«Una presenza continua nel mondo».
A ottocento anni dalla nascita di Mawlana Jalal ad-Din Rumi

 

Pubblichiamo l’intervento pronunciato dal prof. Abdellah Ben Arafa, membro dell’Isesco, l’organizzazione internazionale Islamica per l’Educazione, la scienza e la Cultural, in occasione del convegno “L’Occidente e l’Islam – Unità nella diversità fra arte e intellettualità”, svoltosi a Venezia il 23 novembre 2007.

Signore e Signori,

Ho l'onore di partecipare con voi a nome del direttore generale dell' Organizzazione Islamica per l'Educazione, la scienza e la Cultura – ISESCO – Dr. Abdulaziz Othman Altwaijri, in conclusione della mostra Venezia e l'Islam a questo colloquio internazionale, L'Occidente e l'Islam, in occasione dell'ottavo centenario della nascita di Jalâl ad-Din Rûmi, organizzato dall'ISESCO in partenariato con la COREIS e la Città di Venezia a chiusura della mostra Venezia e l'Islam, ed ospitato in questa Ala Napoleonica del Museo Correr, e ci tengo a ringraziare, a nome di Sua Eccellenza il D.G. Dell'ISESCO, la Città di Venezia per l'ospitalità accordata a questo convegno in questo importante luogo carico di storia.     
Questo incontro si svolge sotto gli auspici di una grande personalità, Mawlana Jalal ad-Din Rumi, in occasione dell'ottavo centenario della sua nascita. Questa figura universale dell'amore e della bellezza di cui il grande poeta e filosofo indo-pakistano, Sir Mohamed Iqbal diceva:

Rumi ha trasformato la mia argilla in diamante
E dalla mia polvere, ha innalzato un altro mondo

Il Mondo vuole festeggiare, attraverso questa ricorrenza, i valori di Giustizia, bontà e bellezza di cui attualmente sente la mancanza. Rumi era un poeta, ma prima ancora era un uomo universale perfetto. Il grande orientalista inglese Nickolson (1868-1945) passò 30 anni della sua vita a studiarlo, per poi riconoscerlo infine come il più grande poeta mistico di tutti i tempi.
Rumi è innanzitutto una presenza continua nel mondo, da cui la sua attualità anche tra di noi. Era un uomo dei suoi tempi, ma è altrettanto un uomo dei nostri tempi e sarà ancora di ogni tempo poichè esprime qualcosa che va al di là delle contingenze. Ci richiama al ricordo della parte migliore del nostro Essere, quella particella di speranza e di bontà senza limite verso tutti.
Il nostro mondo cerca di aprirsi un cammino di umanità tra i dedali della mondializzazione dilagante. Si tratta di costruire il mondo di domani; quale figura desidereremmo veder trionfare: i mercanti di armi o la danza cosmica portata da Mawlana? Bisogna notare che il mondo dei saggi ha scelto questa seconda via, se si è voluto celebrare Rumi quest'anno. 
L'attualità veicola quotidianamente immagini di  terrore e di orrore; ogni giorno una parte della nostra umanità si ritira a vantaggio di un male che ci corrode, ma ci sono uomini e donne capaci di dire: basta! Il nostro pianeta blu grida la sua disperazione a vedere così tanti mali; il buco nell'ozono che si allarga, l'eccesso di emissioni tossiche, le guerre, il terrorismo, la povertà, l'ingiustizia; ma nelle tenebre, vi è un barlume di speranza, una coscienza universale sta nascendo per respingere il caos. Questa voce è quella di Rumi e degli umili come lui che continuano a cantare i suoi poemi negli angoli nascosti della Terra. Questo messaggio è di una scottante attualità; Rumi visse momenti terribili: conobbe l'esilio in seguito alle invasioni mongoliche, rimase vedovo in giovanissima età e soprattutto perse il suo maestro e confidente, « il suo sole », come lui diceva, e cioè Shams di Tabriz, assassinato da alcuni suoi discepoli gelosi dell'impatto che questo grande contemplativo, rapito alla propria condizione umana dal divino, esercitava sul loro maestro. Malgrado tutte le sue prove, Rumi continuava a cantare l'amore e la bellezza tra gli uomini. Era permeato dalla felicità nell'amore divino, tanto da proclamare: « se ci stai cercando, cercaci nella gioia, poichè noi siamo gli abitanti del regno della gioia ». Così, il suo messaggio non è altro che un cantico dell'eterna bontà divina.
Ma non dimentichiamo che Rumi era un grande santo, con una conoscenza metafisica senza uguali; era un maestro del risveglio: la sua metafisica celebra l'unicità divina nelle sue innumerevoli manifestazioni. Il suo insegnamento utilizza la bellezza come mediatrice; non costituisce un sistema di pensiero, ma una via iniziatica. Dopo la sua morte, la sua confraternita ricevette tutti gli onori, al punto di veder riservata ai suoi maestri la legittimità di conferire l'investitura suprema ai sultani ottomani, e questo fino ad Attaturk.
Rumi nacque a Balkh, nel Khorassan, nella parte nord dell'Afghanistan il 30 settembre 1207. Suo padre era un grande teologo, detto « il sultano dei sapienti ». Era anche un maestro sufi ed esercitò su suo figlio Jalal ad-Din una grande influenza. Il padre aveva rilevato nel bambino una santità precoce, e l'aveva quindi chiamato Mawlana, « nostro maestro ». La famiglia dovette fuggire davanti al cataclisma mongolo del 1220-1222, rifugiandosi in Anatolia (l'attuale Turchia), a Konya (l'antica Iconium). Un anno dopo questa partenza precipitosa, Konya fu distrutta. Sulla via del pellegrinaggio alla Mecca, incontrarono il grande poeta sufi Farid ad-Din Attar, il quale predisse al giovane Jalal ad-Din che presto avrebbe acceso i cuori di tutti i sufi amanti di Dio. Dopo la morte del padre, che dirigeva una madrasah per conto del sultano, Rumi divenne discepolo di uno dei grandi allievi di suo padre, e seguendo il suo consiglio si recò ad Aleppo in Siria a perfezionare le sue conoscenze, poi visitò Damasco dove incontrò il grande Ibn Arabi, per tornare infine a Konya ad assumere il ruolo di successore di suo padre come professore di teologia e di legge sacra.
La sua adesione al sufismo avvenne in seguito all'incontro con Shams di Tabriz, un avvenimento questo decisivo nel suo percorso di vita. Lui stesso descrisse il suo stato spirituale con queste parole: « ero crudo, sono stato cotto, sono bruciato ». Per tre anni Rumi fu discepolo di Shams, ma quest'ultimo sparì improvvisamente, senza dubbio assassinato dagli stessi discepoli di Rumi che l'avevano visto abbandonare la normale condizione degli eruditi per dedicarsi a danze e musiche. Dopo questa dolorosa scomparsa, Rumi restò per lungo tempo inconsolabile e  compose in ricordo del suo amico e maestro una raccolta di estrema bellezza. Ed è in seguito a questa scomparsa che Rumi istituì il samaa, o canto spirituale, che accompagna le danze dei darwish ruotanti. Ed ecco come suo figlio Sultan Walad ce lo descrive dopo essere stato separato dal suo maestro e confidente:

