’Europa e che l’Europa stessa cerca di trovare un’intesa con i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, quest’intesa fra l’Italia e l’Islâm, realizzata in un Paese che ha già riconosciuto l’Ebraismo e il Cristianesimo, a differenza della Francia che non riconosce nessuna religione e dell’Inghilterra che le riconosce tutte indiscriminatamente, può rappresentare l’esempio di una discriminazione, nel senso di un oculato discernimento, fra integralismo laicistico e permissivismo demagogico.  

Si tratta di accogliere finalmente, quando sono ormai presenti in Italia un milione di musulmani (cifra destinata ad aumentare nel prossimo futuro), anche la terza e ultima Rivelazione monoteistica abramica, che è più particolarmente diffusa negli Stati che si affacciano sull’altra sponda del Mediterraneo e che hanno in comune con la sua terza sponda quel punto di incontro spirituale costituito dalla città di Gerusalemme, vero simbolo di una Pace intesa non certo solo in forma non belligerante e terrena, ma celeste.

Ricordiamo ancora che l’Italia, unico Paese a ospitare il centro del Cattolicesimo, è l’ultimo Paese al mondo ad avere visto sorgere a Roma finalmente la sua prima Moschea, e noi, in qualità di rappresentante del Centro Islamico Culturale d’Italia presso il Vaticano, abbiamo cercato, durante un ventennio, di raggiungere l’auspicato riconoscimento reciproco della validità salvifica di queste due ultime rivelazioni, così come abbiamo fatto anche con gli ebrei, nostri comuni fratelli maggiori.

Ultimamente, invece, si è giunti perfino ad auspicare che dall’immigrazione venissero esclusi i fedeli di religione islamica, con il pretesto che questi ultimi potrebbero inficiare “l’identità culturale italiana”, quasi si potesse identificare una nazionalità con l’appartenenza a una confessione religiosa, negando così al Cristianesimo stesso la sua “cattolicità”, cosa che gli permette di estendere universalmente il messaggio del Cristo, presente, seppure in forma diversa, anche nell’Islâm, unica altra religione veramente universale.

Quali italiani di nascita della Comunità Religiosa Islamica (CO.RE.IS.), ci chiediamo se tale discriminazione non vada fino a identificare le religioni con le etnie, e che pertanto non si voglia accomunare il nostro destino a quello dei nostri fratelli ebrei, come già fu ai tempi dell’Inquisizione, o che si preannuncino anche per noi tempi quali quelli ben più recenti della repressione fascista avvenuta in questa nostra stessa Italia.

Un diverso approccio, invece, permetterebbe al Governo italiano di poter discernere fra chi è veramente religioso e chi invece strumentalizza la religione ai fini del potere politico, sia questo “interno” o addirittura “estero”, e all’opinione pubblica di poter discernere fra Islâm e sedicenti musulmani, il cui comportamento continua ad alimentare tutti i pregiudizi di cui l’Occidente non è mai riuscito a liberarsi e che si vogliono mantenere con il pretesto di poter preservare la propria identità.

È la stessa presunta identità che l’Occidente ha cercato di difendere duemila anni orsono di fronte all’espansione del Cristianesimo, il quale riportava i valori tradizionali e spirituali che si erano affievoliti nel processo di decadenza insito in ogni civiltà, gli stessi valori che la Rivelazione islamica, unica posteriore al Cristianesimo, può ritrasmettere a quegli occidentali che sappiano andare al di là delle loro limitazioni etniche, storiche, geografiche, nazionali e devozionali per ritrovare il senso di quella spiritualità eterna e universale che permea tutte le Rivelazioni dell’Unico Dio di Abramo.

Possiamo così sperare che nel terzo millennio dalla nascita di Sayydinâ ‘Isa, ‘alayhi-s-salam (nostro Signore Gesù, su di lui la Pace), quest’intesa, pur se sancita, da una parte da uno Stato laico, che mantiene però uno speciale Concordato con la Chiesa, e dall’altra da cittadini italiani religiosi, che non per questo sono meno rispettosi delle eventuali identità laiche o confessionali altrui, possa finalmente costituire un primo passo verso quella pacifica convivenza da tutti fortemente invocata, non solo fra i popoli, ma anche fra i veri credenti in Dio, il Clemente, il Misericordioso.

 

Shaykh ‘Abd al Wahid Pallavicini