Mai un istante cessava di ascoltare la musica e di danzare;
Non riposava né di giorno né di notte.
Era stato un erudito: divenne un poeta.
Era stato un asceta: divenne ebbro d'amore,
Non per il vino delle viti: l'anima illuminata non beve che il vino della Luce.

Il senso simbolico di questo canto è un inno alla gioia che lega il microcosmo al macrocosmo. Il movimento dei danzatori ricorda il cammino dei pianeti intorno al sole; il suono del flauto esprime la nostalgia e il lamento dell'essere lontano dalla sua origine divina. Questa unione con l'universo sacralizzato ci viene ricordata da Rumi, quando dice: « gli alberi mi riconoscono e rispondono al mio saluto »
 In seguito, Rumi riuscì a superare il suo dolore e prese due altri maestri alla conduzione della sua confraternita; e fu per richiesta di uno di essi che compose il suo celebre Mathnawi, poema di 25000 versi, opera magistrale, che costituisce ancora dopo secoli un riferimento fondamentale per milioni di persone in tutto il mondo.
Jalal ad-Din compose soprattutto delle raccolte di poesie, ma ci ha anche lasciato delle opere in prosa. La più densa è il Kitab Fihi ma fihi, cioè « Il libro nel quale c'è tutto ». Notiamo che questo libro riprende le stesse tematiche evocate nel Mathnawi, la qual cosa lascia supporre che le due opere si intreccino quasi in un percorso parallelo, l'una in prosa e l'altra in poesia. Un'altra osservazione che si può fare, è che il titolo del Kitab fihi ma fihi è tratto da una quartina ripresa da Ibn Arabi nelle sue Futuhhat Makkiyah, cosa questa che lascia supporre l'influenza a livello dottrinale del più grande dei maestri su Jalal ad-Din Rumi. Ed anche altre corrispondenze permettono di avere una misura di questa influenza.
Jalal ad-Din Rumi morì nel 1273, e tutti gli abitanti di Konya, musulmani, cristiani, ebrei o altri, si unirono al suo funerale, che Aflaki ci descrive in questo modo:
« Il rumore dei suonatori di timpani, il suono degli oboe e della tromba annunciavano la buona novella. I muezzin dalla voce gradevole chiamavano alla preghiera della Resurrezione; venti schiere di cantori eccellenti recitavano i canti funebri che il nostro Maestro aveva composto lui stesso:


Il Re del pensiero senza turbamento
Danzando se n'è andato
Verso l'altro paese
Il paese della Luce»

 

Signore e Signori,

Per concludere, ricorderò un po' il contesto nel quale lavora l'ISESCO, luogo di esperti per eccellenza nel mondo islamico in materia di educazione, scienze, cultura e comunicazione. Effettivamente, la Strategia culturale del mondo islamico ed il Piano d'Azione a medio termine (2001-2009) confermano come sia attualmente impossibile per una cultura voler vivere in autarchia, e come la diversità culturale e l'interazione tra le civiltà, le culture ed i popoli siano ormai delle realtà innegabili.
Secondo l'ottica dell'ISESCO, il dialogo si deve fondare su delle basi solide, e soddisfare a condizioni essenziali come il rispetto reciproco, l'equità e la giustizia. Colgo quindi quest'occasione per ricordare che l'8° centenario della nascita di Rumi è per noi un'occasione per ricordare attraverso il suo esempio l'ideale comune a noi tutti: quello di vivere una fraternità umana al di là delle nostre differenze e, direi anche, attraverso le nostre differenze

 

prof. Abdellah Ben Arafa
Rabat, Marocco

5 dicembre 2007